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domenica 30 aprile 2017

ATLANTIDE

"Al di là di quello stretto di mare chiamato Le Colonne d'Ercole, si trovava allora un'isola più grande della Libia e dell'Asia messe insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole, e da queste isole alla terraferma di fronte (...). In quell'isola chiamata Atlantide v'era un regno che dominava non solo tutta l'isola, ma anche molte altre isole nonché alcune regioni del continente al di là: il suo potere si spingeva, inoltre, al di qua delle Colonne d'Ercole; includendo la Libia, l'Egitto e altre regioni dell'Europa fino alla Tirrenia".

A parlare è Crizia, parente del filosofo Platone (Atene 428-27 348-47 a.C.), il quale racconta che un secolo prima, nel 590 a.C., il legislatore Solone si era fermato nella capitale amministrativa dell' Egitto, Sais. Qui aveva cercato di impressionare i Sacerdoti di Iside illustrando le antiche tradizioni greche, ma uno di loro aveva sorriso, affermando che quello greco era un popolo fanciullo nei confronti di un altro su cui gli Egizi possedevano molta documentazione scritta. Secondo il sacerdote egiziano, una civiltà evoluta era esistita per secoli su "un'isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme" l'isola era stata distrutta novemila anni prima da un immane cataclisma insieme a tutti i suoi abitanti.

British Museum, Londra. Qui in una biblioteca sono stati riesumati dei documenti che permettono di costruire un’ipotesi stupefacente. Correlando recenti scoperte scientifiche con vecchi manoscritti e carte dimenticate da tutti, alcuni studiosi sono arrivati ad una conclusione inattesa: ciò che resta di Atlantide sarebbe sepolto sotto i ghiacci dell’Antartico da più di 12.000 anni. Dunque, Atlantide non è da ricercarsi sotto i mari né, come molti pensano, nell’Oceano Atlantico, nel Mediterraneo o addirittura sepolta sotto il deserto del Sahara.
Secondo Platone, Atlantide fu effettivamente distrutta da un cataclisma 9.600 anni prima di Cristo. Ma Platone non è il solo a riportare questo fatto. Le leggende degli indiani d’America, la mitologia orientale e anche la Bibbia parlano della scomparsa improvvisa di una terra favolosa e lontana a seguito di un’inondazione.

Nel 1953 il geologo Charles Hapgood espose una teoria tanto controversa quanto affascinante. Egli riteneva che la crosta terrestre fosse repentinamente scivolata sul mantello di lava sottostante. Secondo i suoi calcoli, 12.000 anni fa l’Antartide si sarebbe trovato circa 3.200 km più a nord presentando per buona parte del continente un clima temperato e quindi adatto allo sviluppo di una civiltà.
Tutti conoscono la teoria della "Deriva dei Continenti" ma, secondo i dati attualmente disponibili, la crosta terrestre non si muoverebbe a più di una decina di chilometri ogni un milione di anni. Hapgood, però, suggeriva movimenti di ben altra portata ed in particolare una deriva improvvisa e uniforme della crosta terrestre.
Questa teoria colpì molto l’opinione pubblica dell’epoca, tant’è che addirittura Albert Einstein scrisse ad Hapgood dicendo che le sue argomentazioni avevano molto valore e che pensava che quest’ipotesi fosse corretta.

Ciò che sconcerta, nella teoria di Hapgood, è questa deriva improvvisa della crosta terrestre che, a suo dire, sarebbe mossa solo dal peso dei ghiacciai cresciuti in modo abnorme durante tutta l’era glaciale. Credo di aver trovato una spiegazione più convincente in un altro libro nel quale l’autore, chiamando in causa forze ben più potenti, attribuisce questo immane spostamento ad un evento cosmico. Egli sostiene che un corpo celeste di notevoli dimensioni abbia impattato contro la Terra. Come avrebbe fatto il nostro pianeta a non rimanerne completamente distrutto? La Terra è sopravvissuta poiché avrebbe preso il colpo di striscio. Possiamo immaginare che le conseguenze siano state catastrofiche, ma il pianeta si è salvato. Le conseguenze sarebbero ancora sotto i nostri occhi visto che l’astro che ci ha colpito avrebbe poi perso gran parte della sua energia cinetica, rallentando e rimanendo intrappolato nell’orbita terrestre. Una teoria assurda? No, è una delle tante ipotesi sulla nascita della Luna (in quanto forti indizi fanno oggi pensare che, un tempo, la Luna non c’era). Non sappiamo se questo evento sia veramente accaduto,non vi sono prove, ma tutta una serie di indizi tenderebbe a dimostrarlo. Una parte della superficie lunare si sarebbe fusa al contatto con la Terra e raffreddandosi avrebbe formato una vasta piattaforma liscia e uniforme. Noi vediamo una Luna tutta butterata, ma la sua faccia nascosta presenta le caratteristiche che ho appena citato. Non solo, ma sarebbe stata raschiata via una gran quantità di crosta terrestre e, guarda caso, le analisi della superficie lunare hanno dimostrato che è composta dagli stessi elementi leggeri presenti nella crosta terrestre. E sulla Terra? Sulla Terra l’enorme ferita sarebbe stata subito riempita dal mare, formando un oceano di 180.000 Kmq, più vasto di tutte le terre emerse, con una profondità tale che in un punto (abisso Challenger) raggiunge gli 11.000 metri! Un oceano che noi chiamiamo Pacifico.

Se una civilizzazione avanzata come quella di Atlantide è esistita 10.000 anni prima di Cristo, è possibile che gli Atlantidei abbiano previsto il cataclisma e che si sia ricorso allo sgombero della popolazione? E possibile che alcuni superstiti abbiano cercato rifugio in altre località? - È proprio l’argomento di cui tratta "IL SIGNORE DELLE AQUILE" - Forse non è un caso se le prime civiltà e soprattutto l’agricoltura siano apparse contemporaneamente in luoghi diversi e molto distanti tra loro. E’ possibile, invece, che i superstiti di Atlantide abbiano contribuito, con le loro conoscenze, alla nascita di queste nuove civiltà.
È molto probabile, inoltre, che i superstiti abbiano, nella loro fuga, portato con se alcuni oggetti. Nel 1956, Hapgood ebbe tra le mani una vecchia carta marittima, disegnata nel 1513 e appartenuta all’ammiraglio turco Piri Reis (Cfr. i post "Flying saucers from outer space" e "I FIGLI DI DIO: GLI ANGELI") Hapgood fu sorpreso della precisione con cui era raffigurata la costa orientale del Sudamerica, completata in un’epoca in cui questa parte del mondo era ancora semi sconosciuta. Ma il vero shock arrivò quando si accorse che sulla carta erano disegnate le coste dell’Antartide (prive di ghiaccio) poiché questo continente fu scoperto soltanto nel 1820, tre secoli più tardi! Quando l’aviazione statunitense comparò la carta di Reis ai rilevamenti geologici dell’Antartico del 1949, constatarono incredibilmente che i confini, mappati servendosi di un sofisticato geo-radar, erano pressoché identici! La precisione dei dati che appaiono su questa carta resta tutt’oggi un mistero se teniamo conto delle conoscenze geografiche del 1513. In un secondo momento, Hapgood scovò una seconda carta geografica sorprendente, quella di Oronzio Fineo datata 1531. Tutto l’Antartico vi appariva con numerosi dettagli, come la posizione delle montagne, pianure e fiumi. Queste mappe erano forse copie di un’eredità lasciata dal popolo di Atlantide?

L’esistenza di un’antica civiltà tecnologica permetterebbe di spiegare l’origine di monumenti diffusi nel mondo intero e costruiti per mezzo di tecniche così avanzate per quei tempi che sfidano ogni spiegazione razionale. 
A titolo di esempio, citeremo le piramidi d’Egitto, che sembrerebbero più antiche. Infatti, secondo recenti studi geologici, pare che la Sfinge sia molto più antica di quanto si pensasse. Ne testimoniano le tracce di un’erosione legata necessariamente a diluvi che si potevano verificare in quel luogo oltre 10.000 anni fa. La disposizione delle piramidi, inoltre, traccia uno schema che corrisponde esattamente a quello celeste della cintura Orione, così come appariva nel 10.450 avanti Cristo.
Dobbiamo credere che siano solo coincidenze?

