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domenica 31 dicembre 2017

PIOGGIA ROSSA


Il 2001, fu caratterizzato da un insolito fenomeno meteorologico: una pioggia dal color rosso sangue. Per spiegare l’avvenimento diversi scienziati compirono studi approfonditi su campioni di pioggia raccolti. Dalle ricerche risultò che la colorazione rossa era causata dalla presenza di cellule viventi sconosciute, che non sembravano di origine terrestre.
 
Il fenomeno della pioggia rossa fu osservato in più occasioni, in un arco di tempo che va dal 25 Luglio al 23 Settembre 2001. Il luogo dove si concentrarono la maggior parte delle precipitazioni fu localizzato nello stato indiano di Kerala, più precisamente nel distretto di Kottayam. I testimoni riferirono di aver udito, subito prima che incominciasse a piovere, un fragoroso tuono, accompagnato da un lampo di luce. Nei boschi circostanti, inoltre, furono osservate vaste aree in cui le foglie erano avvizzite e avevano assunto una colorazione grigio cenere.
La pioggia rossa era di solito molto localizzata, si presentava sempre in aree non più grandi di un chilometro quadrato (a volte addirittura circoscritte a qualche metro). Al di fuori dell’area interessata cadeva pioggia normale. La durata del fenomeno non era mai superiore ai venti minuti e l’intensità della colorazione della pioggia era variabile. In taluni casi l’acqua era talmente colorata da macchiare i vestiti come fosse sangue.
 
Il colore era dovuto a particelle non identificate in sospensione dell’acqua. Inizialmente, i ricercatori del Centre for Earth Science Studies (CESS) pensarono che la pioggia rossa fosse dovuta alla disintegrazione di un meteorite nell’atmosfera, successivamente, quando vi furono altre precipitazioni anomale nella stessa zona, abbandonarono questa teoria e comunicarono alla stampa, coadiuvati dal Tropical Botanical Garden and Research Institute (TBGRI), che le particelle dovevano essere spore, ovvero cellule disidratate in grado di diffondersi nell’aria e generare un essere vivente una volta trovato un habitat adeguato (come fanno, ad esempio, i funghi). Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo indiano appoggiò questa tesi e commissionò al CESS e al TBGRI un rapporto che fu successivamente rilasciato nel Novembre del 2001. Tale rapporto identificava le misteriose particelle come spore di alghe, fatte poi sviluppare in un terreno di coltura in alghe lichen-forming del genere Trentepohlia. Secondo il rapporto, inoltre, nella pioggia non erano presenti polveri meteoritiche, desertiche o vulcaniche e che non vi erano nemmeno sostanze industriali inquinanti. La spiegazione fornita dai ricercatori identificava la causa in una spropositata crescita di licheni nei boschi circostanti. Questi licheni avrebbero poi liberato un’enorme quantità di spore nell’atmosfera, responsabili dell’insolita colorazione dell’acqua.
 
Tale spiegazione, tuttavia, non convince: non esiste infatti nessun meccanismo conosciuto che possa rendere possibili una tale dispersione delle spore e il loro assorbimento da parte delle nuvole. Altre stranezze vennero a galla dall’analisi dei sedimenti delle piogge rosse: gli scienziati che analizzarono i campioni rimasero sorpresi dalla presenza di alluminio, poiché l'alluminio, normalmente, non è presente nelle cellule viventi. Inoltre, era bassissimo il contenuto di fosforo, elemento che gioca un ruolo chiave nella biologia terrestre, sia come responsabile dalla maggior parte di scambi energetici, che come regolatore proteico. In genere è presente ad alte concentrazioni nelle membrane biologiche. Furono rilevati anche diversi metalli pesanti quali titanio, rame, nickel, manganese e cromo.
 
Nel 2003, la questione delle piogge anomale di Kerala fu portata nuovamente all’attenzione dei mass media grazie alla sconcertante teoria proposta da Godfrey Louis e Santhosh Kumar della Mahatma Gandhi University di Kottayam. I due ricercatori proposero una possibile origine extraterrestre delle misteriose cellule. A sostegno dell’ipotesi vi era il fatto che tali cellule non presentavano DNA, cosa mai riscontrata nelle forme di vita terrestri. Inoltre, è provato che quelle cellule avviavano il loro ciclo di riproduzione a temperature vicine ai 300 gradi centigradi, mentre i batteri ipertermofili terrestri (del dominio degli Archea) resistono, al massimo, a 120 gradi centigradi.
Il dottor Godfrey Louis mandò a J. Thomas Brenna, che lavorava alla Divisione Nutrizionale della Cornell University, dei campioni della pioggia rossa per ottenere un’analisi più approfondita dell’attività biochimica delle cellule. L’analisi allo spettrometro di massa per la concentrazione degli isotopi rilevò un valore per gli isotopi dell’azoto del 5.9 per mille, che rientra nella norma degli organismi terrestri. Il valore del carbonio era del 16 per mille, che è considerato un valore abbastanza alto per gli organismi più evoluti, ma è compatibile con un organismo marino o vegetale che utilizza la via fotosintetica del C4. Il post potrebbe concludersi qui, in quanto sono stati già illustrati tutti gli elementi della vicenda.  Prosegue, riportando l’opinione di alcuni esperti esperti e il risultato di approfondite analisi di laboratorio: ne consiglio la lettura  a chi volesse  approfondire l’argomento.
 
Sono state condotte indagini più accurate sulle cellule di Kerala da parte del microbiologo Milton Wainwright, della Sheffield University, che ha dichiarato di aver trovato il DNA grazie a marcatori fluorescenti (DAPI), ma l’astronomo Chandra Wickramasinghe, grande sostenitore della panspermia (la teoria secondo cui la vita sulla terra si è originata dallo spazio) e docente alla Cardiff University, non è riuscito ad isolarlo e moltiplicarlo mediante PCR (reazione a catena della polimerasi), inoltre queste ultime fonti affermano di aver identificato mediante microscopia elettronica membrane e organuli cellulari, anche se le cellule non mostrano un nucleo definito. Ciò concorda con la dimensione di 7 micron che è quella delle cellule procariotiche che non presentano un involucro nucleare netto, ma il materiale genetico è ammassato nel citoplasma.
In vari periodi storici, sono state registrate molti tipi di piogge anomale, come le piogge di animali o di pesanti blocchi di ghiaccio (Cfr. su questo sito: PIOGGE PRODIGIOSE e BOLIDI DI GHIACCIO), i meccanismi responsabili di queste piogge non sono ancora del tutto chiari, ma la presenza di cellule viventi è ormai incontrovertibile.
 
La teoria della panspermia tira in ballo le comete. Le comete sono formate principalmente da ghiaccio e seguono orbite ellittiche che le portano vicino al sole (e quindi alla terra) solo una volta ogni centinaia o migliaia di anni. L'esplosione udita poche ore prima del fenomeno dai residenti del villaggio di Changanasserry, nel distretto di Kottayam, accompagnata da un lampo di luce, avrebbe potuto essere causata dalla disintegrazione di una piccola cometa entrata nell'atmosfera terrestre. Il materiale contenuto nel nucleo della cometa si sarebbe quindi sparso nell'atmosfera per poi cadere sotto forma di pioggia. Il punto debole di questa teoria sta nel fatto che le piogge rosse siano avvenute ripetutamente, per molti giorni e solo in un’aria molto circoscritta. 
 
