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sabato 10 giugno 2017

L'ANFORA - PARTE I

 
 
L’ANFORA
 
 
  
… bello primo Poenico Atilium Regulum consulem in Africa castris apud Bagradam flumen positis, proelium grande atque acre fecisse adversus unum serpentem in illis locis stabulantem inusitatae inmanitatis, eumque magna totius exercitus conflictione balistis atque catapultis diu oppugnatum, eiusque interfecti corium longum pedes centum et vigenti Romam misisse.



Perché veniamo al mondo e qual è lo scopo della nostra esistenza? Si dice che ognuno di noi compie un percorso, ma alla fine cosa rimane? Di certo, rimangono le nostre storie. Storie di vite vissute, storie d’amore, storie d’avventure. Alcune di queste storie sono state scritte, sono diventati dei romanzi, dei racconti famosi; ma molte altre meriterebbero di essere narrate. Certo che è strana la vita, perché questa è una di quelle storie che non doveva essere narrata: lui, aveva deciso di non raccontarla mai, a nessuno. Chi era?Lo chiamerò Gennaro, anche se il suo nome era un altro. Di lui dirò solo, che amava scegliere i suoi amici: non era facile legare con Gennaro e neanche posso dire che c’era gente che moriva dal desiderio di conoscerlo. Non so perché, né come riuscii ad essergli simpatico, credo che il nostro rapporto, sempre frammentario, si costruì a poco a poco. Il nostro comune amore per l’antichità, l’ammirazione per i popoli del passato, per gli Etruschi in particolar modo, fecero si che si arrivasse ad una reciproca comprensione, che fu fiducia prima che amicizia. A suo modo era un professionista, una persona abile nell’esercitare un "mestiere" molto particolare. Era un uomo di parola e fu così che un giorno, per tener fede ad una promessa, m’invitò a casa sua. Mi mostrò un vaso, bellissimo, una piccola anfora di pregiata fattura, di cui mi aveva già parlato e mi narrò del suo ritrovamento. La sua storia aveva dell’incredibile; io ve la riporto fedelmente, così come mi fu raccontata.
 
 


A notte inoltrata, percorrevamo le strade oscurate e deserte del paese. La pioggia, scendeva scrosciante e l’unica spazzola del tergicristallo faticava a tenere il vetro terso. I fari di un’auto produssero sulle gocce incollate al parabrezza in uno scintillio abbagliante. Poi, per un attimo il buio sembrò più fitto, fintanto che la vista non si riadattava. Sfortunatamente, proprio in quell’attimo, qualcuno, uscendo da un vicolo, irruppe sulla carreggiata. Vidi un’ombra e per un riflesso condizionato sterzai evitando che succedesse l’irreparabile.
L’individuo, si era riparato dalla pioggia battente tirando su la giacca fino a coprirsi il capo, così facendo aveva completamente perso la visuale laterale e neanche ci aveva sentiti arrivare, perché il rumore del piccolo motocarro era stato coperto dal rombo dell’auto che avevamo appena incrociato. Capimmo subito che il mezzo lo aveva solo sfiorato, ciò nonostante era ruzzolato a terra. Accostai e scendemmo. Prestammo soccorso all’incauto pedone che pareva avesse difficoltà ad alzarsi. Non senza stupirci, riconoscemmo Antonio: ora che la giacca era calata normalmente sulle spalle potevamo vederlo in volto. Lui invece, non sembrò riconoscerci: il suo alito puzzava di vino e non si reggeva un gran che sulle gambe. Lo alzammo di peso rimettendolo in piedi ma lui, invece di ringraziarci, inveì contro di noi con frasi sconnesse. Ci cacciò via a forza di bracciate e di ingiurie, per poi tentare di allontanarsi: casa sua era lì vicino. Barcollava: lo afferrammo di nuovo, prima che ricadesse a terra. Poi udimmo una porta che si apriva e la voce di Maria, sua moglie: - Madonna mia! Ma come, sei ubriaco fradicio? Dove sei stato per tutto questo tempo? –
Lo accompagnammo dentro e l’aiutammo a stendersi sul letto.
- Gennaro, grazie – disse Maria - Ero preoccupata, ma dove lo hai ritrovato?
- Veramente era qui fuori. Non ho idea di dove sia stato: lo abbiamo cercato per tutto il tempo.
La faccia bagnata dalla pioggia, la stanchezza dipinta sul volto. Carlo, come me, sembrava voler dire: per oggi ne ho avuto abbastanza.
- Andiamo. Ti accompagno – gli dissi - dormiamoci su, che domani dovrò raccontarti un paio di cose.
Salutammo Maria e ci avviammo verso il motocarro.
 