A PASSEGGIO CON IL CANE

Non tutti i proprietari lo sanno, ma portare il cane a spasso comporta diversi obblighi. Sai cosa dice la legge? Bisogna raccogliere le feci, nelle aree urbane e nei luoghi pubblici, il guinzaglio non deve essere più lungo di 1.50 m. e se il tuo miglior amico aggredisce qualcuno potresti risponderne penalmente.
La passeggiata a sei zampe è un piacere imparagonabile, ma può trasformarsi in un incubo se qualcosa dovesse andare storto e non hai seguito gli obblighi dettati dalla legge. Ricorda: il responsabile sei tu!

"Il mio cane è buonissimo, non fa niente". Mai dire mai: per chi, come me, ha un cane di grossa taglia, ma anche per chi ha un cane piccolo, sarebbe opportuno stipulare un'assicurazione. Il proprietario di un cane, infatti, è sempre responsabile del benessere, del controllo e della conduzione dell'animale e risponde, sia civilmente sia penalmente, dei danni o lesioni a persone, animali e cose provocati dall'animale stesso anche se questo risulta smarrito o fuggito. Poco cambia, se stai portando fuori il cane del vicino perché, anche in questo caso, ne assumi pienamente la responsabilità e hai gli stessi obblighi del proprietario. In caso di condanna al risarcimento, hai il diritto di regresso nei confronti della persona che aveva in cura il cane.

Chi lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi o ne affida la custodia a una persona inesperta, ad esempio ai bambini o persone incapaci di contenere l’eventuale aggressività del cane, per esempio una persona esile alle prese con un cane di grossa taglia, ne risponde penalmente. In queste ipotesi la sanzione amministrativa varia da 25 a 258 euro. La stessa sanzione è prevista per chi aizza o spaventa animali, in modo da mettere in pericolo l'incolumità altrui.

La legge obbliga i proprietari dei cani ad adottare delle precauzioni per evitare danni a cose e persone:
  • nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, il cane deve essere condotto con un guinzaglio non più lungo di 1.50 metri. Se stai utilizzando il guinzaglio allungabile devi bloccarlo;

  • se sei in un'area cani puoi togliere il guinzaglio;

  • la museruola non deve essere sempre indossata dal cane, ma il proprietario deve portarla con sé per potergliela mettere in caso di rischio per l'incolumità di persone o animali oppure su richiesta delle Autorità competenti;

  • il cane deve essere affidato a persone in grado di gestirlo correttamente. Informati sulle caratteristiche fisiche ed etologiche del tuo cane, assicurati che il cane abbia un comportamento adeguato sia con le persone sia con gli animali e in caso di dubbi o necessità, chiedi aiuto a un educatore cinofilo.

  • Ultimo, ma non per importanza e non meno scontato: raccogli le feci e porta sempre con te i sacchettini o la paletta. Nel caso non lo facessi le sanzioni variano da 50 a 500 euro.


Non dimenticarti del suo benessere. Devi essere in grado di riconoscere i segnali di disagio o aggressività e dovrai intervenire, anche con l’aiuto di esperti, in maniera appropriata e tempestiva.

martedì 25 aprile 2017

STRISCE BLU

In tema di parcheggio nelle strisce blu, gli organi d'informazione hanno dato ampio risalto a una sentenza della Cassazione, con specifico riferimento alla sosta a pagamento e a tempo. Nella fattispecie, il ricorrente (contravvenzionato dalla Polizia Municipale per aver pagato il ticket per la sosta della propria auto nelle strisce blu, ma solo per l'ora precedente a quella dell'accertamento) sosteneva che chi paga il ticket, ma non integra il versamento per le ore successive, non incorrerebbe in alcuna violazione del Codice della Strada, bensì solo in una violazione dell'obbligazione contrattuale, sorta nel momento in cui si acquista il ticket, regolata dal Codice Civile.
 

Ciò riveste una certa importanza in quanto si sfata quella credenza secondo cui se viene acquistato il ticket, ma la sosta si prolunga oltre l’orario di competenza non sono applicabili le sanzioni, ma si da corso al recupero delle ulteriori somme dovute. In parole povere, la multa è legittima se il ticket per il parcheggio a pagamento non è stato acquistato o esposto sulla vettura, ma anche se è presente, ma avete sforato l’orario prestabilito.
La Corte di Cassazione, Seconda Sezione civile (sentenza n. 15258/2016) ha disatteso le argomentazioni svolte dal ricorrente ed ha affermato il principio secondo cui, in materia di sosta a pagamento su suolo pubblico, ove la sosta si protragga oltre l'orario per il quale è stata corrisposta la tariffa, si incorre in una violazione delle prescrizioni della sosta regolamentata.
 
 
La decisione muove dalla formulazione dell'art.157, comma 6, del Codice della Strada. Tale norma, invero, non contempla la sola fattispecie in cui, nelle zone in cui la sosta è permessa a tempo limitato è fatto obbligo di segnalare, in modo chiaro e visibile, l'orario in cui la sosta ha avuto inizio, ma si compone anche di un secondo periodo, che stabilisce: "ove esiste un dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione".
La disposizione in oggetto prevede, dunque, sottoponendo la loro violazione alla medesima sanzione (art.157, comma 8 del Codice della Strada) due distinti obblighi:
  1. quello di porre in sosta l'autoveicolo segnalando l'orario di inizio della sosta, ove essa è prescritta per un tempo limitato;
  2. quella di attivare il dispositivo di controllo della durata della sosta, nei casi in cui esso è espressamente previsto.
Con dispositivo di controllo s'intende anche i casi di parcheggio a pagamento mediante acquisto di apposito ticket o scheda.
 

lunedì 24 aprile 2017

I SOPRAVVISSUTI DELLE ANDE


Noi tutti siamo la testimonianza vivente di un processo iniziato 3.5 miliardi di anni fa, da quando le prime forme di vita comparvero sulla Terra. Ogni creatura vivente di questo mondo ha dovuto combattere per sopravvivere e niente come la paura di morire risveglia quell’istinto che ci ha permesso di restare su questa Terra. La paura della morte è probabilmente la forza più potente, quella in grado di modificare radicalmente il nostro comportamento. Nelle situazioni peggiori diamo il meglio o il peggio di noi stessi.





Era 12 ottobre del 1972, un Fairchild Hiller FH-227 appartenente alla Fuerza Aérea Uruguaya, partì dall’Aeroporto Internazionale di Carrasco con destinazione Santiago de Chile. A bordo del mezzo c’erano 45 persone, la maggior parte di esse erano membri appartenenti ad una squadra di Rugby chiamata Old Christians i quali dovevano giocare una partita contro gli Old Boys di Santiago. Oltre ai giocatori c’era il personale di volo e anche molti dei loro familiari. Qualche ora dopo il decollo, il tempo peggiorò in modo drastico e il Fairchild si trovo costretto ad atterrare all’aeroporto El Plumerillo, a Mendoza in Argentina, in attesa che il tempo migliorasse. Ripartirono il giorno seguente, venerdì 13 ottobre. Il viaggio anche in questo caso si era dimostrato più complicato del previsto perché le condizioni meteo non erano delle migliori, il pilota decise di viaggiare ad un’altezza di 6.000 metri, sotto di loro si estendeva una folta cortina di nubi bianche che coprivano tutto. Dopo alcune difficoltà iniziali, il viaggio sembrava procedere tranquillamente, purtroppo i piloti non si accorsero che la velocità di crociera si era ridotta di circa il 20%. Infatti i forti venti di prua causarono un rallentamento rilevante e soprattutto provocarono anche un’inconsapevole variazione di rotta che deviò l'aereo verso nordest. I piloti, dunque, comunicavano alle torri di controllo tempi e soprattutto posizioni sbagliate. La torre di controllo di Santiago, fidandosi della posizione segnalata dal copilota Dante Lagurara, diede l’autorizzazione a scendere. Una discesa che sia per il Fairchild che per il suo equipaggio risulterà tragica perché l’aereo non si trovava nelle vicinanze di Santiago come pensavano i piloti, ma stava sorvolando la possente Cordigliera delle Ande le cui vette raggiungono mediamente i 4.000 metri.