Sono molte le ipotesi che si potrebbero fare riguardo a tale evento, afferma il Dott. Marco Lo Presti, Biotecnologo, tuttavia la complessità ed il numero di variabili in gioco rende difficile trovare la risposta, visto che il caso racchiude implicazioni, oltre che biologiche, chimiche, metereologiche, geologiche, botaniche, astronomiche e fisiche. L'ipotesi dell'inquinamento dei campioni non è da scartare visto che, oltre il banale inquinamento atmosferico e le spore fungine delle foreste circostanti, ci potrebbe essere una contaminazione da parte di polvere interstellare, che grazie agli studi e alle osservazioni di Hoyle e Wickramasinghe, sappiamo contenere porfirina, una molecola eterociclica aromatica che forma complessi di coordinazione con molti metalli, che potrebbero essere il magnesio, il ferro (molte specie biologiche terrestri sono costituite da un anello protoporfirinico coordinato dal ferro e dal magnesio e sono largamente presenti sulla terra rispettivamente in emoglobina e clorofilla) e forse, anche l’alluminio (non presente nelle specie biologiche terrestri conosciute ma rilevato nei campioni di Kerala). Inoltre, la porfirina (dal greco porphyrá, cioè porpora), potrebbe essere l’unica responsabile della colorazione rossa delle piogge anomale e l'inquinamento potrebbe essere anche il responsabile del tanto difficoltoso riconoscimento del DNA. Tuttavia, se effettivamente mancasse il DNA e il codice genetico fosse presente in un'altra forma, tali cellule sarebbero quasi sicuramente di origine extraterrestre poiché le bassissime temperature che si ritrovano nel nucleo di una cometa, garantirebbero lo stato di quiescenza di un organismo particolarmente adatto a vivere in condizione di spora o simile.
 
Tale teoria trova i suoi principali sostenitori in Godfrey Louis e A. Santhosh Kumar, che hanno raccolto campioni di pioggia rossa in diversi siti. I due scienziati hanno dichiarato che le particelle hanno senza dubbio una natura biologica. Secondo le loro analisi, gli scienziati hanno determinato che le cellule hanno un diametro variabile da 4 a 10 micrometri e sono dotate di una forma ovale o sferica. Hanno appurato che un millilitro di pioggia conteneva circa 9 milioni di cellule: il peso delle particelle per ogni litro di pioggia si aggirava intorno ai 100 milligrammi. Secondo questi dati, a Kerala sarebbero cadute qualcosa come 50 tonnellate di cellule. Louis e Kumar hanno effettuato dei test per cercare di identificare il DNA, ma il riscontro è stato negativo. Milton Weinwright, invece, studioso di spore stratosferiche, ha riscontrato una similitudine con le spore di urediniomiceti, un particolare tipo di funghi.
Alcuni sostenitori della panspermia affermano che queste cellule potrebbero appartenere, tassonomicamente, al cosiddetto proto-dominio (in inglese proto-domain), cioè un dominio di organismi estremofili di origine sconosciuta (e probabilmente extraterrestre o ancestrale) che tuttavia condividono certi aspetti di quelli terrestri: metabolismo, omeostasi, organizzazione, crescita, adattamento, riproduzione e risposta agli stimoli.

sabato 23 dicembre 2017

LO SPIRITO DELL'ACQUA


Questa è la storia di Don Decker, che divenne noto come Rain man, “L’uomo della pioggia”. Il 24 febbraio 1983 a Stroudsburg in Pennsylvania, moriva, James Kishaugh, il nonno di Don. Mentre in famiglia si piangeva il lutto, egli si sentì sollevato: nessuno sapeva che James aveva abusato fisicamente di Don quando era un bambino.

 

Don Decker era in carcere in quel momento, ma gli fu concesso di partecipare al funerale e di passare alcuni giorni con la propria famiglia. Quel senso di pace, tuttavia, non era destinato a durare a lungo. Al termine dei funerali, fu invitato a passare la notte a casa di Bob e Jeannie Keiffer, due amici di famiglia. Più tardi, quella stessa sera, Don cominciò a percepire che qualcosa non andava. Un profondo brivido iniziò ad afferrarlo e l’uomo cadde rapidamente in uno stato di trance. I Keiffer rimasero sorpresi notando che dell’acqua stava gocciolando dal soffitto e dalle pareti del soggiorno. Chiamarono subito Ron Van Why, il loro padrone di casa: l’unico che poteva capire se c’era qualche problema con le condutture dell’acqua. Ma Ron non aveva risposte perché sapeva per certo che i tubi dell’acqua non passavano in quelle pareti. Nel frattempo, la perdita stava peggiorando, iniziando a salire attraverso le pareti fino al soffitto. Incerto su cosa fare, Ron chiamò anche la polizia. Il commissario Richard Wolbert fu il primo ad arrivare, entrò in casa e in pochi minuti ne uscì completamente inzuppato. Nel referto scrisse le seguenti parole: “Eravamo appena entrati dalla porta principale e abbiamo visto questa goccia d’acqua che viaggiava orizzontalmente, passò tra di noi e andò nella stanza accanto”. L’agente John Baujan, l’altro testimone, affermò: “Ho letteralmente avuto un brivido lungo la schiena che mi ha fatto drizzare i capelli. Ecco come mi sentivo. Stavano accadendo delle cose che non avrei neanche potuto immaginare e non c’era modo di spiegarle”.

 

Mentre i poliziotti cercavano di dare un senso a tutto ciò, notarono la strana condizione di Don. Pensando a un malore, chiesero ai Keiffers di allontanarlo da casa, così lo portarono in una pizzeria poco distante. Non appena i Keiffer e Don uscirono, tutto tornò alla normalità e Ron cominciò a chiedersi se uno dei Keiffers o Don non fosse, in qualche modo, responsabile di quell’incidente. Pam Scrofano, il proprietario della pizzeria dove si recarono, fu l’ennesimo testimone di quegli incredibili fatti. Dopo che gli ospiti si sedettero, la stessa bizzarra cosa cominciò ad accadere anche lì, in pizzeria. L’acqua iniziò a cadere sulle loro teste e si sparse sul pavimento. Pam, un uomo molto religioso, sospettò immediatamente che Don fosse posseduto, quindi prese con sé un piccolo crocifisso e lo appoggiò sulla pelle di Don che reagì con urla di dolore. Il crocifisso aveva lasciato su di lui un segno, come una bruciatura. A questo punto non era più possibile restare in pizzeria, dunque tornarono tutti a casa. Ovviamente quando se ne andarono i fenomeni cessarono.

