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domenica 24 settembre 2017

L'ULTIMO DINOSAURO


La criptozoologia fu fondata da Bernard Heuvelmans (Le Havre 1916 - Parigi 2001) dottore in zoologia presso la Libera Università di Bruxelles.
Con questo termine lui intendeva indicare quella ricerca sistematica di animali ancora sconosciuti di cui la scienza ufficiale non teneva conto e presso la quale questa ricerca non godeva di una buona reputazione.
Ma anche la scienza ufficiale ha le sue pecche. Tra tutti i casi di debacle assoluta delle cosiddette “certezze scientifiche” Heuvelmans amava citare in particolare la scoperta, avvenuta in Australia nel 1805, di un mammifero simile alla lontra ma con le zampe ed il becco d’anatra. Poiché inizialmente era giunta alla Società Zoologica di Londra soltanto la pelle di questo animale, imbalsamato, tutti pensarono ad uno scherzo dei soliti burloni ed abili falsificatori. Oltretutto seguirono voci, sempre provenienti dall’Australia, secondo cui quel mammifero deponeva le uova ed allattava i piccoli appena usciti dal guscio: era troppo! Buttata così la cosa, neanche l’evidenza avrebbe potuto far ricredere i custodi della tradizione scientifica su come stavano in realtà le cose. Dovettero passare infatti 67 anni prima che la scienza riuscisse a trovare la serenità d’animo e la lucidità necessaria per accogliere nel suo seno l’evidenza che l’ornitorinco esiste!
Proprio per evitare di cadere in convinzioni sbagliate, o giungere a conclusioni generiche, Heuvelmans invocava estrema cautela nella ricerca degli animali sconosciuti o arbitrariamente ritenuti estinti poiché, per quanto abbiamo detto, non si può escludere a priori che i plesiosauri, ritenuti estinti da 65 milioni di anni, siano in realtà ancora vivi.

 

Da un punto di vista prettamente scientifico, l'Africa è un autentico paradiso per i criptozoologi: questa meravigliosa terra, infatti, è una delle poche sul nostro pianeta che non ha subito le glaciazioni quaternarie: questa condizione potrebbe aver reso possibile la sopravvivenza di animali del passato estintisi negli altri continenti. Sul Continente Nero, inoltre, sono ancora presenti intricatissime foreste che potrebbero dar rifugio anche ad animali di grossa taglia.
Agli inizi del ‘900, infatti, in una foresta nella regione dell’Ituri, un territorio nel nord della Repubblica Democratica del Congo, l’uomo bianco avvistò per la prima volta quello che le tribù pigmee chiamavano da sempre Okapi, cioè un antenato della giraffa ritenuto estinto da 35 milioni di anni (dall’epoca dell’Oligocene) e indicato adesso col nome scientifico di Okapia johnstoni.
Sarebbe plausibile, quindi, poter scorgere, negli stessi luoghi, anche il Mokele Mbembe, una gigantesca creatura che, dalle descrizioni della popolazione locale, sembrerebbe molto simile a un diplodoco, un dinosauro erbivoro.
I primi resoconti furono forniti dallo zoologo James H. Powell che, mentre era intento a studiare i coccodrilli in Gabon, ebbe l'occasione di raccogliere molte testimonianze, da parte degli indigeni, circa un grande animale che si nasconde nelle acque più inaccessibili della jungla. Powell, incuriosito da questi racconti, decise di parlare con lo stregone di un villaggio sul fiume Ogovè, il quale gli disse che N'yamala (così veniva chiamata dagli indigeni di quel villaggio) era ghiotta dei frutti di una pianta chiamata 'cioccolato della jungla' che cresce sulle sponde dei corsi d’acqua. Lo zoologo mostrò allo stregone alcune foto di diversi animali come ippopotami ed elefanti, poi gli mostrò il disegno di un diplodoco e lo stregone lo riconobbe subito come la loro creatura sacra. In altre zone la creatura viene chiamata Mokéle Mbembe che tradotto significa letteralmente "Colui che ostacola il flusso dei fiumi" riferito probabilmente alla sua enorme mole.
 