Vi furono forti scosse a causa delle turbolenze e in poco tempo l’aereo perse quota. Il pilota Julio Ferradas insieme al copilota lottò contro le condizioni avverse cercando di stabilizzare il velivolo e riuscirono a riportare l’aereo in assetto orizzontale. Quando finalmente oltrepassarono il banco di nuvole si accorsero dell’errore, ma era troppo tardi perché volavano vicinissimi alle spigolose vette rocciose. È probabile che i piloti, ormai consapevoli di non poter più riprendere quota, tentarono un atterraggio di emergenza sulla neve. Durante la manovra però l’aereo colpì la cima di una montagna con l’ala destra che finì per staccarsi dal velivolo. L’elica, ancora in rotazione, entrando a contatto con la fusoliera tranciò di netto la coda. Successivamente l’aereo perse anche l’ala sinistra dopo un violento impatto su una roccia. Rimase unicamente la fusoliera che, cadendo su di un pendio, continuò a scivolare sulla neve finché non si arrestò bruscamente. L’impatto causò il distacco dei sedili e i passeggeri vennero scaraventati e schiacciati in avanti. Il primo bilancio fu terribile, tredici persone morirono istantaneamente, mentre molti altri rimasero gravemente feriti: emorragie interne, ossa rotte, traumi cranici e altre disgrazie attanagliavano costoro eppure alcuni fortunati erano rimasti illesi. Ricordiamo che la Cordigliera delle Ande è fra i posti più inospitali del mondo, si tratta di una catena montuosa dove le temperature raggiungono anche i 40 gradi sotto zero durante la notte con dei venti che superano i 100 km/h. Durante la prima fredda notte morirono altre tre persone.





Nonostante il colpo e lo shock, la serenità prevalse nel gruppo di persone sopravvissute, consapevoli che la chiave per rimanere in vita era quella di non perdere la calma e di rimanere uniti. Ricordiamo che i passeggeri erano prevalentemente giocatori di rugby e quindi, fiduciosi che con il lavoro di squadra si possano raggiungere tutti gli obiettivi, iniziarono ad organizzarsi in questa partita per la vita. Dopo aver razionato il poco cibo rimasto si divisero in gruppi, uno era composto da coloro che avevano conoscenze mediche come lo studente di medicina Roberto Jorge Canessa e altre due persone incaricati dei feriti. Un altro gruppo si occupò di trovare acqua pulita e infine un terzo gruppo era incaricato di mantenere la fusoliera in ordine, per quanto possibile. Con un po’ di fortuna riuscirono anche a riparare una radiolina che si trovava dentro la fusoliera attraverso la quale potevano sentire le notizie riguardanti le ricerche. Successivamente Canessa costruì delle amache per i feriti e Adolfo Strach detto "Fito" trovò un modo abbastanza ingegnoso per trasformare la neve in acqua con le lamine dell’aereo. Costruì anche delle racchette da neve con dei mezzi di fortuna in modo tale da poter esplorare con relativa sicurezza il luogo del disastro. Ben presto si organizzarono le prime escursioni in cerca della coda dell’aereo e per osservare cosa c’era al di là della montagna. Nonostante l’entusiasmo iniziale la fortuna non era dalla loro parte, infatti le esplorazioni furono infruttuose e servirono solo a rafforzare la convinzione che lì fra quelle montagne non c’era niente da mangiare. La stanchezza, la disperazione e soprattutto la fame iniziarono a farsi largo nelle menti dei sopravvissuti mentre i morti aumentavano. La sera del 22 ottobre erano tutti riuniti all’interno della fusoliera quando ascoltarono inorriditi le notizie alla radio: "Le ricerche del Fairchild FH-227 sono state inutili e verranno sospese". Quelle parole, uscite da quella fredda scatolina, lanciarono una bomba di silenzio che lasciò attoniti i sopravvissuti mentre fuori il vento e la neve sembravano avere l’ultima parola. A quel punto tutti presero insieme l’unica decisione e purtroppo anche la più drastica per poter sopravvivere, decisero di mangiare i corpi dei morti. La decisione non fu delle più facili, ma dobbiamo credere che la disperazione e la voglia di vivere li spinse a farlo. Una delle poche cose certe è che il primo a rompere il tabù fu proprio Roberto Canessa. Consapevoli che non sarebbero mai venuti a prenderli, iniziarono le nuove spedizioni sperando di trovare la coda dell’aereo e con essa qualche cosa utile per la loro sopravvivenza, ma furono tutti sforzi inutili e una settimana dopo, il 29 ottobre, accadde un’altra tragedia: una valanga si abbatté con tutta la sua furia sulla fusoliera. Ancora un volta la sorte non sembrava dalla loro parte. Otto persone furono sepolte dalla neve per sempre, quella notte, solo sedici riuscirono ad uscirne vivi, uno di questi era Fernando Parrado il quale insieme a Canessa diventerà determinante nel resto di questa storia.



Venerdì 17 Novembre. Dopo una ricerca interminabile, un gruppo composto da Canessa, Parrado e Antonio Vizintín riuscì finalmente a trovare la coda dell’aereo. C’erano alcune valige contenti cibo, sigarette, fiammiferi e batterie per la radio ma quest’ultime purtroppo risulteranno inutili perché la radio nel frattempo era diventata inutilizzabile. Il recupero però fu di enorme importanza per il morale e fornì un barlume speranza ai pochi rimasti in vita. Dopo le fruttuose ricerche condotte dai tre prescelti, il gruppo decise che dovevano andare verso ovest alla ricerca di civiltà e dare l’allarme. Il 12 dicembre Canessa, Parrado e Vizintin partirono nell’ultima e definitiva spedizione verso il Cile. Le condizioni erano terribili. Il freddo, la tempesta e la fame erano come un enorme mostro al quale erano esposti costantemente. Dopo essere saliti sulla montagna e aver visto il deserto bianco che li attendeva, decisero che Vizintin doveva tornare nella fusoliera perché le razioni non sarebbero bastate per tutti e tre. Tutte le speranze erano dunque riposte in Parrado e Canessa, in particolare Parrado disse: - Quel giorno ci incamminammo verso Ovest senza una meta precisa. Eravamo certi solo di una cosa, non saremmo mai più tornati in quella fusoliera. Tra morire di fame dentro quell’aereo e morire là fuori preferivamo morire cercando di arrivare da qualche parte. -
I due camminarono per cinque giorni soffrendo e sperando di trovare la fine di quel labirinto di neve. Dopo sei giorni di estenuante cammino, i due scorgono qualcosa di incredibile. Dopo aver camminato per circa sessanta chilometri, arrivarono alla "Precordillera de San Fernando", una valle verde dove non c’era più neve ed entusiasti dalla scoperta i due si mettono a correre. Trovano un fiume, dei fiori, erba e animali selvatici, tutte cose che non vedevano da mesi! Sembrava un paradiso rispetto a quell’inferno bianco in cui si erano trovati. Dopo aver riposato tutta la notte si mettono in marcia di prima mattina e mano a mano che proseguivano, trovarono altri segni di civiltà come lattine di sughi, mucche e alberi tagliati. Canessa ad un certo punto si sentì male, così Parrado portò tutti e due gli zaini come sforzo finale di quest’odissea. Ormai erano vicini alla salvezza e il 21 dicembre come un miraggio, scorgono un uomo a cavallo che si trovava dall’altra parte di un torrente, così i due si misero a urlare, ma le loro voci vennero sovrastate dal fragore del corso d'acqua. Il contadino però vedendoli in quello stato pietoso capì che gli era capitato qualcosa di grave, quindi ingegnosamente lanciò dall’altra parte del fiume una sasso con un foglio e una matita legati ad esso. Dopo aver ricevuto la risposta il brav’uomo lancio dall’altra parte del fiume pane e formaggio e si premurò di avvisare la polizia. Senz’altro in quel momento i due sventurati avrebbero voluto abbracciare quel contadino che rispondeva al nome di Sergio Catalan Marinez. Nessuno dei sopravvissuti scorderà mai quel nome. Il giorno seguente, venerdì 22 Dicembre, un elicottero si occupò del recupero dei restanti 14 sventurati. Seppero anche il motivo per cui non riuscivano a trovarli: gli ultimi dati trasmessi dai piloti, riguardanti la posizione dell’aereo, erano del tutto errati. Due dei sopravvissuti tornarono immediatamente a Montevideo mentre gli altri 14 festeggiarono insieme il più bel Natale, consapevoli che il miglior regalo che si può avere nella vita è… La vita stessa. 