 

Alla residenza dei Keiffer, il proprietario Ron Van Why e sua moglie Romayne incrociarono i Keiffer e Don mentre ritornavano a casa. La pioggia tornò non appena Don entrò nella residenza, ma stavolta anche le pentole e le padelle cominciarono ad assumere comportamenti strani, infatti sbattevano in cucina. Era troppo! Ron e Romayne accusarono Don di danneggiare la loro proprietà. I due erano convinti che fosse l’uomo a causare tutto ciò anche se non riuscivano a capire come. Dopodiché le cose presero una piega drammatica e violenta. Don si sentì sollevare da terra e fu spinto con forza contro il muro da una forza invisibile. Nel frattempo, gli agenti Baujan e Wolbert erano tornati alla casa dei Keiffer con il loro capo. Incapace di identificare l’origine di quello che sembrava un assurdo gioco di prestigio, il capo disse ai suoi agenti che, in fondo, si trattava di un problema idraulico e che non riguardava la polizia. Ma sappiamo che i due agenti, forse spinti dalla curiosità, ignorarono queste indicazioni e tornarono il giorno seguente per vedere come andavano le cose. A loro si unirono altri due poliziotti, Bill Davies e il tenente John Rundle. Quando arrivarono alla casa, furono sollevati nel notare che tutto sembrava normale, quindi Bill Davies condusse un esperimento mettendo una croce d’oro tra le mani di Don. L’agente annotò che Don sentiva la croce bruciare tra le mani, dunque la riprese e la descrisse come “estremamente calda”. Gli agenti di polizia videro poi Don levitare ancora una volta e finire contro un muro. Il tenente John Rundle, in seguito, così descrisse quel momento: “Tutto d’un tratto si sollevò da terra e volò attraverso la stanza spinto da una forza invisibile. Era come se un autobus lo avesse colpito. C’erano tre segni di artigli sul lato del suo collo che sanguinavano. Ancora oggi non so come spiegarlo”.

 

Ron Van Why cominciò finalmente a pensare che Don non stava causando tutto ciò intenzionalmente e decise di aiutarlo interpellando ogni predicatore di Stroudsburg. Alla fine, uno solo accettò di intervenire. Mentre pregava insieme a Don, quest’ultimo fu vittima di violente convulsioni, ma più pregavano e più Don si calmava. Quando tutto finì, Don sembrava ritornato di nuovo in sé e quella fu l’ultima volte che piovve in quella casa. Il permesso di cui Don godeva finì e lui tornò in prigione. Mentre era nella sua cella, cominciò a chiedersi se veramente era in grado di controllare la pioggia e non appena iniziò a pensarci, il soffitto e le pareti della cella iniziarono a gocciolare. Dunque la sua domanda ebbe una risposta: poteva farlo! La guardia di turno alla prigione non fu affatto felice di vedere dell’acqua che stava allagando la cella e ovviamente non gli credette quando lui gli rivelò che la stava controllando con la sua mente. Sfidò sarcasticamente l’uomo dicendogli che ora avrebbe dovuto mostrare questi suoi “poteri” al direttore. Quindi lo accompagnò fino all’ufficio del direttore presidiato in quel momento, dal tenente David Keenhold. Don si guardò intorno come per ispezionare la stanza, poi i suoi occhi puntarono il tenente. A quel punto gli disse di guardare la sua maglietta poiché era fradicia. Il direttore vide comparire, proprio dal centro dello sterno, una macchia d’acqua larga circa dieci centimetri. Era spaventato. Anche la guardia era spaventata poiché nessuno dei due sapeva spiegarsi quello che stava accadendo.

 

Il tenente Keenhold, comunque, decise di chiamare un suo amico, il reverendo William Blackburn, chiedendogli urgentemente di assistere Don Decker. Dopo essere stato informato su tutto ciò che era accaduto, il reverendo accusò Don di essersi inventato tutto: questo lo fece arrabbiare. Dunque la sua cella si impregnò di un forte odore acre. Alcuni testimoni lo descrissero come un forte odore di morte. La pioggia riapparve di nuovo. Il reverendo la descrisse come una pioggia nebbiosa: la pioggia del Diavolo! Capì finalmente che non si trovava di fronte a un millantatore e cominciò a pregare per Don. Si sedette in quella cella e pregò per ore. Quando la pioggia si fermò, Don scoppiò in lacrime. Il Fenomeno non si manifestò mai più. Don si confidò con il prete, confessando che suo nonno, che da piccolo lo aveva tormentato, probabilmente, aveva avuto la possibilità di farlo anche quando non era più in vita. Tutto ciò che voglio – disse - è stare in pace.

 

Nell’ottobre del 2012, Don Decker è stato accusato di aver appiccato un incendio in un ristorante di Tobyhanna, in Pennsylvania. C’è da pensare che, probabilmente, non ha ancora trovato quella pace che ha tanto cercato.

lunedì 11 dicembre 2017

LAVORARE ALL'ESTERO


Riprendendo e approfondendo un mio articolo apparso di recente su FB (Cfr. Potrei fare il netturbino!) vorrei riproporre l’argomento, ampliandolo. In questo post tratteremo dei lavori maggiormente ricercati all’estero.
Chi ha studiato ingegneria informatica può trovare lavoro anche a San Francisco, perfino con una laurea breve: c’è un enorme divario tra domanda e offerta nel campo della programmazione. Ci sono ragazzi italiani che a 22 anni guadagnano anche 160 mila dollari l’anno.
Quella di infermiere è una professione molto ricercata: all’estero, non è difficile trovare lavoro. La domanda è molto forte. Nei paesi sviluppati nessuno vuole farlo e ci sono intere colonie di infermieri italiani in Inghilterra. Anche di medici c’è carenza: in paesi come la Cina ci sono ospedali popolati da medici italiani, ma in tutto il mondo si importano dottori.
Un altro settore buono è quello alberghiero: le grandi catene internazionali, come Four Seasons e Hyatt, sono piene di italiani.
Andando sul pesante, nel campo delle biotecnologie e della ricerca scientifica le opportunità tra università e aziende di prestigio non mancano.
Infine, c’è il filone alimentare: esportazione e distribuzione di cibo e vini.
 
Che cosa bisogna studiare? Fisica, chimica, ingegneria, matematica, medicina: se studiate queste materie potrete sperare di trovare un lavoro come si deve. Anche i tecnici, quelli bravi, possono trovare l’azienda americana che li assume.
Per quelli, invece, che hanno studiato materie poco spendibili all'estero, come legge e non parlano inglese, diventa un problema serio.
Bisogna pensare a cosa si vuole fare già a 14 anni o, meglio, deve pensarci la famiglia. Se il figlio è bravo negli studi, deve incoraggiarlo a studiare le materie giuste, quelle scientifiche. Altrimenti, meglio indirizzarlo verso la scuola alberghiera, farlo studiare da enologo o da infermiere.
Quanto alle lingue, è importante studiare l’inglese, impararlo sin da piccoli. Senza non si va da nessuna parte.
 