Dai dati raccolti, questa misteriosa creatura sembrerebbe abitare le paludi del Likouala, un territorio estremamente vasto, fatto di foreste paludose a circa 800 chilometri dalla capitale del Congo, Brazzaville. La prima descrizione di questo animale, ci giunge dal lontano passato ad opera di un missionario francese, Lievain Bonaventure Poyart che, nel 1776, descrisse per la prima volta l'animale definendolo un ibrido fra un elefante, un leone e un ippopotamo, con un collo da giraffa e una lunga coda da serpente, le cui impronte misuravano 3 piedi (circa un metro).
Nel corso degli anni si sono avvicendate numerose testimonianze soprattutto da parte di esploratori. La zona del lago Tele, in Camerun, fu oggetto di parecchie spedizioni americane alla ricerca del Mokele Mbembe. Nel 1909, durante una spedizione alla quale prese parte il naturalista Carl Hagenbeck e il tedesco Hans Schomburgh, vennero raccolte molte testimonianze su un mostro metà elefante e metà drago. Nel 1913 vi fu un'altra spedizione ad opera del capitano Freiher von Stein zu Lausnitz che, recatosi in Africa per tracciare mappe dettagliate del Camerun e del Congo (all'epoca province tedesche), avvistò il Mokele Mbembe. Venne descritto come un animale poco più grande di un ippopotamo, con la pelle grigiastra e levigata che abitava le aree vicine ai fiumi Sangha, Ubangi e Ikelemba. Il manoscritto di von Stein recita: «Le descrizioni generali dei nativi convergono tutte su di un unico modello: l'animale è di colore bruno-grigiastro e possiede una pelle liscia, le sue dimensioni sono quelle di un elefante o perlomeno di un ippopotamo. Si dice che abbia un collo lungo e flessibile ed un solo dente, ma molto grande, alcuni dicono che si tratta di un corno. Alcuni parlano di una lunga coda muscolosa simile a quella dei coccodrilli. Le canoe che attraversano il suo territorio sono destinate ad affondare, l'animale attacca le imbarcazioni e ne uccide l'equipaggio, ma senza divorarne i corpi. Si dice che viva nelle grotte e che salga sulla riva in cerca di cibo, la sua dieta è completamente vegetale. Il suo cibo preferito mi fu mostrato, era una sorta di liana dotata di grandi fiori bianchi, una linfa lattiginosa ed un frutto simile per forma ad una mela che gli indigeni chiamano Malabo»

 

Nel 1920 venne organizzata una spedizione da parte dello Smithsonian Institute; dopo sei giorni le guide africane trovarono delle enormi impronte sulla sponda di un fiume e udirono strani ruggiti non assimilabili ad alcun animale conosciuto. Nel 1932 Ivan Sanderson, un criptozoologo americano, trovò delle tracce simili a quelle lasciate da un ippopotamo, in una zona dove non vivevano questi pachidermi: gli indigeni le identificarono come quelle del 'mgbulu-eM'bembe'.
Nel 1980 Powell, insieme al criptozoologo Roy P. Mackal, docente all'università di Chicago, guidò una nuova spedizione nei pressi del lago Tele. I due scienziati raccolsero numerose testimonianze nei pressi del fiume Likouala e anche se non trovarono il Mokele Mbembe, riuscirono a mettere insieme una descrizione abbastanza accurata e trovarono molti indizi, come strane impronte, solchi e passaggi nella vegetazione non attribuibili ad animali conosciuti. L'animale grazie al lungo collo, raccontano gli indigeni, sarebbe capace di raccogliere i frutti sulle sponde del fiume senza uscire dall'acqua. Un pescatore raccontò di essersi imbattuto nella creatura nel 1915. In quello stesso periodo, si narra che, i pigmei costruirono una barriera di pali posti all'ingresso del lago Tele poiché quelle creature stavano compromettendo la pesca, ma due Mokele Mbembe cercarono di sfondare la barricata e uno venne ucciso. Coloro che ne mangiarono le carni morirono avvelenati.
Un'altra spedizione sul lago Tele venne organizzata, sempre nel 1980, dagli americani Herman Regusters e sua moglie Kia, che nei pressi del lago avvistarono una creatura lunga una decina di metri. I coniugi la fotografarono, tuttavia il soggetto di questa foto è incerto.