"Ho rivisto milioni di volte quei giorni, non faccio altro. Ma noi non avevamo scelta. Noi eravamo morti per tutti. Per tornare alla vita non avevamo altra scelta che resistere a qualsiasi costo. La nostra è una vicenda esemplare e unica, insegna agli altri esseri umani che pur di sopravvivere siamo capaci di superare qualsiasi orrore."

Carlos Paez, uno dei sopravvissuti.

sabato 22 aprile 2017

A PROPOSITO DI CANNETO DI CARONIA


 

"Autunno 2013, Corleone: nelle case isolate dei contadini sparse nel paesaggio rurale si comincia a sentire un rombo che pian piano si fa sempre più forte. È il rumore assordante delle pale di uno stormo di elicotteri militari, sono dei Black Hawk dell’esercito statunitense. Viaggiano in formazione e a bassissima quota. I contadini non sanno dire da dove arrivino o cosa stiano facendo, il loro arrivo è improvviso e come se fossero in guerra, le squadre speciali si calano con le corde, armate di tutto punto. Alcuni testimoni riferiscono di averli visti piazzare sul terreno delle strane apparecchiature per poi ritornare rapidamente sugli elicotteri e sparire all’orizzonte. Tutto ciò senza dare nessuna informazione al governo italiano, dunque nessuno sapeva che cosa stesse accadendo? Questi episodi si ripeterono più volte, anche a notte fonda, gettando nel panico i contadini che vivevano isolati nelle loro fattorie. Sembra molto probabile che episodi simili si siano registrati anche nelle isole Eolie."
 


Questa parte del racconto ha suscitato, in voi lettori, molte perplessità. A tal punto che in molti mi hanno scritto chiedendomi se è possibile che, al giorno d’oggi, succedano cose di questo genere. Certo, per la popolazione civile, un elicottero che vola nella notte è solo un elicottero: un fastidioso rumore che disturba il sonno. Per i militari, un elicottero è un enigma che deve essere risolto quanto prima. Esso pone molteplici quesiti: da dove arriva? Dove è diretto? A fare cosa? Chi o cosa trasporta? È armato? È ostile?
A tutte queste domande deve rispondere, in massima parte, l’Aeronautica Militare, che ha costantemente sotto controllo il nostro spazio aereo. Ma, ahimè! Gli avvenimenti del passato ci dimostrano che non è sempre così. Chi non ricorda il caso di quel pilota civile che a bordo di un aeroplano, piccolo e lento, atterrò nella Piazza Rossa eludendo tutte le difese antiaeree di una potenza militare come l’Unione Sovietica (che, a quel tempo, esisteva ancora). Tra i casi nostrani, vorrei ricordarvi quello emblematico del DC-9 abbattuto (ancora non si sa da chi) nel cielo di Ustica (per saperne di più consulta, sul blog, i vari post: "Il caso Ustica", "Strage di Ustica - un documentario svela le bugie di Stato dei Francesi", "Ustica - un giallo infinito", "Ustica - Naldini e Nutarelli" e infine "Ustica - l’ipotesi extraterrestre") quella sera, nonostante la presenza nei nostri cieli di un gran numero di aerei appartenenti a forze armate di diversi paesi, nessuno intervenne, nessuno vide niente, poiché i radar militari erano "spenti" a causa di un’esercitazione! 

venerdì 21 aprile 2017

CANNETO DI CARONIA





A cominciare dall’inverno del 2003 nella piccola e tranquilla frazione di Canneto di Caronia, in provincia di Messina, si verificarono tutta una serie, apparentemente casuale, di incendi. Gli impianti elettrici delle abitazioni, come citofoni, cavi elettrici e contatori prendevano fuoco misteriosamente anche in assenza di energia elettrica. Ma dopo il rogo di una casa, che venne completamente distrutta dalle fiamme, le forze dell’ordine accertarono che l’incendio era partito dall’interno di un materasso, in particolare dalle molle. Inizialmente questi fenomeni furono riportati solo sui giornali locali, ma con l’aumentare degli episodi, assunsero una rilevanza nazionale e in breve i fatti iniziarono ad apparire in tutta la loro gravità. Dunque gli abitanti, considerati in pericolo, furono fatti evacuare e le case poste sotto sequestro dalla magistratura.



10 Maggio 2005: Il governo decise di intervenire e venne nominata una commissione di esperti tra cui spicca anche un tecnico della NASA. La commissione lavorò senza sosta, vennero coinvolti l’esercito, la marina, l’aeronautica, università ed esperti di ogni genere. Un primo risultato fu quello di rilevare tre punti, distanti tra loro circa 4 km, in cui si verificavano questi episodi di combustione. Il fattore strano è che il terzo punto era un campo agricolo di circa 40 mq in cui tutte le piante presentavano una combustione dell’intera radice e una bruciatura delle foglie che si caratterizzava perché gli intervalli delle bruciature corrispondevano agli intervalli dei cavi elettrici bruciati all’interno delle case di Canneto di Caronia.



Ma i fenomeni inspiegabili non si limitavano agli incendi, un altro episodio anomalo fu lo spiaggiamento di milioni di esemplari di Velella Velella, una particolare specie di invertebrati molto diffusa nel Mediterraneo che però staziona in alto mare. Ciò che sconcertava era l’enormità del fenomeno: spiaggiamento si estendeva per più di 100 km di costa. E’ stato accertato dagli esperti che una moria di una massa così grande può verificarsi soltanto con un improvvisa mutazione di temperatura delle acque marine. Ad aggravare la situazione successe qualcosa di inspiegabile. Nel corso di un monitoraggio sul territorio di Caronia, un elicottero della protezione civile fu costretto a un atterraggio di emergenza. Tre delle quattro pale presentavano dei danni impressionanti. I piloti, increduli, non riuscivano a capire cosa poteva essere accaduto: le pale non avevano urtato nulla! Ma una fotografia scattata da un reporter, in quel frangente, ha immortalato un misterioso oggetto che sembra seguire l’elicottero.



Due anni dopo l’inizio delle indagini, un fascicolo riservato sfugge di mano finendo così sui giornali di tutta Italia, ecco un estratto
Gli incidenti di Canneto di Caronia potrebbero essere stati un test non aggressivo mirato allo studio dei comportamenti e delle azioni in un indeterminato campione territoriale scarsamente antropizzato.
Molti pensano che questo articolo sia stato semplicemente uno scoop giornalistico, dobbiamo però considerare che l’area marina antistante Canneto è frequentata da unità navali militari. Dunque furono i militari la causa di tutto ciò? Secondo uno dei rapporti della commissione addetta alle indagini, a provocare gli incendi furono fenomeni elettromagnetici di origine artificiale capaci di generare fasci di onde ad altissima frequenza. Il problema è che per generare tali effetti servirebbe l’energia generata da ben 15 centrali nucleari.



Più le indagini andavano avanti dunque e più misteriose erano le cose che si scoprivano. Il fatto strano è che tali indagini si sono interrotte improvvisamente. Secondo i residenti, all’epoca dei fatti, tra le persone che giravano per Canneto di Caronia c’erano dei personaggi alquanto strani, vestiti di nero, che si spostavano con grosse auto scure. Nel 2008 la procura archiviò il caso poiché, secondo loro, gli incendi sarebbero stati provocati volontariamente dagli abitanti. Ma chi avrebbe l’interesse di bruciare la propria casa mettendo a rischio anche la propria vita? Inoltre ci sono molti testimoni, tra cui anche i Carabinieri, che hanno visto gli oggetti prendere letteralmente fuoco da soli.