Certo, meglio ancora sarebbe poter restare e lavorare qui ma, in Italia, purtroppo mancano le aziende strategiche per il futuro: niente elettronica, niente biotecnologie, internet l’abbiamo mancata del tutto: l’unica azienda italiana di rilievo nell’online è Yoox. Energie alternative niente, intelligenza artificiale niente!
Al centro di ogni sistema innovativo ci deve essere un’università: a Boston c’è il MIT, nella Sillicon Valley la Caltech e Stanford. Intorno si formano start up, arrivano le aziende, gli investitori, le banche. Insomma, da noi manca tutto, manca proprio il sistema adatto a creare le aziende.

venerdì 1 dicembre 2017

L'UOMO DEL SIMILAUN


Ötzi è la mummia più nota come “L’uomo venuto dal ghiaccio” o “Mummia del Similaun”. Sembra che questa persona sia vissuta sulla Terra più di 5.000 anni fa e una leggenda vuole che abbia portato molta sfortuna a tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’interruzione del suo lungo riposo. La storia della presunta maledizione, in realtà, potrebbe essere solo una serie di sfortunate coincidenze, mentre la cosa più curiosa e interessante della Mummia di Ötzi è la sua stessa storia.
 
Si tratta di una mummia naturale, ritrovata nel 1991. Un cadavere mummificato quasi perfettamente e conservato fra i ghiacci del Similaun, un monte che si trova fra le alpi Venoste in Alto Adige. Dalle analisi risulterebbe un cacciatore dell’età del bronzo, un uomo di circa 46 anni con abiti di pelliccia, scarpe in pelle, arco e frecce. Si pensa sia vissuto tra il 3350 e il 3100 a. C. e probabilmente, fu ucciso perché dai segni evidenti sul suo corpo si intuisce che era in fuga da degli aggressori. Infatti mostra tagli sulle mani, ai polsi e al petto, ha la punta di una freccia conficcata nella spalla e i segni di un colpo sulla nuca. La mummia è stata scoperta e riportata alla luce da due turisti tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione. Stavano camminando presso il passo Hauslabjoch, che si trova a circa 3.000 metri di quota quando notarono la testa e la spalla di una persona che sbucavano dal ghiaccio. Incuriositi, ma spaventati dal fatto che poteva trattarsi di un moderno escursionista, avvertirono le autorità. Un’analisi del DNA del sangue rinvenuto sui suoi indumenti e sulle sue armi, portarono anche a concludere che si era scontrato con almeno quattro persone prima di morire, dato che furono riscontrate tracce ematiche di diversi individui: una sul suo coltello, due sulla punta di una freccia e una quarta sul suo mantello. Forse altri quattro cacciatori come lui.
 

Ötzi, tra l’altro, porta diversi segni sulla sua pelle i segni indelebili di ben sessantuno tatuaggi. Essi consistono in punti, linee e crocette posizionati maggiormente dietro al ginocchio sinistro, nella parte inferiore della colonna vertebrale e sulla caviglia destra. Non è ancora chiaro quale tecnica avesse utilizzato per imprimersi questi segni o perché avesse scelto quei particolari posti, ma molti ipotizzano che furono realizzati con delle piccole incisioni poi ricoperte con carbone vegetale. Dato che ai suoi tempi i tatuaggi, come ogni segno di distinzione, avevano un significato e una funzionalità pratica, molti storici si chiedono se l’uomo di Similaun fosse uno sciamano. Questo spiegherebbe anche la quantità di funghi allucinogeni che portava nella sua borsa. Altri, invece, credono che la loro funzionalità fosse solo quella di ricordare i punti di pressione in cui doveva essere praticata un’antica tecnica di agopuntura poiché le posizioni dei tatuaggi corrispondono proprio a quei punti in cui ancora oggi viene praticata questa tecnica per il sollievo dal dolore. Ipotesi questa rafforzata dal fatto che dagli esami radiologici gli studiosi hanno trovato forme di artrosi proprio in quei punti, ma come faceva ad avere tutte queste conoscenze un uomo vissuto più di 5.000 anni fa?
 
Questa incredibile mummia nasconde misteri molto interessanti che potrebbero ancora una volta spingerci a dubitare e rivalutare delle nostre origini. Ötzi ora si trova al museo archeologico dell’Alto Adige, a Bolzano, insieme ad altre scoperte fatte nella zona. Se vi capita di passare nelle vicinanze, potreste andare a vederlo.

sabato 18 novembre 2017

TELEFONATE IMPOSSIBILI


Los Angeles, 12 settembre 2008 ore 16:22. Un treno pendolare con 225 persone a bordo si schianta contro un treno merci in quello che è ricordato come “Chatsworth crash”. 135 persone rimasero ferite e 25 furono i morti. Le cause dell’incidente vennero attribuite principalmente a un’inadempienza professionale del personale sommata a un inefficienza ingegneristica dei sistemi.  Una delle persone che non sopravvisse fu Charles E. Peck, di 49 anni, agente di assistenza al cliente per la Delta Air Lines all’aeroporto internazionale di Salt Lake City. Stava andando a Los Angeles per un colloquio all’aeroporto di Van Nuys e ottenere così un lavoro nel “Golden State” che gli avrebbe permesso di sposare la sua fidanzata, Andrea Katz, del Westlake Village. Questo sarebbe stato il suo secondo matrimonio: Peck, infatti, aveva tre figli avuti da una precedente unione. Le indagini forensi dimostrarono che Charles Peck era morto sul colpo. Il corpo senza vita dell’uomo fu recuperato dalle lamiere dodici ore dopo eppure, durante le prime undici ore dopo l’incidente, il suo telefono cellulare aveva fatto diverse telefonate. Si potrebbe ovviamente pensare ad un malfunzionamento del dispositivo causato da un impatto violento, però la cosa più strana è che furono composti i numeri delle persone a lui più care. I suoi figli, la sua fidanzata, suo fratello, la sorella e la matrigna. In totale il suo telefono aveva effettuato trentacinque telefonate quel maledetto giorno. I destinatari raccontano che è stato crudele scoprire che, in realtà, era già morto perché nelle telefonate si poteva sentire solo rumore di fondo e sembrava chiedesse aiuto dando loro la speranza che fosse ancora in vita. Come ultimo dettaglio di questa strana storia, nessuno è mai riuscito a ritrovare il cellulare di Peck.

venerdì 17 novembre 2017

L'INCIDENTE DI FALCON LAKE


Tutto iniziò il 20 maggio del 1967, a Falcon Lake, una località situata a circa 120 chilometri a est di Winnipeg, nel Canada. Steve Michalak, un giovane appassionato di geologia, era alla ricerca di minerali di cui la zona è ricchissima. Il nostro geologo dilettante, munito dei suoi attrezzi, procedeva lentamente attraverso i boschi verso una formazione rocciosa che aveva individuato non lontano da una vasta palude. Ad un tratto, mentre stava per cominciare a esaminare qualche pietra, sentì lo schiamazzo di un branco di oche selvatiche spaventate. Nell'attimo stesso, scorse nel cielo due luci rosse che si avvicinavano. Immediatamente dopo, distinse due oggetti circolari, sormontati da una protuberanza, che scesero lentamente.
Uno degli apparecchi si posò a una cinquantina di metri da lui, mentre il secondo, dopo essersi librato per un attimo sulla cima degli alberi, scompariva rapidamente in una nuvola. Il nostro testimone poté quindi osservare attentamente il singolare oggetto che era atterrato, il cui colore subiva delle strane mutazioni: come un metallo arroventato, era bianco, poi man mano che si raffreddava passava dal rosso brillante al rosso-grigio, poi al grigio e infine al grigio-argento.
 