 

Nel 1981, la spedizione formata da J. Richard Greenwell, Justin Wilkinson, Roy Mackal e lo zoologo congolese Marcellin Agnagna dello zoo di Brazeville, partì alla volta del fiume Likouala. Lì gli esploratori sentirono i richiami di un grosso animale poi avvistato nelle acque vicino Epena; inoltre trovarono una serie di strane impronte e una pista di rami spezzati. Due anni più tardi, nel 1983, Agnagna tornò sul lago Tele e riferì di aver visto personalmente la creatura. Secondo il suo racconto, lo zoologo vide qualcosa che si muoveva nell'acqua a circa 300 metri di distanza, dunque cercò di avvicinarsi addentrandosi nella palude. Riuscì a distinguere la testa e il collo dell'animale. Descrisse la testa come rossastra, con occhi ovali e un naso sottile. Il dorso era scuro e lucido, lungo circa quattro metri. Agnagna scattò diverse foto ma, a causa dell'eccitazione del momento, non si accorse di aver dimenticato di togliere il copriobiettivo. Lo zoologo affermò che l'animale era un rettile sconosciuto alla scienza.
Per vedere il primo video del Mokele Mbembe bisognò aspettare il 1987. Fu realizzato da una spedizione giapponese intenta a realizzare un documentario sulle foreste africane. Mentre la troupe sorvolava il lago Tele con un piccolo aereo da turismo, avvistò qualcosa che si muoveva nell'acqua. Il cameraman cominciò subito a riprendere: l'animale si spostava abbastanza velocemente lasciandosi dietro una scia, si riusciva anche ad intravedere un collo e una testa, tuttavia la definizione del video non permette un analisi accurata. Realizzarono un video di circa 15 secondi, dopodiché la creatura si immerse.

 

Il 1992 vide protagonista William Gibbonsche, accompagnato dall'esploratore Rory Nugent, sulle tracce del Mokele Mbembe. Esplorarono gran parte del fiume Bai e dei laghi Fouloukuo e Tibeke, vicini al lago Tele. Riuscirono a scattare due interessanti fotografie sull'ormai famoso lago Tele, di cui una abbastanza convincente che potrebbe mostrare la testa del Mokele Mbembe. La scarsa nitidezza dell'immagine lascia comunque perplessi.
Ritenere che questa creatura sia solo una leggenda sarebbe superficiale: le numerose testimonianze raccolte dalle tribù che vivono nelle foreste inesplorate del continente nero confermano la reale esistenza di questo animale. Le descrizioni fornite dai testimoni concordano sulle sue caratteristiche peculiari, cioè collo lungo e corpo robusto, quattro zampe tozze e coda possente. Questa descrizione farebbe pensare ad un sauropode di piccole dimensioni, tesi avvalorata anche dalle impronte a tre dita, caratteristiche dei dinosauri, rinvenute in varie occasioni. Inoltre, sono state spesso mostrate ai pigmei che vivono in quella zona, disegni di dinosauri ed essi li hanno subito riconosciuti come il Mokele Mbembe e i pigmei non hanno modo di studiare i fossili preistorici, l'unica spiegazione è che abbiano davvero visto qualcosa di simile.
Il mistero, per ora, permane, ma sono in programma altre spedizioni: non sappiamo cosa ci riserva il futuro.