Carlo era un brav’uomo capì che, al momento, non avevo alcuna voglia di parlare. Sorrise, e senza aggiungere altro, prese posto con me in cabina: partimmo alla volta di casa.
Durante il viaggio ebbi modo di riflettere su quello che era successo.
Tutto ebbe inizio in una tranquilla giornata d’inverno. C’eravamo appena messi a tavola, giusto il tempo di ingoiare qualche boccone, quando qualcuno bussò alla porta. Nunzia, mia moglie, si accorse che avevo assunto un’aria scocciata, ma bisognava aprire anche se era il momento meno opportuno. Appoggiò la forchetta sul bordo del piatto, si pulì rapidamente le labbra con il tovagliolo, si alzò ed andò ad aprire: si trovò di fronte Maria. Era turbata, con il fiato corto riuscì solo a proferire: - tuo marito, Gennaro è in casa? –
- Sì – rispose lei, perplessa.
Maria entrò senza indugio, sentii i suoi passi, mentre attraversava in fretta il piccolo corridoio, seguita a ruota da Nunzia; la cui perplessità era ormai mutata in preoccupazione.
- Antonio non è tornato! – Esclamò, non appena mi vide.
- Non so dove sia, tuo marito.
Attesi che Maria dicesse dell’altro, perché, ne ero certo, c’era molto altro da dire.
Nunzia la invitò a sedersi. Maria lo fece in modo istintivo: gli premeva essere ascoltata.
 
 
- E’ "uscito" questa notte e non è ancora rincasato. Lo abbiamo cercato per tutto il paese, ma nessuno lo ha più visto da ieri sera: vado dai Carabinieri!
- Maria, calmati. Raccontami tutto, poi decideremo il da farsi. Niente Carabinieri, almeno per il momento. Andrò a cercarlo, ma non ho idea di dove sia andato. Se aveva in mente qualcosa non me lo ha detto. Forse aveva un segreto di cui non voleva mettermi al corrente.
- Mi ha rivelato che aveva fatto una scoperta: diceva che saremmo diventati ricchi.
- Una tomba?
- Molto di più.
- Aveva ritrovato un’antica città sepolta.
- Ma, allora lo sai?
- Aveva parlato di un ritrovamento, ma era ubriaco e così la gente aveva finito per ridere della sua storia assurda.
- Era tormentato. Non riusciva più neanche a dormire: diceva che doveva tornare laggiù e prendere quell’anfora.
- Era spaventato?
- Sì. Almeno all’inizio. Tu lo sai, non è un uomo che si spaventa facilmente, altrimenti avrebbe cambiato mestiere! Ma quella notte ritornò sconvolto.
- Al bar raccontò che aveva ritrovato un vaso. Splendido! Ricco d’ornamenti e raffigurazioni. Riposava da millenni ai piedi di un altare, ma quando si avvicinò per prenderlo udì un sibilo terribile, che gli fece gelare il sangue. Poi, notò, con orrore che il pavimento si muoveva e scappò via.
- Ridesti di lui?
- Mi ha raccontato storie anche più strane e non era neanche ubriaco! Gli piaceva raccontare e a volte, credo, mescolasse sapientemente realtà e fantasia.
- Non questa volta.
- Era solo, la luce era fioca i nervi tesi: chi può dire cosa ha veramente visto o sentito.
- Su certi posti aleggiano strane leggende, ma lui non si faceva impressionare: non ha mai avuto paura. E’ scappato di fronte ad un pericolo reale!
- Ho sentito parlare di certi meccanismi che dovrebbero tutelare l’integrità di tombe antiche. – Le dissi, in tono rassicurante.
- Possono uccidere? – Chiese lei con apprensione.
- Deve aver scoperto qualcosa di molto importate – continuai, cambiando argomento.
- Cosa te lo fa pensare?
- E’ andato da solo, senza di me. Non mi ha messo al corrente di nulla…
Lasciai lì la frase, come in sospeso: era un invito a parlare. Ma, toccava a lei decidere.
Maria ebbe un attimo d’esitazione. Era cosciente del fatto che poteva raccontare quel che sapeva solo se suo marito fosse stato davvero in pericolo; altrimenti avrebbe avuto dei guai. Si rese conto che doveva fidarsi. Meglio chiedere aiuto a me che ai Carabinieri.
- Sono certa che è nei guai. - Disse infine, senza esitare.
- Dimmi di più. – La esortai.
- Era tormentato dal fatto di non aver preso neanche quell’anfora, si sentiva in colpa perché era scappato: doveva ritornare laggiù.
- Laggiù, dove?
- Nell’Antro del Purgatorio – disse Maria tutto di un fiato!
- Pazzesco! - Esclamai – Nonostante la leggenda, non c’è nulla laggiù. Si sono calati in molti ed anche noi siamo scesi più volte senza mai trovare nulla di rilevante, solo caverne scavate dall’acqua. Quello è solo un inghiottitoio!
- Ne era convinto anche lui, finché degli speleologi non ritrovarono quel medaglione con il Drago!
- Maria, in quel buco, la gente vi ha buttato di tutto, per secoli: c’è una montagna di detriti! E quello che non ci ha buttato la gente l’ha portato l’acqua.
- Ha scoperto qualcosa ed è tornato lìstanotte, ne sono certa, per prendere quell’anfora e dimostrare a se stesso che non è un vigliacco! Ora è in pericolo, lo sento, è bloccato laggiù!
- Chi altro sa di questa storia?
- Nessuno. Ma se tu non mi aiuti…
-Andrò a cercarlo. – Poi rivolgendo lo sguardo a mia moglie, aggiunsi – lui lo avrebbe fatto per me.