Steve Michalak pensò che l'oggetto fosse un apparecchio sperimentale dell'aviazione militare. Aveva una corona periferica di circa 10 metri di diametro, a forma di cono appiattito,  che circondava una cupola centrale la cui base era striata da fessure di 25 centimetri di lunghezza. Sotto quel complesso, proprio di fronte a lui, si trovano nove pannelli rettangolari di 15 centimetri per 25 forati ciascuno da 30 buchetti che, pensò Michalak, fungevano da prese d’aria o da scappamento.
Man mano che l'UFO pareva raffreddarsi, il testimone sentì delle folate di calore affluire verso di lui. L'aria si impregnava di un odore caratteristico: come di motore elettrico bruciato. AI tempo stesso udiva un ronzio simile a quello di un rotore che girava al massimo mentre, vicino ai pannelli d'aerazione, un’apertura lasciava passare un'intensa luce violetta.
Dall'interno dell'UFO, giunse a Michalak il suono di una conversazione. Le voci sembravano umane anche se lui non distingueva le parole. Alquanto rassicurato, il testimone, che è poliglotta, lanciò dei richiami prima in inglese, poi in russo, italiano, tedesco e polacco, per attirare l'attenzione degli invisibili occupanti, ma invano: Michalak non ricevette alcuna risposta. Allora, con gli occhi protetti dagli occhiali da sole, decise di andare a vedere più da vicino quello strano apparecchio.
Con prudenza, Michalak si accostò all'entrata del velivolo e vide molte piccole luci multicolori disseminate sulla parete circolare interna, che proiettavano a intermittenza dei raggi luminosi, ora in orizzontale, ora in diagonale. Poi la curiosità ebbe la meglio sulla prudenza e Michalak si sporse per guardare meglio. Con sua grande sorpresa, notò che l'apparecchio era vuoto e prima di dargli il tempo di proseguire nella sua ricognizione, la porta gli si chiuse davanti agli occhi, offrendo al suo sguardo tre pannelli scorrevoli due dei quali si chiusero orizzontalmente mentre il terzo si alzò dal basso in alto.
Piuttosto interdetto e ormai convinto di non avere a che fare con dei militari, Michalak cominciò a passare la mano guantata sulla parete esterna che gli sembrava di acciaio cromato. Immediatamente avvertì un odore di gomma bruciata: il guanto stava bruciando per effetto di un calore misterioso. Senza alcun preavviso, l’oggetto cambiò posizione e Michalak si ritrovò di fronte ad una specie di griglia, da cui uscì un getto di gas caldo che lo investì in pieno. Dolorante e preso dal panico, si gettò a terra e si rialzò appena in tempo per vedere la partenza dell’oggetto, che si alzò in cielo cambiando colore, come aveva fatto precedentemente e scomparve alla vista. Scioccato, l’uomo si guardò attorno e vide gli effetti di un forte spostamento d’aria. I suoi abiti avevano preso fuoco e il giovane comprese immediatamente che il getto era venuto dai fori che prima aveva ritenuto per bocche d'aerazione.
 
Un forte odore di zolfo riempiva l'aria e nel punto dove si era posato l'apparecchio, l'erba sta bruciando. Assalito da ondate di nausea, il testimone tentò di ritornare in albergo. Dopo due ore di estenuante marcia, durante le quali vomitò quasi costantemente, incontrò una pattuglia della polizia canadese che lo ricondusse nella sua stanza. Là il giovane avvertì la famiglia che, allarmata dal suo stato, decise di trasportarlo d'urgenza all'Ospedale della Misericordia, a Winnipeg. Da quel momento, Steve Michalak, per circa 18 mesi, fu preda di un malore che si manifestò con sintomi diversi, intervallati da brevi periodi di guarigione.
Dapprima venne curato per le ustioni che, fortunatamente, risultarono superficiali. Le ferite si cicatrizzarono piuttosto rapidamente, ma altri sintomi apparvero e più preoccupanti: nel corso dei primi otto giorni dal ricovero in ospedale, infatti, Michalak perse dieci chili di peso. La perdita di peso fu tanto più allarmante in quanto Michalak era già piuttosto magro. Informati della sua strana avventura, i medici dapprima avanzarono l'ipotesi di un contatto con materiali radioattivi, ma tutte le analisi effettuate al centro atomico di Pinawa risultarono negative. Tuttavia, senza alcuna cura, la salute del malato finì per migliorare e in poco tempo, il giovane riprese il suo peso normale. Poi, bruscamente, il 3 giugno, si presentò un prurito al petto che andava aumentando fino a che, il 28 giugno, il testimone provò la dolorosissima sensazione: come se migliaia di invisibili bestioline gli stavano divorando la carne. In seguito a un adeguato trattamento, il prurito scomparve, ma si trattò solo di un breve sollievo: due mesi più tardi si manifestò di nuovo, poi ancora a gennaio, maggio e agosto del 1968.
 
Le sofferenze di Michalak, però, non erano che all'inizio: un giorno, mentre si trovava al lavoro, avvertì un intenso bruciore al collo e al petto ed ebbe l'impressione di avere la gola in fiamme. All'ambulatorio, dove lo trasportarono immediatamente, si riscontrò che il suo corpo era stranamente gonfio e che nel punto preciso delle vecchie scottature erano comparse delle grandi macchie rosse. Michalak fu vittima di uno straordinario fenomeno: in 15 minuti tutto il suo corpo diventò viola e si gonfiò a tal punto che gli riuscì impossibile togliersi la camicia. Le mani poi diventarono come due piccoli palloni. Gli illustri specialisti chiamati attorno al letto d'ospedale in cui egli giaceva senza conoscenza, non credevano ai loro occhi e si dichiararono impotenti a formulare una diagnosi su quel male misterioso.
Stranamente, tutti i mali di cui soffriva il testimone svanirono completamente durante la notte senza il minimo intervento medico. Il giorno dopo, fresco e riposato, Michalak rientrò a casa accolto con gioia dalla sua famiglia che attribuì la sua guarigione a un miracolo.
I ventisette medici che si sono alternati attorno a Steve Michalak hanno formulato varie ipotesi per cercare di spiegare i disturbi quanto meno curiosi di cui egli è stato vittima. A forza di analisi e di controanalisi, hanno proposto agli ufologi tre diverse teorie.
L’ipotesi più attendibile contempla la possibilità che una radiazione di tipo gamma avrebbe provocato le bruciature e l'immediato deterioramento, nello stomaco del testimone, del cibo che aveva consumato poco prima dell'osservazione. In effetti, i sostenitori di questa teoria pensano che tale decomposizione possa essere all'origine dell'orribile odore di zolfo percepito dal testimone dopo i fatti e che questi, secondo la sua espressione, aveva l'impressione di «portare in sé».
 
