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lunedì 26 febbraio 2018

L'INCREDIBILE AVVENTURA DI GIL PEREZ


Gil Perez, un soldato vissuto nel XVI secolo, fu membro della Guardia Civile filippina. Prestò servizio a  Manila, al palazzo del Governatore e condusse la tipica vita dei soldati del tempo. Prestava regolarmente le sue mansioni per il Governo, quanto meno fino al 24 ottobre 1593, giorno in cui svolgeva un turno di guardia.
La notte prima, Pirati cinesi avevano assassinato il governatore Gomez Perez Dasmarinas e le guardie sorvegliavano assiduamente il palazzo, nell’attesa che fosse  nominato un nuovo Governatore. Stanco, Gil si appoggiò a un muro socchiudendo gli occhi. Quando li riaprì, si trovò in un luogo sconosciuto. Non sapendo cosa pensare né come agire e trovandosi nei pressi di un palazzo governativo, pensò bene di continuare a montare la guardia. Fu avvicinato da uno sconosciuto che attirato dalla sua uniforme, di foggia diversa, iniziò a porgli alcune domande, rappresentandogli che si trovava a Plaza Mayor, a Città del Messico.
Gil Perez fu interrogato dalle autorità e raccontò come meglio poteva la sua storia; fece anche menzione dell’assassinio del Governatore di Manila. Nessuno gli credette: a Città del Messico non era ancora giunta la notizia della morte del Governatore. Tuttavia Gil, che indossava l’uniforme delle guardie del palazzo di Manila, fu arrestato ritenendo potesse trattarsi di un disertore o, peggio, di un servo del diavolo.
Due mesi dopo, una nave giunta dalle Filippine, portò la notizia della morte del governatore. Alcuni membri dell’equipaggio affermarono di conoscere Gil Perez, ma non sapevano che si  trovava a Città del Messico: l’ultima volta era stato visto, il 23 Ottobre, al Palazzo del Governatore, a Manila.
Stando così le cose, non senza perplessità, le autorità di Città del Messico decisero di rilasciare Perez, che da quel momento in poi, si presume, continuò a vivere una vita normale.
Alcune fonti affermano che la storia di Gil sia stata scritta subito e giace tuttora in qualche vecchio archivio della polizia di Città del Messico in attesa di essere ritrovata. Ma, in assenza di questo documento, è arduo stabilire se questa storia sia realmente accaduta o sia solo un racconto che si è tramandato nei secoli.

lunedì 19 febbraio 2018

MEN IN BLACK


Il primo a parlare di “uomini in nero” fu Albert K. Bender, un appassionato di paranormale di Bridgepoint (Connecticut) che nel 1952 fondò l’International Flying Saucer Bureau, di cui divenne membro l’ufologo Gray Barker. Barker, tra l'altro, fu colui che sparse la voce e creò il mito dei MIB.
In poco tempo la sua associazione arrivò a contare 1500 membri dislocati in ogni parte del mondo. Si occupavano di UFO, ma anche di fenomeni paranormali. In breve tempo, il suo archivio iniziò a riempirsi di fotografie, filmati e di vari reperti raccolti sui luoghi degli avvistamenti.
All’inizio di settembre del 1953 però accadde qualcosa che cambiò tutta la sua vita.
Bender ricevette un’insolita visita: tre uomini vestiti completamente in nero. I tre non andarono molto per il sottile e gli intimarono di  sciogliere la sua associazione. A quanto pare, furono molto convincenti perché l’uomo ne fu terrorizzato. Alcuni giorni dopo Bender seguì il “consiglio” degli uomini in nero e scrisse ai suoi soci queste parole: “Si consiglia a coloro che sono impegnati nel lavoro sui dischi volanti di essere molto cauti.”
Barker fece pressioni su Bender per capire perché mai l’uomo avesse chiuso l’associazione e addirittura avesse manifestato la decisione di non intraprendere più alcuna attività di ricerca. Alla fine, raccolse le informazioni in un libro dal titolo “They Knew Too Much About Flying Saucers”, in cui per la prima volta si parlava dei Men in Black.
Nel 1962 lo stesso Bender, spronato da Barker, scrisse un libro assieme a lui intitolato “Flying Saucers and the Three Men” in cui riprendeva il discorso degli uomini in nero e arrivava alla conclusione che fossero alieni venuti sulla Terra per procurarsi sostanze chimiche a loro indispensabili.
Il discorso dei MIB venne poi ripreso da molti ufologi, come i famosi contattisti George Adamski e George Hunt Williamson, che però tendevano a identificarli come “protettori” di un misterioso governo occulto.
 