Autunno 2013, Corleone: nelle case isolate dei contadini sparse nel paesaggio rurale si comincia a sentire un rombo che pian piano si fa sempre più forte. È il rumore assordante delle pale di uno stormo di elicotteri militari, sono dei Black Hawk dell’esercito statunitense. Viaggiano in formazione e a bassissima quota. I contadini non sanno dire da dove arrivino o cosa stiano facendo, il loro arrivo è improvviso e come se fossero in guerra, le squadre speciali si calano con le corde, armate di tutto punto. Alcuni testimoni riferiscono di averli visti piazzare sul terreno delle strane apparecchiature per poi ritornare rapidamente sugli elicotteri e sparire all’orizzonte. Tutto ciò senza dare nessuna informazione al governo italiano, dunque nessuno sapeva che cosa stesse accadendo? Questi episodi si ripeterono più volte, anche a notte fonda, gettando nel panico i contadini che vivevano isolati nelle loro fattorie. Sembra molto probabile che episodi simili si siano registrati anche nelle isole Eolie, proprio dove alcuni sostengono abbiano avuto origine gli impulsi elettromagnetici che hanno colpito Canneto di Caronia. I sospetti si fecero insistenti dopo le fughe di notizie che rivelerebbero le nuove e spaventose armi progettate dal governo americano. Come sappiamo, gli americani hanno sperimentato l’utilizzo di diverse armi durante la guerra in Iraq.



Che tipo di armi? Per capirci, facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo al 28 dicembre 1908. Nello stretto di Messina si verifica un evento catastrofico. In pochi secondi le città di Reggio e Messina vengono completamente distrutte da un terremoto estremamente potente per poi essere travolte da uno tsunami. Ma ciò che stupisce è che a pochi chilometri dall’epicentro del terremoto e nello stesso momento in cui questo iniziò, un’intera flotta navale da guerra russa era in rotta verso le coste della Sicilia. Cosa ci faceva quella flotta nel Mediterraneo? Molti ritengono che si trattò di un’esercitazione, ma è una motivazione alquanto strana dato che la Russia era appena uscita da una rovinosa sconfitta contro il Giappone e non aveva senso concentrare le poche forze rimaste nel Mediterraneo. Erano forse impegnati in una missione segreta? Nessuno lo sa con certezza. Dobbiamo però sottolineare che in quel tempo sarebbe esistita un’arma di cui abbiamo già parlato (cfr. post "Tunguska"), che ha detta del suo inventore (Nikola Tesla), sarebbe stata in grado di inviare fasci concentrati di particelle con un’energia tremenda, tale da scatenare una catastrofe. Solo coincidenze?

lunedì 17 aprile 2017

L'IMPORTANTE E' COMUNICARE

Chi non conosce il dramma delle chat di gruppo? Quelle in cui si è connessi H/24 in tempo reale con gli altri partecipanti? Basta uscirne, direte. Ma "pare brutto"! Nelle’era dei social, un abbandono è come un tradimento. Ed è la stessa app a farlo notare: "Franco ha abbandonato il gruppo". Abbandonare significa lasciare per sempre o almeno per molto tempo persone o cose e anche cessare di curarsi di qualcuno.
Un dramma? Ma io non ho abbandonato il gruppo, ho solo lasciato il bla bla bla che avvolge tutto in una massa indistinta, da dove si fatica a tirar fuori le informazioni importanti. Venticinque squilli o vibrazioni di "grazie" al rappresentante del gruppo solo perché ha pubblicato un file, altrettanti, se non di più, per augurare un "buon giorno", a che servono? Comprendo ed apprezzo la cordialità, ma non un delirio che trascende la normale comunicazione.

domenica 16 aprile 2017

1954: UFO SU FIRENZE

Era il 27 ottobre 1954, si giocava Fiorentina-Pistoiese un match del campionato riserve, una competizione che oggi non esiste più, era una partita praticamente senza storia, ma che invece rimase impressa nella memoria non solo dei tifosi, ma di tutto il mondo per un fatto tanto spettacolare quando bizzarro. Oltre 10.000 persone quel giorno erano concentrati allo stadio Comunale, ma alle 14:27 poco dopo l’inizio del secondo tempo, calò il silenzio che poi si trasformò in un brusio confuso. Gli spettatori non stavano più guardando la partita: stavano osservando il cielo stupiti e sconcertati. A quel punto anche i giocatori si misero a guardare in alto e non prestarono più interesse al pallone che rotolò fuori dal campo.
Uno di quei giocatori era Ardico Magnini, una sorta di leggenda dell’epoca che aveva militato anche in nazionale nella Coppa del Mondo del 1954. - Ricordo tutto, dalla A alla Z - affermò l’ex-giocatore - sembrava come un uovo che si librava in cielo molto, molto, molto lentamente. Tutti stavano guardando il cielo e una strana sostanza luccicante scendeva. Si poteva vedere l’espressione attonita di tutte le persone, non avevamo mai visto nulla di simile. Eravamo assolutamente scioccati. -
Secondo il rapporto degli arbitri, il gioco venne sospeso per qualche minuto a causa di numerosi e misteriosi oggetti nel cielo avvistati da tutti i 10.000 spettatori nello stadio. Tra la folla c’era Gigi Boni, un tifoso della Fiorentina. - Ricordo ancora chiaramente di aver visto questo spettacolo incredibile - disse, tuttavia la sua descrizione differiva leggermente da quella di Magnini. - Quegli oggetti si muovevano molto velocemente per poi fermarsi. Il tutto è durato un paio di minuti. Non appena gli ho visti, la loro forma mi ha subito ricordato dei sigari cubani. - Boni trascorse molti anni della sua vita rivivendo quel giorno nella sua mente: - Penso che fossero velivoli extraterrestri, questo è ciò in cui credo fermamente e non c’è nessun’altra spiegazione che posso dare. -
Un altro giocatore che assistette all’evento è Romolo Tuci. - In quegli anni tutti parlavano di alieni, tutti parlavano di UFO e noi li abbiamo visti in diretta, per davvero. -
Ciò che è avvenuto quel giorno allo stadio dunque, non può essere semplicemente interpretato come isteria di massa, senza contare che ci furono numerosi avvistamenti UFO in molte città della Toscana in quel giorno e in quelli seguenti.

I giornali parlarono di alieni provenienti da Marte, allora teoria molto in voga. Oggi non si parla più di marziani, ma molte persone sono convinte che quel giorno si verificò un fenomeno che non può essere collegato con niente di noto qui sulla Terra. In aggiunta all’avvistamento di UFO, che molti dicono essere stati più di venti, incuriosì molto anche la strana sostanza caduta dal cielo, descritta da molti, anche dallo stesso Magnini, come un glitter argentato simile a cotone o ragnatele che si disintegrava tra le dita se si tentava di raccoglierla. "Capelli d’angelo", questo fu il nome affibbiatogli, era composta da un materiale appiccicoso e numerosi testimoni dell’epoca raccontano che i tetti delle case ne erano pieni, quasi come se fossero innevati. Nonostante il fatto che la sostanza di distruggeva quasi subito, molte persone erano determinate a scoprire cosa fosse. Uno di loro era un giornalista del quotidiano fiorentino La Nazione: Giorgio Batini, scomparso nel 2009. Qualche anno prima della sua morte, durante un’intervista, disse che quel giorno del 1954 ricevette centinaia di chiamate per gli avvistamenti, così incuriosito guardò verso lo stadio, ma dagli uffici de La Nazione la visuale era coperta dal Duomo, così andò fino in cima al palazzo per vedere di cosa tutti stavano parlando. Affermò di aver visto delle "palle luccicanti" muoversi molto velocemente verso la cupola del Duomo. Dunque partirono le sue indagini. Andò in un bosco fuori città ricoperto da quella strana sostanza bianca e raccolse diversi campioni con l’uso di un fiammifero portandoli poi all’istituto di analisi chimica presso l’Università di Firenze. Quando arrivò scopri che molte altre persone avevano fatto lo stesso. Il laboratorio, guidato dal rinomato scienziato Giovanni Canneri, sottopose la sostanza ad analisi spettrografica e questa fu la sua conclusione:


Sostanza a struttura fibrosa, con notevole resistenza meccanica alla trazione e alla torsione. Al riscaldamento imbrunisce lasciando un residuo fusibile e trasparente. Il residuo fusibile spettograficamente mostra contenere prevalentemente: Boro, Silicio, Calcio e Magnesio. Sostanza a struttura macromolecolare probabilmente filiforme. In linea puramente ipotetica, la sostanza esaminata nella scala microchimica potrebbe essere: un vetro borosilicico.