I raggi gamma vengono emessi dal decadimento di materiali radioattivi. Inoltre, il risultato di una delle molte analisi a cui fu sottoposto il malato può costituire un indizio prezioso: il tasso di linfociti nel sangue  passò dal 25 al 16 per cento nei giorni successivi alla sua osservazione, per poi tornare normale quattro settimane più tardi. Queste diverse teorie non riescono però a spiegare tutti i disturbi di Steve Michalak: né lo straordinario e istantaneo gonfiore del corpo, né la brusca perdita di peso, né le macchie rosse seguite alle bruciature. I sintomi manifestati dal testimone di Falcon Lake rimangono inspiegabili.
Del resto, i medici della Clinica Mayo di Rochester nel Minnesota (Stati Uniti), dove Michalak si è presentato spontaneamente per sottoporsi ad un nuovo trattamento, non si sono sbilanciati e l'ermetismo della loro diagnosi è rivelatore: «avvelenamento chimico del sangue».
Benché la strana malattia di Steve Michalak sia di natura tale da convincere anche i più irriducibili, la Commissione Condon ha compilato, sul caso di Falcon Lake, un rapporto negativo.
 
Steve Michalak non sarebbe dunque che un simulatore, come ha sostenuto Roy Craig, esperto delegato dalla famosa commissione. Certo, il rapporto della Commissione Condon, che ha messo in rilievo certe incongruenze, ha rilevato giustamente che un fuoco in grado di bruciare degli indumenti, di norma, avrebbe dovuto provocare un principio d'incendio nella foresta. Mentre il malato era in cura, le indagini hanno tentato di scoprire eventuali tracce dell'atterraggio dell'apparecchio. Se le prime ricerche furono infruttuose, altre indagini, effettuate alla metà di giugno del 1967, rilevarono sul terreno una piccola zona circolare dove era sparita ogni traccia di vegetazione. Campioni del terreno prelevati e analizzati dal National Research Council (Consiglio nazionale della ricerca) del governo canadese e dall'Aviazione militare del Canada hanno rivelato la presenza di radioattività, ma secondo gli esperti del governo, i campioni risultavano contaminati dalla vernice fosforescente di un orologio.
 

Il 19 maggio 1968 furono effettuati altri prelievi che confermarono le prime risultanze. Gli stessi prelievi rivelarono anche la presenza di piccole particelle metalliche che erano sfuggite alle prime analisi e che erano essenzialmente composte di una lega d’argento a bassissimo tenore di rame, quindi purissimo.
La scoperta delle particelle metalliche non ha comunque turbato il rappresentante della Commissione Condon, che ha dichiarato che è assolutamente improbabile che le particelle scoperte un anno dopo i primi prelevamenti siano passate inosservate in occasione delle prime analisi. Gli scettici sono perfino arrivati ad avanzare l'idea che sia stato lo stesso Michalak, che aveva preso l'iniziativa dei secondi prelievi, a spargere le particelle per autenticare il suo racconto. Invece, quando l'A.P.R.O. (Aerial Phenomena Research Organization) decise di ripetere le analisi sui primi prelievi, si scoprì che anche quelli contenevano le famose particelle. Analisi mal fatta dunque? Comunque sia, gli esperti del Condon non modificarono il loro rapporto.
A coloro che lo accusano di essere un millantatore, Michalak risponde invariabilmente: “Non chiedo a nessuno di credermi, ma io so quello che ho visto.”

sabato 11 novembre 2017

A. V. BOAS: A LETTO CON L'ALIENA


Il 15 Ottobre del 1957 Antonio Villas Boas, un agricoltore di 23 anni, avvistò per due volte consecutive degli oggetti luminosi nel cielo a S. Francesco di Sales, in Brasile. Una notte, dopo il secondo avvistamento, l'uomo stava arando il proprio campo quando un oggetto a forma di uovo apparve nel cielo ed atterrò proprio davanti al suo trattore. In preda al panico, Antonio tentò inutilmente di scappare ma venne afferrato da quattro esseri (che indossavano una tuta grigia e un casco) e trascinato a bordo dell'UFO.


Antonio racconta: - Il mio inseguitore era un tipo basso (mi arrivava appena alla spalla) che indossava una specie di tuta e con la testa coperta interamente da un casco. Mi voltai con violenza ed una spinta mi fece rotolare a terra, su un fianco, ad un paio di metri di distanza. A questo punto, si affiancarono al primo altri tre individui e venni attaccato di lato e di fronte, fui agguantato per le braccia e per le gambe e sollevato... L'apparecchio stava a uno o due metri da terra, poggiato su una specie di treppiede. Aveva una porta aperta nella metà, con una scala, fatta dello stesso metallo argentato del disco. Fui portato dentro, il che non fu un lavoro molto facile, ed una volta dentro ci trovammo in una piccola saletta quadrata, illuminata fortemente da molte lampade fluorescenti, piccole e di forma quadrata, incastonate nel soffitto. Dentro era assolutamente vuoto. In tutto vi erano cinque persone e queste mi portarono in un altro locale molto più grande del primo e di forma ovale. Arrivato lì, mi sentii molto meno tranquillo, anche perché la porta esterna era chiusa ed io non avevo nessuna possibilità di fuggire.
Questo locale aveva una colonna centrale molto spessa alle due estremità e più sottile al centro, di forma piuttosto strana. Compresi subito che essa doveva essere il perno o l'asse dell'apparecchio. Sui lati vi era una bellissima tavola e attorno a questa molte sedie girevoli appena accostate e tutte di metallo...

 
Gli alieni comunicavano tra di loro per mezzo di suoni simili a latrati e guaiti. Spaventato, l'uomo venne preso, svestito e lavato. Gli venne prelevato un campione di sangue dal mento e venne lasciato da solo in una stanza dove c'era un letto. Poco entrò una bellissima donna nuda.
La creatura era alta solo un metro e mezzo, aveva un corpo stupendo, i capelli biondi e gli occhi grandi, blu e obliqui. Gli zigomi erano alti, il naso dritto ed il mento appuntito. Comunicava con gli stessi "guaiti" emessi dai suoi compagni. Cominciò a strofinarsi su di lui, eccitandolo. I due consumarono un rapporto sessuale e poco dopo la donna aliena si toccò la pancia ed indicò le stelle, come ad indicare che il nascituro sarebbe stato portato nello spazio.
 
 
 
L'incredibile resoconto potrebbe essere interpretato come una fantasia sessuale del ragazzo e non sarebbe stato nemmeno preso in considerazione dagli ufologi se Villas Boas non si fosse sentito così male da ricorrere ad una visita medica.