 

A questo punto, per essere succinto, vi riporto uno dei casi più famosi ma anche uno dei più dettagliati.
Nel 1976 il fisico Herbert Hopkins viveva a Old Orchard Beach, nel Maine. Sebbene fosse uno scienziato, tra i suoi hobby figurava l’interesse per i dischi volanti. La sera dell’undici settembre gli giunse una telefonata molto strana: l’individuo si presentò come il rappresentante di un’organizzazione ufologica del New Jersey e gli chiese se aveva del tempo libero per discutere di alcuni casi di avvistamenti. Hopkins era molto contento di condividere delle informazioni e di riceverne altre, ma ad un certo punto gli fu posta una strana domanda: gli fu chiesto se fosse solo in casa e lui istintivamente rispose di sì.
Non fece nemmeno tempo ad abbassare la cornetta che l’uomo che lo aveva contattato bussò alla porta di casa!
“Anche se mi avesse telefonato dall’altra parte della strada o dalla porta accanto, non sarebbe riuscito ad arrivare così in fretta”. Disse Hopkins in un’intervista. Non ricordò come, ma l’uomo riuscì a convincerlo e a farlo entrare, nonostante il Dr. Hopkins fosse piuttosto inquieto.
“Indossava giacca e pantaloni neri, scarpe nere, calze nere, camicia bianca con una cravatta nera ed aveva anche una bombetta, nera. Persone vestite in quel modo non si vedono di frequente e pensai che fosse un becchino… Si sedette e si tolse il cappello. Era calvo come un uovo: non aveva né ciglia né sopracciglia. Era bianco come un cadavere, ma le labbra erano rosso brillante e la sua pelle sembrava quella di una bambola di plastica. La sua voce mi fece venire i brividi: parlava in modo inespressivo, ogni parola era scandita e non aveva alcun tono. Tutto ciò che diceva era meccanico e sembrava una sequenza di parole staccate, come se fossero state registrate su nastro da un computer.”
L’uomo vestito di nero chiese al dottor Hopkins di parlargli dei casi sui quali aveva investigato e di dirgli i nomi di eventuali colleghi delle sue ricerche.
“Se ne stava seduto senza fare il minimo movimento, con lo sguardo fisso sul mio volto e senza battere le palpebre. Aveva dei guanti di camoscio e ad un certo punto si è passato il dorso della mano sulla bocca lasciando una traccia rossa. Sulla sua guancia rimase una scia rossa e capii che aveva messo un rossetto. Poi ho notato che la sua bocca era una fessura senza delle vere e proprie labbra, come la bocca di un pupazzo… Lo strano individuo, prima di andarsene, lanciò questo oscuro messaggio: “La mia energia è agli sgoccioli, devo andarmene. Arrivederci“.
Soltanto quando l’ospite si allontanò barcollando, Hopkins trasalì, finalmente cosciente della stranezza di quella visita inaspettata. Dopo quell’inquietante incontro, preferì distruggere tutti i documenti che possedeva sugli UFO e per molti anni non raccontò nulla a nessuno. 
 
 
A parte alcune anomalie, la descrizione del misterioso visitatore coincide con quella dei famigerati Uomini in Nero o MIB, esseri esteriormente umani eppure chiaramente alieni che, pare, abbiano l’abitudine di minacciare i testimoni o gli studiosi degli UFO. Dalla fine degli anni ’50 il fenomeno MIB si è affiancato a quello degli avvistamenti generando un mito che ha dato vita a numerose pubblicazioni oltre che a diverse pellicole cinematografiche. Gli ufologi hanno studiato oltre trenta presunte visite di MIB. Sebbene in certi casi si tratti di individui pallidi come quello descritto da Hopkins, di solito i MIB hanno la pelle olivastra, gli occhi a mandorla e l'aspetto dello straniero. Anche se possono comparire da soli, di norma viaggiano in tre. Quasi tutti sono accomunati dal funereo abbigliamento fresco di bucato. Alcuni parlerebbero con inflessioni particolari, usando un linguaggio inappropriato, perché eccessivamente formale oppure insopportabilmente gergale.
In base alle testimonianze raccolte, i MIB sembrano degli automi e non si mostrano né cordiali né malvagi. Eppure, hanno un che di minaccioso. Alcuni, come quello che avrebbe fatto visita a Hopkins, mettono paura con la sola presenza, altri intimoriscono la vittima formulando oscure minacce, anche se nessuno si è mai lamentato di aver subito violenze. In ogni caso, il compito dei MIB sembrerebbe quello di scoraggiare la divulgazione di notizie di incontri ravvicinati o la raccolta di informazioni in merito. Una vecchia teoria, ormai desueta, li identificava con funzionari governativi decisi ad insabbiare la verità sugli alieni. Oggi sono in molti a pensare che le visite dei MIB non siano solo fantasie di complottisti, ma si tratterebbe di incontri reali vissuti da persone che, direttamente o indirettamente, sono state coinvolte in casi ufologici.

