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martedì 19 settembre 2017

CREATURE LEGGENDARIE


Occasionali voci provenienti dall’Asia centrale ci tramandano storie di esseri antropomorfi ricoperti da una folta peluria. Sono molti i nomi con cui  le popolazioni locali li designano, poiché in questa vasta regione si parlano molte lingue. In Mongolia li chiamano Almas e sono considerati una specie umana inferiore. Fu un aristocratico bavarese, Hans Schiltberger, fra i primi europei a fornire una descrizione degli Almas.
“Sulle montagne vive un popolo selvaggio che non ha nulla in comune con la razza umana – scrisse Schiltberger nel 1400 – il corpo di questi esseri è ricoperto di pelo. Soltanto le mani e la faccia ne sono prive. Si aggirano in mezzo alle alture nutrendosi di fogliame ed erba e di quant’altro trovano. Il Signore di questi territori donò a Egidi (Principe mongolo n.d.r.) una coppia di questi esseri catturati nei boschi, insieme a tre piccoli cavalli delle dimensioni di un asino.”
È proprio l’accenno a questi piccoli equini che conferisce maggior credibilità al suo racconto. Infatti, nel 1871 un esploratore russo, Nikolai Przewalski, durante una spedizione compiuta in mongolia, udì i racconti che parlavano degli uomini selvaggi e inoltre, riportò con se alcuni cavallini selvaggi: probabilmente della stessa razza di quelli descritti da Schiltberger, che oggi sono chiamati comunemente cavalli di Przewalski.

Alcuni studiosi sia Russi, sia Mongoli, hanno continuato a interessarsi alla questione degli Almas: le descrizioni che hanno ottenuto sono in genere moto simili. Questi primati sarebbero di statura media (m. 1,70) e coperti di un fitto pelame scuro. Le braccia, lunghe, arrivano fino al ginocchio, le spalle sono curve, il torace stretto. Camminano tenendo le ginocchia flesse e corrono goffamente, ma abbastanza velocemente da non lasciarsi catturare. Hanno la fronte sfuggente con la cresta ossea immediatamente sopra gli occhi. La mandibola è pronunciata, ma priva di mento. I piedi sono larghi, con le dita divaricate e l’alluce, più piccolo che nell’uomo, si trova distante dalle altre dita. Le mani, invece, sono molto simili alle nostre. Sembra abbiamo abitudini notturne ed evitano accuratamente ogni contatto con gli uomini sebbene, di tanto in tanto, vengano avvistati nelle vicinanze di qualche fattoria: apprezzano i campi di grano.
Ogni tanto si sente dire che un Almas è stato catturato. Nel 1910 uno zoologo russo V. A. Khaklov, riportò le asserzioni di un mandriano il quale gli confermò di aver osservato una femmina della specie che era stata catturata dagli agricoltori, tenuta in cattività per qualche tempo e infine liberata.
 
Più strabiliante è la storia di Zana, una femmina di Almas che, pare, visse nel XIX secolo come schiava in una fattoria del Caucaso. Si ignora come fosse stata catturata e quante volte avesse cambiato padrone. Alla fine, un certo Edgi Genaba l’aveva condotta in catene nella sua fattoria, sulle rive del fiume Movki e l’aveva chiusa in un recinto. Sulle prime, si era dimostrata feroce e violenta, tanto che nessuno osava entrare nello stabbio e la nutrivano gettandole del cibo oltre il muro. Dopo tre anni di reclusione, si era ammansita abbastanza da poter essere spostata all’interno di uno steccato e di lì a poco le avevano consentito di muoversi liberamente. Aveva la pelle scura e ricoperta di un pelame nero rossiccio, una massa nera e ispida di capelli le scendeva dal capo come una criniera. La faccia era spaventosa: i denti, simili a zanne, spiccavano sulle mascelle robuste. Aveva alti zigomi e il naso schiacciato. Era vigorosissima.
Zana non imparò mai a parlare: emetteva unicamente dei borbottii indistinti. Col tempo apprese a svolgere varie mansioni, ma poteva lavorare solo all’aperto perché non sopportava di stare al chiuso in ambienti riscaldati. Nel 1964 lo storico russo Boris Porshnev visitò il luogo in cui era vissuta Zana sperando di riuscire a ottenere notizie di prima mano dalla gente del posto. Porshnev parlò con molti anziani che asserivano di averla conosciuta e di essere stati al suo funerale, ma la cosa più eclatante fu, senza dubbio, la visita che egli fece a due presunti nipoti di Zana.
Zana, per quanto sembri incredibile, sarebbe rimasta incinta più volte, a quanto pare, con uomini diversi. La gente del villaggio gli aveva sottratto i piccoli affinché crescessero in famiglie del posto. In tal modo sarebbero sopravvissuti due maschi e due femmine. I mezzosangue erano normali nell’aspetto tranne che per il colorito, assai più scuro. Avevano imparato a parlare e a comportarsi normalmente, ma erano indocili e ribelli. Il più giovane dei maschi, Khvit, lavorava nei campi e chi lo conobbe lo descrisse come robustissimo, un tipo con cui era difficile trattare, sfrenato e turbolento. Porshnev riferì di aver incontrato, pochi anni dopo la morte di Khvit, i suoi due figli.
“Non appena vidi i nipoti di Zana, fui colpito dal loro aspetto negroide e dalla pelle molto scura – scrisse – I muscoli mascellari di Shalikula, il maschio, erano straordinariamente sviluppati: riusciva a sollevare con i denti una seggiola con un uomo seduto sopra.”

Impiegò gli anni successivi a cercare i resti di Zana nel cimitero della famiglia Genaba. Riuscì a trovare parte delle spogli, vagamente neandertaliane, di quello che parrebbe uno dei figli di Zana, ma di lei nessuna traccia. Porshnev si convinse che gli Almas sono gli ultimi sopravvissuti degli uomini di Neanderthal, ritenuti estinti circa quaranta milioni di anni fa e reputati come una specie umana affine alla nostra. La presunta affinità significa che l’uomo di Neanderthal e gli altri uomini avrebbero potuto dar vita a un incrocio, anzi sembra provato che i Neanderthaliani non si estinsero, ma si fusero con la specie umana predominante.
Negli anni ottanta del millenovecento, Marie Jeanne Koffmann, anatomista e alpinista russa, dedicò molti dei suoi anni a raccogliere ed analizzare notizie sugli Almas. Ne dedusse che, per effetto delle pressione demografica, nel Caucaso, la popolazione degli Almas  si stava già avviando rapidamente all’estinzione.
“Gli avvistamenti, una volta molto frequenti, sono diventati rari. Fra non molto – scrisse – gli Almas potrebbero aggiungersi al cavallo di Przewalski nell’elenco delle specie selvatiche scomparse.”
Quale sia il loro destino, gli Almas costituiscono un enigma avvolto ufficialmente nello scetticismo e nella segretezza tipicamente sovietica. E quand’anche ci fosse una prova tangibile della loro esistenza, fosse anche un cadavere o un esemplare vivo in cattività, il resto del mondo lo ignora.