Purtroppo questo non fornì alcuna risposta conclusiva e il materiale venne distrutto nel processo. Nessuno sapeva quale potesse essere il collegamento tra questa strana sostanza e gli UFO. La scienza ha provato a fornire una spiegazione e afferma che lo spettacolo dei "Capelli d’angelo" fu causato dai ragni migratori, piccoli aracnidi che costruiscono delle vere e proprie vele con cui si spostano di centinaia di chilometri. Le ragnatele si collegano insieme e si forma una specie di grande agglomerato con i ragni che vi si spostano da un punto all’altro. Inoltre, quando il sole brilla attraverso le ragnatele si crea un effetto "glitter", lo stesso descritto dai tanti che raccontarono l’esperienza di quel giorno. Questa teoria è sostenuta dal fatto che settembre e ottobre sono proprio i mesi in cui i ragni migratori si spostano, ma la spiegazione non è convincente. A parte il fatto che nessuno notò i ragni che dovevano essere in numero sconsiderato per poter imbiancare a neve i tetti di Firenze con le loro ragnatele, la teoria è particolarmente contestata, poiché l’analisi chimica dei campioni non rilevò una proteina (qual è la ragnatela), cioè un composto organico, costituito da carbonio, azoto, idrogeno e ossigeno, ma gli elementi descritti da Canneri.

C’è però un materiale, prodotto dall’uomo, che ha proprio le caratteristiche della sostanza misteriosa, si chiama chaff ed è stato progettato per scopi militari come contromisura aerea atta a confondere i radar nemici. Una volta espulso in volo e disperso in forma di nuvola dall’aeroplano che vuole ingannare l’avversario, lo chaff genera un’onda elettromagnetica di riflesso che il radar nemico visualizza come se fosse il vero bersaglio da attaccare e colpire. La sua composizione chimica è assolutamente sovrapponibile a quella ottenuta da Canneri nel 1954. Inoltre, tende a disgregarsi durante la caduta e si polverizza al contatto. Dunque se quella sostanza era chaff, allora gli UFO che videro migliaia di testimoni potrebbero essere stati aerei militari? Dobbiamo premettere che nel famoso Project Blue Book, che raccolse i risultati di una serie di studi condotti sugli UFO dell’aeronautica militare statunitense tra il 1947 e il 1969 sono riportati molti casi, identificati come inspiegabili, che legano la ricaduta di questa bambagia silicea ad avvistamenti UFO. È anche vero che, in quel periodo, nel porto di Livorno, era attraccata la portaerei americana USS Lake Champlain (CV-39) con uno squadrone di aeroplani militari, che proprio tra settembre e ottobre del 1954 si esercitarono nei cieli italiani, ma vi sembra possibile che dei jet, quali i VF-84 Sidewinders, venissero confusi con UFO da persone che all’epoca avevano poca dimestichezza con simili aeroplani?

Oggi, più di sessant’anni dopo, le possibilità di determinare l’esatta causa dell’incidente sono scarse anche se l’ipotesi dei chaff rimane, comunque, la più plausibile; ma coloro che assistettero al fenomeno quel 27 ottobre 1954 sono convinti di aver visto degli UFO, non degli aerei e che quella sostanza fosse diversa da qualsiasi cosa presente qui sulla Terra. Tuttavia, esistono altre storie legate a questa che prevedono teorie complottistiche. I teorici del complotto, infatti, sostengono che gli elementi fin qui raccolti dimostrano incontrovertibilmente che si trattò di tentativi sperimentali per mettere a punto le famigerate scie chimiche di cui si parla tanto al giorno d’oggi.
 

venerdì 7 aprile 2017

TUNGUSKA

30 giugno 1908, 07:14 ora locale. Una terribile esplosione nei pressi del fiume Tunguska Pietrosa spiana più di duemila chilometri quadrati di territorio, abbattendo 80 milioni di alberi. Il rumore dell’esplosione viene udito fino a mille chilometri di distanza. A diverse decine di chilometri, le persone che assistettero all’evento raccontarono di aver visto il cielo spaccarsi in due e un grande fuoco coprire la foresta, dopodiché videro il cielo richiudersi in un fragoroso boato che fu in grado di spostare degli oggetti a qualche metro di distanza. Inoltre in tutta Europa, per diversi giorni dopo l’impatto, vengono riportate insolite notti luminose. Questo è il resoconto del maggiore evento esplosivo registrato nella storia recente. Gli scienziati hanno calcolato che tale esplosione ebbe una potenza pari a dieci o venti megatoni e per fare un paragone, vuol dire che è stata mille volte più potente della bomba atomica sganciata su Hiroshima. La teoria ad oggi più accreditata riguarda l’impatto di un meteorite e i ricercatori hanno ipotizzato che l’evento potrebbe essere stato innescato proprio da una meteora esplosa in alta quota nell’atmosfera terrestre. Recenti simulazioni effettuate con un supercomputer suggeriscono che l’asteroide che causò il danno avesse una larghezza non superiore a 20 metri. In particolare il fisico Mark Boslough, presso il Sandia National Laboratory di Albuquerque, afferma che l’oggetto, esplodendo nell’atmosfera, avrebbe generato un’onda supersonica di gas surriscaldato.

Negli anni immediatamente successivi vennero eseguite delle spedizioni per cercare il luogo dell’impatto, fin quando il mineralologo russo Leonid Alekseevic Kulik credette di averlo identificato in una foresta abbattuta presso il bacino del fiume Tunguska Pietrosa. Con le spedizioni tra il 1927 e il 1939, Kulik raccolse numerosi indizi ma non riuscì mai a trovare il cratere da impatto. Altre spedizioni vennero effettuate dal 1950 fino ai giorni nostri e mediante analisi chimiche è stata rilevata la presenza di polveri contenenti tracce di Nichel e Iridio. Nel 1999, una spedizione scientifica italiana si recò in zona: gli esploratori concentrarono la loro attenzione su di un piccolo lago, il Lago Cheko, che venne ritenuto il cratere da impatto. Tuttavia, non vennero trovate prove e prima che si potesse trovare qualche informazione in più, vennero tagliati i fondi.

Come abbiamo detto, sono tante le ipotesi che si sono fatte strada durante gli anni per spiegare l’evento di Tunguska, in particolare, l’ipotesi che l’esplosione provenisse dal sottosuolo è stata formulata dall’astrofisico Wolfgang Kundt presso l’Università di Bonn, in Germania. Secondo Kundt, un’eruzione di gas naturale da kimberlite, un tipo di roccia vulcanica dove a volte vengono rinvenuti dei diamanti, potrebbe esserne la causa. Il gas naturale si sarebbe fatto strada, risalendo fino alla superficie da profondità abissali, espandendosi sempre di più e causando la grande esplosione. Quest’ipotesi, se confermata, forse potrebbe spiegare le misteriose voragini che si sono aperte in Siberia. Quando si aprì la prima voragine nella penisola dello Yamal nel 2014, molti credevano si trattasse di una bufala, eppure negli anni seguenti se ne aprirono centinaia provocando un vero e proprio allarme dapprima tra i contadini locali, poi tra tutta la comunità scientifica. Alcuni studiosi ritengono che le voragini siano state provocate dall’esplosione di bolle di gas naturale, in gran parte metano, presenti nel sottosuolo. Altre ipotesi chiamano in causa i cambiamenti climatici, che sempre più incessantemente stanno modificando l’essenza del nostro pianeta.

Qualche anno prima che queste voragini facessero la loro comparsa, in rete esisteva una storia dai risvolti inquietanti. La vicenda narra di un gruppo di ricercatori russi che avevano perforato, in un luogo non meglio precisato della Siberia, un buco profondo 14 chilometri. Secondo la loro testimonianza, nelle profondità di questa cavità avrebbero rilevato una temperatura di 1100 gradi centigradi e cosa ancor più inquietante, avrebbero registrato delle urla strazianti. Anche se oggi questa storia è stata bollata come una leggenda metropolitana, c’è ancora chi sostiene la sua veridicità.