Il dottor Olavo Fontes che lo esaminò affermò che il giovane era stato esposto a radiazioni. Per effetto della contaminazione, Antonio ebbe dei disturbi per molti mesi: insonnia, stanchezza, dolori in tutto il corpo, mal di testa, disappetenza, bruciore degli occhi e lacrimazione permanente. Constatò lesioni cutanee provocate da contusioni e macchie giallastre che sparirono dopo venti giorni. Presentava, inoltre, piccoli noduli arrossati, duri, ondulati in superficie, dolorosi se schiacciati e con un piccolo orifizio nella parte centrale, da cui usciva un siero giallastro. Larghi strati di pelle presentavano un'area ipercromica, violacea. Infine riscontrò sul mento, ove gli era stato prelevato il sangue, due macchioline ipocromiche, una per ciascun lato del mento, di forma più o meno arrotondata. La pelle era sottile e liscia, come se si stesse rigenerando.

domenica 5 novembre 2017

IL CASO MERIDA


Il 20 marzo del 2005, alle due di notte, David Espada, José Alonso Herrera Hernández ed un altro ragazzo (che ha preferito l’anonimato) giocavano tranquillamente a pallone sul marciapiede davanti alle loro case, nella zona di Fraccionamiento Del Parque, vicino Merida, nello Yucatan (Messico). Herrera stava riprendendo con un cellulare i due amici che giocavano, quando David Espada si fece sfuggire la palla che rotolò vicino ad un palo della luce lì vicino. David andò quindi a riprendere la palla ed Herrera che lo seguiva con l’occhio digitale della sua videocamera applicò uno zoom 2x.
David si apprestò a prendere la palla quando, inaspettatamente, una misteriosa entità fece capolino da dietro al palo della luce. Estendendo un lungo braccio, tentò di afferrare David. Quest’ultimo, una volta sentito il tocco della creatura sul suo braccio, saltò dallo spavento, si ritrasse e cominciò a correre verso gli altri due ragazzi urlando: - Porca … qualcosa mi ha toccato il braccio! Non sto scherzando, lo giuro! –
In seguito racconterà in televisione: 
"Andai a raccogliere la palla e improvvisamente, sentii una mano gelida afferrarmi il braccio, tirandomi con forza. Era un essere orribile, una strana creatura con delle lunghe braccia. Mi terrorizza il solo ricordo."

Nel frattempo, i ragazzi non si rendono ancora conto di quello che è successo, ma David era terrorizzato e continuava ad urlare indicando il palo: - È là, dietro al palo; continua a riprendere! - Herrera, allora, puntò la sua videocamera nella direzione segnalata da David ed applicò uno zoom di 4x. A questo punto, la creatura si mostrò una seconda volta, sporgendo leggermente la testa da dietro al palo per circa tre secondi, poi sparì definitivamente.
I tre ragazzi, a questo punto, realizzarono cosa stava accadendo e cominciarono a scappare in preda al terrore. Lo shock subito dai giovani fu talmente forte che per diversi giorni nessuno di loro volle né parlare dell’evento né guardare il video girato da Herrera. Solo diversi mesi dopo, David Espada e José Herrera, trovarono il coraggio per poter raccontare lo sconcertante avvenimento ad alcuni compagni di scuola. La visione del video allontanava lo scetticismo dalle menti degli spettatori, consentendo alla storia di diffondersi a macchia d’olio fra gli studenti.
Otto mesi dopo l’accaduto, più precisamente il 30 Novembre 2005, l’investigatore messicano Jaime Maussan venne a Merida per tenere una conferenza e casualmente, fu informato dell’esistenza del controverso video da alcuni appassionati di ufologia. Maussan fu da subito molto interessato e volle conoscere i ragazzi per ascoltare la loro storia. Dopo aver visionato il video, l’investigatore convinse i ragazzi a condividere la loro esperienza con il resto del mondo. David Espada era ancora molto scosso ed accettò solo dopo molte insistenze. fu allora che il filmato venne trasmesso in televisione ed i ragazzi furono intervistati diverse volte.
L’unica prova tangibile dell’evento, oltre alla testimonianza dei ragazzi, è costituita dal video girato da Herrera con il suo cellulare. La risoluzione è estremamente scadente ed è difficile distinguere i particolari. Inoltre, gli artefatti dovuti alla compressione del video potrebbero aver fuorviato gli investigatori per quanto riguarda la misura del braccio dell'alieno: la parte finale del braccio (quella che dovrebbe toccare David) è, molto probabilmente, un effetto ottico dovuto alla bassa qualità delle immagini. Gli scettici come, ad esempio, Daniel Parquet, del Journal of Hispanic Ufology (giornale ufologico spagnolo) Jorge Moreno Gonzales, direttore del Centro d’Ivestigazioni sui Fenomeni Paranormali e Sergio Valdez Diaz della rivista "I Misteri di Merida" asseriscono che tutta la storia è in realtà una candid camera ideata dai ragazzi per prendersi gioco del loro amico (David Espada).
D'altro canto, c'è Jaime Maussan che continua a sostenere l'autenticità del filmato. Secondo il famoso giornalista, infatti, sul luogo dell'avvistamento fu rilevata della radioattività anomala. Il dato figura in un articolo inviato all'editoriale Milenio da Maussan: nel testo si legge che l’astrofisico Jorge Guerriero ha trovato la scoperta tanto stupefacente quanto inspiegabile, dal momento che non c’è alcun motivo che spieghi e giustifichi la presenza di radioattività nella zona di Fraccionamento del Parque.

sabato 4 novembre 2017

BIBLIOTECA


Ultimamente si è accesa una discussione su un sito web molto popolare ma, in concreto, che ruolo hanno le biblioteche nell’era di internet? Perché usare una biblioteca quando si possono avere quasi tutte le informazioni dal web?
Molto dipende da cosa si cerca. Se si vuole la descrizione sommaria di qualcosa, la si può trovare su Wikipedia, ma se si cerca un libro o un articolo, la maggior parte delle volte queste cose sono “protette” dal diritto di autore e riuscire ad acquisirle richiede una capacità di spesa. C’è poi il solito problema inerente le fake news, che ora è di grande attualità. Soprattutto sono luoghi d’incontri reali, tra le persone più diverse. E questo internet non potrà mai offrirlo.
Prendiamo, ad esempio, la New York Public Library, la più grande biblioteca americana pubblica, non è solo una raccolta di libri con una sala di lettura (spettacolare nel caso specifico) ma un vero e proprio polo culturale di integrazione, democrazia e cultura. L’ingresso è libero, così ogni anno vi arrivano milioni di persone non solo per consultare libri e archivi, ma anche per frequentare i corsi gratuiti di lingue, informatica, storia, filosofia, teatro, cinema. 
 
