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sabato 17 marzo 2018

IL LAVORO (PRECARIO)


Flessibilità. Il lavoratore oggi deve essere flessibile. Quindi, niente contratto a tempo indeterminato.
Addio al posto fisso. Al massimo (e sei fortunato) un contratto a termine.
Pronti a saltare da un contratto all'altro. È il mantra che da anni ormai sentiamo ripetere e proprio da chi sta al calduccio nel suo posto di lavoro a tempo indeterminato. Intanto, si esulta nelle stanze governative per la diminuzione del tasso di disoccupazione che a novembre è sceso all'11%, diminuito di un punto percentuale rispetto a dodici mesi prima.
L'aumento dell'occupazione evidenziato nel rapporto Istat del novembre scorso, però, è dovuto soprattutto all'aumento dei contratti a termine (pari a 450mila sui 497mila registrati tra novembre 2016 e 2017). Quindi, un balzo del 18,3% del lavoro precario, che fa apparire modesta la crescita di soli 48mila posti a tempo indeterminato, pari a un aumento dello 0,3% nell'arco di un anno. Non solo, dall'inizio del 2017 c'è stato anche il boom del lavoro a chiamata. Secondo i dati dell'Osservatorio sul precariato dell'Inps, le assunzioni a chiamata tra gennaio e settembre 2017 si attestano a 319mila, in crescita del 133% sullo stesso periodo dell'anno precedente. L’Osservatorio sottolinea come questo significativo aumento può essere posto in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher. Se si va più in profondità nei dati si rileva come il tipo di figura professionale richiesta rientri soprattutto in settori a basso grado di qualifiche e bassi salari: addetti alla vendita, servizi personali e occupazioni elementari.
 
L'occupazione aumenta, ma è precaria e il rischio, soprattutto per i giovani, è di dover ricominciare da capo dopo tre anni (i più fortunati che hanno già un contratto a termine, che non può essere rinnovato oltre i 36 mesi). La flessibilità diventa precarietà nel momento in cui la prima è, di fatto, utile alla frammentazione dei lavoratori e all’indebolimento del loro potere negoziale che, anche laddove esistono diritti, questi non sono esigibili. I voucher, come ricordano gli studi dell’Inps, non hanno affatto arginato il lavoro nero, anzi in alcuni casi lo hanno addirittura fatto aumentare. La loro trasformazione ma soprattutto l’introduzione della tracciabilità hanno determinato un calo dell’uso dei voucher a favore dei contratti a chiamata, anch’essi strumento contrattuale iper precario e ad alta intensità di ricatto.
Si resta imbrigliati in contratti temporanei in un mercato in cui si trova a competere con milioni di lavoratori che passano di contratto in contratto. Significa anche non poter costruire un percorso professionale che porti a maturare scatti di carriera e promozioni con conseguenti aumenti salariali. Significa non poter fare progetti per il futuro.
 
Ma, i diritti dei lavoratori non li difende più nessuno?
In Italia ci sono centinaia di (piccole) battaglie sindacali e politiche per difendere i diritti dei lavoratori e le condizioni di lavoro. Ma hanno poco credito, dal momento che manca un’organizzazione estesa del conflitto sociale. Dopo trent’anni di lavaggio del cervello, lo sfruttamento, sebbene riconosciuto, è dato come condizione naturale. Se non sradichiamo questa visione, lottare per i propri diritti sarà impossibile. In altri paesi, come la Francia, si mantiene, nonostante le ultime riforme, un sistema di tutela dei lavoratori più profondo. Ad esempio, in Francia non esistono gli H/24, così come non esiste l’obbligo del lavoro gratuito imposto dalle leggi italiane come la buona scuola con l’alternanza scuola-lavoro. Si tratta, infatti, di lavoro gratuito: quello dei giovani che fanno uno stage dietro l’altro.
 
Marta Fana, ricercatrice in economia all'Istituto di Studi Politici di Parigi, nel suo libro “Non è lavoro, è sfruttamento” (editori Laterza) scrive: “Non è possibile ammettere che i contratti a termine vengano usati senza alcuna ragione tecnica o produttiva, ma soltanto per abbattere il costo del lavoro, rendendolo un fattore usa e getta”.
Questo è il risultato scellerato di scelte politiche ben precise, che hanno precarizzato il lavoro e si abbattono sulla generazione dei giovani costretti a lavorare di più e a guadagnare sempre di meno. Basti pensare al lavoro a cottimo dei fattorini che consegnano i pasti a domicilio, quello degli addetti alla vendita che lavorano nei centri commerciali, con orari lunghissimi e salari bassissimi. La flessibilità si trasforma in una pericolosa precarietà permanente.

1 commento:

  1. Chi difende i diritti dei lavoratori?
    In Italia ci sono centinaia di (piccole) battaglie sindacali e politiche per difendere i diritti dei lavoratori e le condizioni di lavoro. Ma hanno poco credito, dal momento che manca un’organizzazione estesa del conflitto sociale. Dopo trent’anni di lavaggio del cervello, lo sfruttamento, sebbene riconosciuto, è dato come condizione naturale. Se non sradichiamo questa visione, lottare per i propri diritti sarà impossibile.

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