Ritornando all’evento di Tunguska, abbiamo detto che l’ipotesi più probabile riguarda l’impatto di un meteorite nell’atmosfera, ma come ogni caso di cui non si ha una spiegazione certa, si sono fatte strada numerose teorie alternative. Dopo la seconda guerra mondiale e il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, le foto delle città sono state comparate con le foto aeree dell’area dell’esplosione di Tunguska ed erano spaventosamente simili. Questo, unito al fatto che non è stato trovato il cratere da impatto, portò a credere che ci fu una vera e propria esplosione nucleare; ma nel 1908 nessuno possedeva una tale tecnologia. Proprio per questo, molti propendono per una qualche arma aliena. Altre teorie vedono l’annichilimento di antimateria o il passaggio di un piccolo buco nero, ma forse l’ipotesi più suggestiva riguarda uno scienziato che molto spesso è stato oggetto di teorie controverse: Nikola Tesla. L’esplosione di Tunguska sarebbe stata provocata proprio dallo scienziato di origini serbe che stava conducendo un esperimento con un raggio ad alta energia prodotto da un congegno denominato Teleforce che puntò verso la Siberia. Non vi sono prove dell’esistenza di tale arma, se ne trova traccia solo nelle sue affermazioni e in alcune relazioni di carattere militare. Secondo le intenzioni, avrebbe dovuto trattarsi di un’arma estremamente potente, in grado di colpire a grande distanza le truppe nemiche, far esplodere i carri armati e far precipitare gli aerei in volo. Tesla, dopo averla sperimentata, si rese reso conto della sua terribile potenza: quindi l’avrebbe smantellata prima che finisse in mani sbagliate.

Insomma, esistono tante teorie affascinanti, da quella più accreditata come l’esplosione di una meteora a quelle che propendono per il complotto. Le speculazioni su ciò che è avvenuto, nel giugno del 1908 in Siberia, forse non finiranno mai e il mistero rimarrà imbrigliato in quel gelido paesaggio ricco di misteri e interrogativi.

giovedì 6 aprile 2017

LA NOIA

Martedì scorso si è tenuta un'altra seduta di "Leggiamoci". Liquidata in modo definitivo la discussione su "Gita al faro" di Virginia Woolf, un libro che, a quanto pare, è stato difficile da "digerire" e contrariamente a quanto avevo previsto, l’assise, a cui non ho potuto partecipare, ha decretato la prossima lettura che riguarderà un libro dal titolo che è tutto un programma: “La noia”.
La scelta, infatti verteva su di un libro scritto da un autore italiano o locale. Ora, senza nulla togliere all’italianissimo Moravia, penso che ancora una volta e magari senza neanche correre il rischio di annoiarsi, si sia persa l’occasione di leggere un autore locale. Per ovvie ragioni, non avrei voluto essere io a dirlo, ma è un peccato che in un ambiente come Leggiamoci, squisitamente “nostrano”, si tenda a ignorare gli autori locali (tanto per citarne alcuni: Cipolletta, Sabatino, Corradino, Morgera, Treccagnoli, ed altri ancora) che pure hanno prodotto scritti degni di un certo interesse.

martedì 4 aprile 2017

CHI PARLAVA CON DIO?

8 luglio 1947. Durante quella fatidica notte qualcosa si schiantò sull’arido suolo del deserto nel Nuovo Messico. La mattina seguente, il luogo dell’incidente fu praticamente occupato dai militari, che resero la zona off-limits. Nei giorni successivi ci fu un vero e proprio stupore quando le testate giornalistiche mostrarono in prima pagina la dichiarazione del ritrovamento di un UFO. Come avete potuto capire, stiamo parlando del famosissimo incidente di Roswell, evento secondo cui si sarebbe verificato lo schianto di un UFO e non di un pallone sonda, come dichiarato solo più tardi dall’aviazione statunitense.

Ma l’umanità sembra conoscere dall’alba dei tempi il fenomeno UFO e le testimonianze sono centinaia. Andando a ritroso, veniamo a conoscenza di numerosi dipinti di età medievale rappresentati oggetti piuttosto strani. A un occhio moderno, quei misteriosi oggetti sembrano essere proprio degli UFO. Certamente per quegli strani oggetti rappresentati nei dipinti esistono anche le spiegazioni convenzionali, ma sempre restando nel periodo intorno al medioevo rinveniamo un evento alquanto bizzarro: Il fenomeno celeste di Norimberga.

14 aprile 1561, secondo le cronache del tempo, la popolazione vide comparire nel cielo numerosi oggetti volanti, di varie forme, che ingaggiano fra di loro una sorta di combattimento. Le cronache del tempo riportarono l’accaduto con dovizia di particolari, affinché della vicenda ne rimanesse chiara memoria. Inoltre, furono eseguite diverse incisioni su legno e stampe su carta. L’avvenimento durò circa un’ora e terminò quando diversi oggetti precipitarono al suolo, alla periferia della città, causando un incendio. Ecco un estratto delle cronache: “E così da ambo i lati del Sole vi erano sfere in gran numero, c’è n’erano tre in fila, altre disposte in formazione quadrilatera, tante altre solitarie. E tra queste sfere sono state viste molte croci color sangue, e tra le croci e le sfere sono state visti due oggetti fusiformi color sangue con la parte posteriore più spessa. E in mezzo a tutti questi si trovavano anche due grandi tubi, uno sulla destra l’altro sulla sinistra e dentro questi tubi si trovavano tre, quattro e più sfere. Tutti insieme incominciarono a combattere, le sfere sul Sole si mossero verso quelli ai lati, questi ultimi si mossero con le sfere dentro ai tubi verso il Sole”.
Sembra proprio il racconto di una battaglia nei cieli.

Al giorno d’oggi esiste una teoria molto affascinante e parecchio controversa, che stenta ad essere accettata dalla così detta scienza ufficiale. Tale teoria potrebbe spiegare numerosi interrogativi a cui la scienza ancora non sa rispondere, compreso il famoso anello mancante dell’evoluzione umana, ma per accogliere questa teoria bisogna avere una mente libera da ogni condizionamento, di qualsivoglia natura. Stiamo parlando della teoria degli antichi astronauti, o teoria del paleocontatto, secondo cui degli esseri venuti dal cielo, come dicevano gli antichi, sarebbero sbarcati sul nostro pianeta condividendo la loro esperienza, e non solo quella, con le prime civiltà, cambiando così, per sempre, il corso della storia. C’è qualche prova a sostegno di tutto ciò? A quanto pare si e non parliamo di una o due prove, ma di centinaia, sparse in tutto il mondo, che arrivano da civiltà diverse, distanti nello spazio e nel tempo che, a quanto pare, ci raccontano tutte la stessa identica storia.

Questa teoria prese piede nella seconda metà del XX secolo. In particolare è stata spinta sotto i riflettori nel 1968 da Stanley Kubrick con il film 2001: Odissea nello spazio, con la famosa scena iniziale che ci mostra un’Africa di milioni di anni fa e un gruppo di ominidi che va incontro a un misterioso monolito nero. Gli ominidi, venendovi a contatto, imparano inspiegabilmente a usare gli strumenti per cacciare gli animali e ad estendere il proprio territorio aggredendo i nemici. Sempre nel 1968, l’autore svizzero Erich von Däniken, considerato il padre della teoria degli antichi astronauti, pubblica Chariots of the Gods che in poco tempo diventerà un best seller. In esso viene formulata per la prima volta l’ipotesi che migliaia di anni fa, viaggiatori spaziali provenienti da altri pianeti avrebbero visitato la Terra insegnando agli esseri umani la tecnologia e influenzando addirittura le religioni antiche e, di conseguenza, anche tutte le religioni che ne derivano sino ad oggi. Vi sembra assurdo? Se tutto ciò vi sembra poco credibile probabilmente non conoscete il Culto del Cargo che mette in risalto come può nascere una religione!