lunedì 5 febbraio 2018

TEMPLARI A QUALIANO




Templari a Qualiano? Non faccio riferimento all’epoca odierna, ma ad una traccia storica rinvenuta dall’Ing. Domenico Capolongo. Non ne ero a conoscenza, pertanto ringrazio il Sig. Gino Lamo per averla portata alla mia attenzione. Si tratta dell’atto di cessione, in enfiteusi perpetua, della domus Coliani, del 12 marzo 1325, che dall’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme passa alla regina Sancia, moglie di re Roberto d’Angiò. In esso è contenuto in un più ampio documento di confermazione apostolica, del 1° dicembre 1326, da parte di papa Giovanni XXII. Annotato nei Registri Vaticani, questo documento è ricco di numerose altre informazioni, delle quali, nella presente nota, trattiamo brevemente questa unica, ma interessante notizia che riguarda la presenza templare in Campania.



Poche settimane prima, esattamente il 13 gennaio 1325, con bolla magistrale, veniva nominato Priore di Capua Filippo de Gragnana, ed è proprio il nuovo Priore ad effettuare la vendita di questa domus, appartenente al suo Priorato, alla predetta Regina, rappresentata nell’atto dal suo procuratore Antonio de Neapoli.
La domus Coliani, ubicata in diocesi di Aversa, viene richiamata spesso nell’atto in forma semplice, ma in un punto del documento la sua descrizione si fa ampia e ricca di informazioni:



"... domum, locum et grangiam Coliani, que est dicti Hospitalis de Prioratu Capue, que fuit olim Templariorum, sitam infra finem Civitatis Neapolis et Averse, cum omnibus possessionibus, domibus, silvis incisoriis, aquis aquarumque decursibus et iuribus quibuscunque sistentibus in pertinenciis dicte domus, loci seu grangie in Civitatibus Neapolis, Averse et Puteoli seu pertinenciarum earum et alibi, ubicunque ad dictam domum, locum seu grangiam pertinentibus seu pertinere debentibus quoquo modo ..." 



Apprendiamo così, che questa domus appartenne al Supremo Ordine del Tempio, possedendo beni, non solo nella sua sede nominale, che è Colianum (dove aveva anche una chiesa, verosimilmente annessa alla domus) ma anche nelle città di Napoli, Aversa e Pozzuoli. Doveva, inoltre, essere davvero ricca, perché la Regina la pagò 1010 once d’oro, cioè 6060 ducati d’argento napoletani.
Il locus Coliani esiste ancora, altro non è che Qualiano, comune in provincia di Napoli, il cui centro abitato è ubicato esattamente in un incrocio stradale di notevole rilevanza; infatti, da esso si dipartono, in senso orario, la antica Via Campana, diretta a Pozzuoli, una seconda via verso il nord, cioè in direzione di Sessa Aurunca, una terza via che va a Giugliano e Aversa, e la quarta che punta direttamente su Napoli. Di queste quattro strade, almeno la prima, la terza e la quarta sono riferibili al reticolo viario romano-medievale di questa parte della Campania relativa al triangolo compreso tra le città di Napoli, Pozzuoli e Aversa.



Come per altri casi (Isernia ed Alife, ad esempio) la presenza templare riaffiora talora in documenti del secolo XIV, a pochi decenni dalla soppressione del Tempio, forse perché conviene ancora ai giovanniti precisarne la provenienza. Nel caso di Qualiano, con questa vendita la domus religiosa scompare dai beni di entrambi gli Ordini per diventare un banale feudo civile.

sabato 3 febbraio 2018

QUANTE EMOZIONI: UN CALCIO AD UN PALLONE


In una storia ipotetica, ma molto probabile, Mario accompagna suo figlio tredicenne, Lorenzo, (i nomi sono di fantasia), alla scuola della società sportiva con cui il ragazzo gioca da anni. Qualcuno dell'organizzazione arriva con un modulo da firmare: è per l'assicurazione – dice. Senza farsi troppe domande, sapendo quanto è importante essere assicurati e soprattutto, fidandosi della società, Mario, senza pensarci troppo, firma un modulo di "primo tesseramento atleti". Succede spesso: senza neanche saperlo, perché raramente si leggono i regolamenti prima di firmare e ci sono società che non brillano per trasparenza. Dopo tre mesi, a stagione iniziata, il ragazzo vorrebbe andare in un'altra squadra: in quella di sempre non si trova più bene, non gioca mai, sta sempre in panchina ed è sempre più deluso e triste. Il padre lo comunica alla società. Peccato che quel modulo, firmato frettolosamente mesi prima non fosse solo un'assicurazione, ma anche un tesseramento, con un generico riferimento alla "normativa vigente sul vincolo degli atleti". Un vincolo che può impedire a Lorenzo di giocare in altre squadre per moltissimi anni.
 

