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sabato 3 febbraio 2018

QUANTE EMOZIONI: UN CALCIO AD UN PALLONE


In una storia ipotetica, ma molto probabile, Mario accompagna suo figlio tredicenne, Lorenzo, (i nomi sono di fantasia), alla scuola della società sportiva con cui il ragazzo gioca da anni. Qualcuno dell'organizzazione arriva con un modulo da firmare: è per l'assicurazione – dice. Senza farsi troppe domande, sapendo quanto è importante essere assicurati e soprattutto, fidandosi della società, Mario, senza pensarci troppo, firma un modulo di "primo tesseramento atleti". Succede spesso: senza neanche saperlo, perché raramente si leggono i regolamenti prima di firmare e ci sono società che non brillano per trasparenza. Dopo tre mesi, a stagione iniziata, il ragazzo vorrebbe andare in un'altra squadra: in quella di sempre non si trova più bene, non gioca mai, sta sempre in panchina ed è sempre più deluso e triste. Il padre lo comunica alla società. Peccato che quel modulo, firmato frettolosamente mesi prima non fosse solo un'assicurazione, ma anche un tesseramento, con un generico riferimento alla "normativa vigente sul vincolo degli atleti". Un vincolo che può impedire a Lorenzo di giocare in altre squadre per moltissimi anni.
 

Per cedere il cartellino, la società gli chiede "per prassi" 500 euro, cifra che la squadra dove il ragazzo vorrebbe trasferirsi non è disposta a pagare (si tratta di società sportive medio/piccole e di giocatori molto giovani, dilettanti, ancora da formare). L'unica alternativa, per garantire la serenità del figlio è che a pagare, alla fine, siano i suoi genitori.
Mario si sente preso in giro: È ridicolo – pensa – Lorenzo aveva solo tredici anni, non giocava naenche da titolare e poi gli hanno dato un prezzo!
Alla fine, tra discussioni, intimazioni e patteggiamenti che durano un anno, la cifra scende a 150 euro e si trova un accordo. In tutto questo tempo, però, il tredicenne non può scendere in campo con la nuova squadra perché non ancora formalmente svincolato.
 

Certo, ogni società sportiva è diversa dall'altra e ogni storia è una storia a se, ma di casi come questi ne ho sentiti e visti tanti. Capita infatti che, all'ombra del vincolo sportivo, la libertà dei ragazzi di fare sport si trasformi in un'occasione per monetizzare. Il vincolo, per i dilettanti, è previsto per tutti gli sport. Nel momento in cui si firma il cosiddetto cartellino, con alcune eccezioni previste dai vari regolamenti federali (uno diverso dall'altro), si accetta un vincolo che dura per anni (dai 14 ai 25 anni nel calcio). Tutta l'adolescenza, fino agli anni dell'università e anche oltre. Vuol dire che per tutto quel periodo, senza il consenso della società, i ragazzi non possono andare a giocare in un'altra squadra che fa parte della federazione. Si chiedono soldi alle famiglie degli atleti a fronte dello svincolo: pratica illegittima, sanzionabile come illecito disciplinare dal punto di vista sportivo ma, di fatto, praticata. Ho visto chiedere somme considerevoli per lo svincolo di un calciatore di 18 anni e ho visto ragazzi a cui veniva impedita la carriera o che addirittura, per questo, abbandonavano l'attività sportiva.
Il rischio, infatti, è che i ragazzi mollino e vadano a giocare in altre realtà che non fanno campionati nel Coni. Il che va anche bene, ma tolgono loro la possibilità di crescita sportiva. Alla fine a perderci sono sempre i ragazzi.

 

Alla base degli abusi c'è chiaramente una questione di soldi: in alcuni casi, magari si tiene davvero a un calciatore che si è formato ed è particolarmente promettente. Più spesso c’è la volontà di lucrare anche su ragazzi che vogliono solo divertirsi. Infatti, le società dilettantistiche potrebbero non applicare il vincolo, nonostante questo sia previsto dai regolamenti federali.
Diverso può essere, ad esempio, se arriva una squadra di serie A interessata a un giocatore. Allora vuol dire che si è lavorato bene e un riconoscimento può essere anche giusto. Ma se è vero che gli atleti vengono formati, è anche vero che è proprio grazie alla loro prestazione che si raggiungono certi risultati. Nel calcio, è previsto un "premio di preparazione" con cui si riconosce alla società che cede il giocatore il lavoro fatto negli anni, calcolato sulla base di parametri come l'età, gli anni di attività, etc. Una cosa ben diversa dal fare una scelta quasi ricattatoria, a spese del giocatore, chiedendo dei soldi come condizione necessaria per concedere lo svincolo.
Come avrete capito, io non sono del tutto contrario al vincolo ma, a livello economico, dovrebbe avvenire tutto tra società e con delle regole chiare, con dei parametri prestabiliti e non con la libertà di poter fissare "prezzi" in modo arbitrario. 
 

Nell'ambito di vari sport, arrivano richieste di una riforma da parte di famiglie e atleti. Un'annosa questione, difficile da risolvere. L’ordinamento statale riconosce l’ordinamento sportivo come autonomo e quindi non interferisce. Inoltre, chi governa la politica sportiva viene scelto proprio da quelle associazioni e società per cui il vincolo è un vantaggio. Se qualcuno si presenta a un’elezione del Coni o di una Federazione dicendo che abolirà il vincolo sportivo, probabilmente, nessuno lo voterà più. L'ordinamento sportivo è una sorta di fortino, che gode di una sua specifica autonomia ed è difficile da cambiare. È fatto di capisaldi consolidati negli anni, che si tiene molto stretti e il vincolo è proprio uno di questi: si sono spesi fiumi di parole ma alla fine non si è mai fatto niente perché, di fatto, è uno di quei paletti che permette al movimento sportivo, nel male e nel bene, di andare avanti.