Il Culto del Cargo è una religione nata a cavallo della seconda guerra mondiale nelle isole del Pacifico, dove gli aerei americani facevano scalo per andare in Giappone. Essi si fermavano; avevano dei magazzini con le merci, con i viveri per le truppe. Dunque gli indigeni del posto hanno cominciato a vedere gli americani come degli Dèi perché li vedevano arrivare con aerei, mezzi per loro straordinari. Da qui nasce, appunto, il culto del cargo, cioè degli aerei cargo, tant’è che quando la guerra finì e gli americani se ne andarono, questi indigeni costruirono una fusoliera di aereo in legno, una finta pista di atterraggio e dei modelli di radio sempre in legno per poi celebrare dei riti. Ogni anno, infatti, a febbraio, fanno una festa chiamata “John Frum Day” dal nome del loro Dio chiamato John Frum. Sì è scoperto che, durante il periodo in cui gli americani atterravano, avevano identificato in particolare una persona di colore che diceva “I’m John from USA”, da qui John Frum. Il Culto del Cargo dunque ci mette di fronte a straordinari parallelismi: gli indigeni non sono nient’altro che l’umanità del passato e gli americani i visitatori dallo spazio con tutto ciò che ne consegue.

La maggior parte dei teorici degli antichi alieni, tra cui Von Däniken, sceglie due tipi di prove per sostenere le loro idee. La prima risiede nei testi religiosi antichi, tra cui la Bibbia, in cui i popoli addirittura interagiscono con degli Dèi o altri esseri celesti che scendono dal cielo in veicoli simili a “carri di fuoco” e dotati di poteri straordinari. La seconda prova sarebbe tutta una serie di opere d’arte raffiguranti strane creature simili agli alieni descritti oggi, oltre che gli OOPArt, ossia tutti quei reperti archeologici che, secondo comuni convinzioni riguardo al passato, si suppone non dovrebbero esistere nell’epoca a cui si riferiscono. Molti, inoltre, sostengono che meraviglie architettoniche antiche siano state costruite con l’aiuto di una qualche tecnologia che non poteva esistere al tempo. Un esempio lo troviamo nel famoso sito di Puma Punku. Situato negli altopiani boliviani. Puma Punku è un campo di rovine di pietra disseminato di giganteschi blocchi che s’incastrano alla perfezione gli uni negli altri. La lavorazione è così meticolosa, ripetitiva e precisa che sarebbe impossibile senza l’ausilio delle macchine: ma le rovine hanno più di mille anni!
I popoli sudamericani sembrano lasciare numerosi indizi sul fatto che qualcosa di straordinario sia avvenuto nel passato sul nostro pianeta, come le linee di Nazca. Come tutti sanno, queste linee sono una serie di antichi disegni che si estendono per più di 80 chilometri. Esse creano sconcerto tra gli archeologi. Comprendono disegni stilizzati di animali e di esseri umani, alcune figure sono grandi diverse centinaia di metri. A causa delle loro dimensioni colossali, le figure possono essere viste solo dall’alto e non vi è alcuna prova che il popolo di Nazca, che abitava la zona tra il 300 a.C. e 800 d.C., abbia inventato macchine volanti. Che queste linee fossero un tributo per chi giungeva dall’alto? Se ci spostiamo di diverse migliaia di chilometri e dal sudamerica passiamo in Asia, troviamo ancora numerosi racconti riguardanti “carri celesti”. Molte epopee scritte in sanscrito, come il Mahabharata, realizzate in India più di duemila anni fa, contengono numerosi riferimenti a macchine volanti chiamate Vimana. Esistono interi volumi di centinaia di pagine che descrivono minuziosamente il loro funzionamento il che c’induce a pensare che più che un testo sacro quello fosse, in origine, un manuale tecnico. Questi Vimana sono frutto di pura e semplice mitologia? La cosa curiosa è che tutti i popoli della Terra ci raccontano le stesse cose.

A fronte di tutto ciò, forse le testimonianze più importanti ce le abbiamo nel libro più venduto al mondo, anche se, volendo essere più precisi, si tratta di una raccolta di libri: La Bibbia. Ebbene secondo alcuni studiosi La Bibbia, in particolare l’antico testamento, racconterebbe le vicende e il rapporto di un popolo con un gruppo di individui denominati Elohim. Su questi esseri ci sarebbe da scrivere fiumi di parole, ma la cosa più importante da sapere è che la stragrande maggioranza delle volte che leggete Dio nella Bibbia, in realtà l’originale testo ebraico riportava “Elohim” che è il plurale di El, accompagnato molto spesso da verbi al plurale. Questo termine nessuno sa cosa voglia dire di preciso anche se forse la traduzione più precisa sarebbe “Gli Splendenti”. I teorici degli antichi alieni credono fossero dei visitatori provenienti da un altro pianeta che sono scesi sulla Terra circa mezzo milione di anni fa e avrebbero creato l’uomo. Più scientificamente parlando, avrebbero mischiato i loro geni con gli ominidi presenti sul pianeta all’epoca creando così l’homo sapiens. Tutto questo ce lo dice anche la Bibbia nei primi versetti della Genesi.

A conferma di ciò, ultimamente, il Dr. Martin Taylor, dell’Istituto di Genetica e Medicina Molecolare presso l’Università di Edimburgo, insieme a un team internazionale di ricercatori ha scoperto un gene, il Mir-941, legato alla funzione cerebrale, presente negli esseri umani, ma assente in tutti gli altri primati. Questo gene, dalle origini assolutamente sconosciute, avrebbe in pratica dato un’accelerazione fantastica al processo cognitivo del nostro cervello rendendoci unici, rendendoci… Umani. Da dove sia arrivato questo gene è un mistero che, forse, può trovare risposta proprio in quei testi antichi considerati mitologia o opere divine.

Dio disse (a chi? Dobbiamo proprio credere che parlasse da solo?): “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” – Genesi 1,26

sabato 1 aprile 2017

IL MOSAICO DELLA CHIESA DI MARIA SS. IMMACOLATA

La bellezza non nasce mai per caso, è il risultato di un’armonica composizione di elementi. Un concetto estremamente ampio, sconfinato, che non si lascia ingabbiare nemmeno dalla finitezza delle parole.
E’ il caso di Qualiano che da dicembre dell’anno scorso può vantare la presenza di una vera e propria opera di inestimabile valore artistico e culturale, realizzata da un’artista di fama internazionale.
Un mosaico come quello recentemente realizzato sull’enorme parete dell’abside della parrocchia Maria SS. Immacolata in Qualiano, dal mosaicista cattolico Marko Ivan Rupnik.
Un indefinito numero di tasselli che, nel loro insieme, diventano capaci di catturare e coinvolgere i sensi dell’osservatore che, stupito, non può far altro che restare a guardare, godendo la sensazione che si prova quando l’anima si lascia accarezzare.
Il mosaico ripercorre tutta la storia della salvezza: dalla vicenda di Adamo ed Eva alla discesa di Gesù negli inferi, dall’annunciazione alla crocifissione. Imponente la rappresentazione del banchetto che occupa tutta la sezione centrale, simbolo di quella mensa a cui, secondo la fede cristiana, siederanno i giusti.
In basso, due immagini che mostrano al credente le vie per raggiungere la salvezza eterna: da un lato una delle opere di misericordia; dall’altro l’esperienza del perdono, raccontata attraverso l’episodio di Gesù che salva (e non condanna) l'adultera che stava per essere lapidata.
Significativo, inoltre, l’utilizzo di specifici materiali e determinati colori.
Il mosaico è composto da tessere irregolari che donano movimento all’opera così da esprimere la relazione tra liturgia e storia, tra il tempo della storia e quello della salvezza eterna. Predominanti i colori blu e rosso con i quali, già i cristiani dei primi secoli, designavano rispettivamente la divinità e l’umanità dei personaggi sacri.
Diventa quasi un dovere morale, allora, cogliere la possibilità di visitare questa straordinaria opera, ancora sconosciuta. Un respiro d’eterna bellezza, capace di rigenerare.
Su gentile segnalazione del Ten. Giuseppe Russo
Fonte: il vaporetto.com