Per cedere il cartellino, la società gli chiede "per prassi" 500 euro, cifra che la squadra dove il ragazzo vorrebbe trasferirsi non è disposta a pagare (si tratta di società sportive medio/piccole e di giocatori molto giovani, dilettanti, ancora da formare). L'unica alternativa, per garantire la serenità del figlio è che a pagare, alla fine, siano i suoi genitori.
Mario si sente preso in giro: È ridicolo – pensa – Lorenzo aveva solo tredici anni, non giocava naenche da titolare e poi gli hanno dato un prezzo!
Alla fine, tra discussioni, intimazioni e patteggiamenti che durano un anno, la cifra scende a 150 euro e si trova un accordo. In tutto questo tempo, però, il tredicenne non può scendere in campo con la nuova squadra perché non ancora formalmente svincolato.
 

Certo, ogni società sportiva è diversa dall'altra e ogni storia è una storia a se, ma di casi come questi ne ho sentiti e visti tanti. Capita infatti che, all'ombra del vincolo sportivo, la libertà dei ragazzi di fare sport si trasformi in un'occasione per monetizzare. Il vincolo, per i dilettanti, è previsto per tutti gli sport. Nel momento in cui si firma il cosiddetto cartellino, con alcune eccezioni previste dai vari regolamenti federali (uno diverso dall'altro), si accetta un vincolo che dura per anni (dai 14 ai 25 anni nel calcio). Tutta l'adolescenza, fino agli anni dell'università e anche oltre. Vuol dire che per tutto quel periodo, senza il consenso della società, i ragazzi non possono andare a giocare in un'altra squadra che fa parte della federazione. Si chiedono soldi alle famiglie degli atleti a fronte dello svincolo: pratica illegittima, sanzionabile come illecito disciplinare dal punto di vista sportivo ma, di fatto, praticata. Ho visto chiedere somme considerevoli per lo svincolo di un calciatore di 18 anni e ho visto ragazzi a cui veniva impedita la carriera o che addirittura, per questo, abbandonavano l'attività sportiva.
Il rischio, infatti, è che i ragazzi mollino e vadano a giocare in altre realtà che non fanno campionati nel Coni. Il che va anche bene, ma tolgono loro la possibilità di crescita sportiva. Alla fine a perderci sono sempre i ragazzi.

 

Alla base degli abusi c'è chiaramente una questione di soldi: in alcuni casi, magari si tiene davvero a un calciatore che si è formato ed è particolarmente promettente. Più spesso c’è la volontà di lucrare anche su ragazzi che vogliono solo divertirsi. Infatti, le società dilettantistiche potrebbero non applicare il vincolo, nonostante questo sia previsto dai regolamenti federali.
Diverso può essere, ad esempio, se arriva una squadra di serie A interessata a un giocatore. Allora vuol dire che si è lavorato bene e un riconoscimento può essere anche giusto. Ma se è vero che gli atleti vengono formati, è anche vero che è proprio grazie alla loro prestazione che si raggiungono certi risultati. Nel calcio, è previsto un "premio di preparazione" con cui si riconosce alla società che cede il giocatore il lavoro fatto negli anni, calcolato sulla base di parametri come l'età, gli anni di attività, etc. Una cosa ben diversa dal fare una scelta quasi ricattatoria, a spese del giocatore, chiedendo dei soldi come condizione necessaria per concedere lo svincolo.
Come avrete capito, io non sono del tutto contrario al vincolo ma, a livello economico, dovrebbe avvenire tutto tra società e con delle regole chiare, con dei parametri prestabiliti e non con la libertà di poter fissare "prezzi" in modo arbitrario. 
 

Nell'ambito di vari sport, arrivano richieste di una riforma da parte di famiglie e atleti. Un'annosa questione, difficile da risolvere. L’ordinamento statale riconosce l’ordinamento sportivo come autonomo e quindi non interferisce. Inoltre, chi governa la politica sportiva viene scelto proprio da quelle associazioni e società per cui il vincolo è un vantaggio. Se qualcuno si presenta a un’elezione del Coni o di una Federazione dicendo che abolirà il vincolo sportivo, probabilmente, nessuno lo voterà più. L'ordinamento sportivo è una sorta di fortino, che gode di una sua specifica autonomia ed è difficile da cambiare. È fatto di capisaldi consolidati negli anni, che si tiene molto stretti e il vincolo è proprio uno di questi: si sono spesi fiumi di parole ma alla fine non si è mai fatto niente perché, di fatto, è uno di quei paletti che permette al movimento sportivo, nel male e nel bene, di andare avanti.