E in Italia? Il nostro servizio bibliotecario pubblico si avvicina al modello della Grande Mela?
Secondo Rosa Maiello, presidente nazionale dell’Associazione italiana biblioteche (Aib) e direttore della Biblioteca dell’Università di Napoli “Parthenope”: - La New York Public Library è quello che il servizio bibliotecario dovrebbe essere: capace cioè di promuovere l’apprendimento, lo sviluppo del piacere della lettura fin dalle prime fasce d'età, ma anche l’information literacy, cioè corsi che insegnino l’uso delle tecnologie e come muoversi nel mare magnum dell’informazione.
Una proposta: si potrebbe promuovere un progetto per l’alfabetizzazione informatica dei pensionati, magari coinvolgendo i ragazzi delle superiori nell'ambito dell'alternanza scuola-lavoro. Si tratterebbe, in pratica, di un corso tenuto da ragazzi che insegnano agli anziani come usare il pc, la posta elettronica, l’accesso alle utenze domestiche e altri servizi. Un'iniziativa ambivalente: i ragazzi imparerebbero a rapportarsi con le persone adulte e a razionalizzare quello che sanno fare, perché devono spiegarlo.
 
In Italia il servizio è molto eterogeneo e dipende molto dalle politiche dei singoli Comuni e dalle dotazioni finanziarie ad esso destinate. Visto che l'amministrazione locale è libera di fare quello che vuole, non essendoci uno standard comune, nel nostro Paese troviamo biblioteche super attrezzate (con sale dedicate ai più piccoli, corsi, postazioni con wifi per navigare in internet e orari di apertura adeguati alle esigenze dei cittadini) e altre meno dotate di risorse, che restano aperte poche ore al giorno per mancanza di personale e che sono poco più di una sala di lettura.
In effetti, manca una legge sulle biblioteche, una cornice normativa di riferimento in cui si stabiliscono gli standard minimi di servizio, la destinazione d’uso, le finalità. Giace in Parlamento una proposta di legge (Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura, testo unificato C. 1504 e C. 2267) che ha avuto l’unanime parere favorevole della Commissione Cultura della Camera ed è poi passata in Commissione Bilancio, dove si è fermata. Speriamo che  l’iter prosegua e non decada con la fine della legislatura. Nella proposta si declinano quelli che sono i servizi minimi che la biblioteca pubblica deve poter fornire, si prescrive l’obbligo delle amministrazioni locali di inserirle nei loro bilanci con un apposito capitolo di spesa.
Oggi, nella pianificazione delle attività fondamentali di un ente locale, il servizio bibliotecario viene inserito nella voce “varie ed eventuali”. Il problema è che in questi anni ci sono stati tagli al personale nell’ambito di un più ampio ridimensionamento della Pubblica Amministrazione e la scarsa sensibilità rispetto all’importanza del servizio in relazione a quello che può offrire in termini di welfare, non è andato certo a favore delle biblioteche. In parole povere: visto che queste strutture non sono percepite come necessarie, sono le vittime predestinate dei tagli alla spesa.

Le regole dell’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile).


In aeroporto, non è raro incontrare passeggeri in procinto di prendere un volo con bagagli a mano carichi di souvenir alimentari. C’è poi chi, per esigenze personali, in volo preferisce portare uno spuntino da casa piuttosto che mangiare il pasto servito in aereo (negli ormai sempre più rari casi in cui questo è previsto).

A bordo, tuttavia, non tutto il cibo è permesso, perché vigono delle restrizioni. Per esempio, non sono ammessi i formaggi a pasta molle, quelli freschi come le mozzarelle e il formaggio spalmabile (anche se è possibile portare un panino con questi prodotti all’interno); vietati anche gli yogurt, le creme al cioccolato e i budini, le confetture e le salse di vario genere. Questi prodotti devono essere trasportati nel bagaglio in stiva. Al contrario si possono portare a bordo prodotti secchi, come pasta, crackers, biscotti e anche il formaggio stagionato.

I liquidi (anche aerosol e gel) possono essere portati a bordo solo se in contenitori singoli di capacità massima di 100 ml, inseriti in un sacchetto di plastica trasparente e richiudibile da un litro.

giovedì 2 novembre 2017

GLOBSTER


Il termine Globster fu coniato da Ivan T. Sanderson nel 1962 per descrivere la grande carcassa arenatasi in Tasmania nel 1960. Queste colossali masse organiche, dette anche Blob, si distinguono dalle normali carcasse marine per la difficoltà di essere identificate come resti di animali conosciuti. Fino ad oggi si sono verificati parecchi ritrovamenti di queste fibrose masse organiche, il più delle volte arenate sulle spiagge. Molte sono le ipotesi avanzate dagli esperti di biologia e criptozoologia: c’è chi afferma si tratti di gigantesche piovre (octopus o Kraken), calamari giganti o giganteschi invertebrati sconosciuti. Esiste anche la possibilità, meno sensazionalistica, che si tratti di carcasse di balene, capodogli o grandi squali in avanzato stato di decomposizione. Alcuni globster sono effettivamente stati identificati in tal senso, ma non è questo il caso.

 

Il Tasmanian Globster, una enorme massa organica mai identificata ritrovata su una spiaggia nei pressi dell'Interview River, nella Tasmania Occidentale, fu rinvenuta da due mandriani locali, Jack Boote e Ray Anthony, mentre radunavano il bestiame assieme a Ben Fenton, il loro principale. La sua lunghezza fu misurata in 7 metri e la larghezza in 6 metri; il suo peso fu stimato dalle cinque alle dieci tonnellate. La carcassa non aveva occhi e al posto della bocca presentava due protuberanze morbide simili a zanne. La carcassa aveva una colonna vertebrale, sei 'braccia' morbide e carnose e delle setole bianche che ne ricoprivano il corpo. Non emanava nessun odore e non sembrava in stato di decomposizione. Fenton scattò una fotografia della carcassa e riferì la sua scoperta a molte persone, tuttavia non riuscì a suscitare alcun interesse. Soltanto un anno e mezzo dopo, riuscì a convincere G. C. Cramp (membro del consiglio di amministrazione del Tasmanian Museum) ad organizzare una spedizione per esaminare il reperto dal punto di vista scientifico. Facevano parte della spedizione Bruce Mollison e Max Bennett, del CSIRO (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization) e due funzionari del Tasmanian Field Naturalist Club: L. E. Wall e J. A. Lewis.

 

Affrontati gli ostici terreni della Tasmania occidentale, il gruppo giunse sul posto il 7 Marzo 1962, constatando che la carcassa, dopo un anno e mezzo, era rimasta pressoché immutata. La notizia venne riportata sulla prima pagina del quotidiano della città di Hobart, The Mercury, con un articolo ricco di particolari: “Duro, gommoso e in ottimo stato di conservazione. Gabbiani, corvi e diavoli della Tasmania hanno per mesi tentato di strapparne brandelli di carne, ma invano. Inizialmente era ricoperto di peli, descritti dagli allevatori come simili a lana di pecora, ma untuosi al tatto. La creatura aveva una gobba di circa un metro e mezzo, che nella parte posteriore andava degradando fino a circa 13 centimetri. Sulla parte anteriore si osservano cinque o sei fessure prive di peluria, simili a branchie, oltre a quattro grandi lobi penduli al cui centro vi era un orifizio simile ad una gola. Non sembra avere una struttura ossea”

 

Il 16 marzo di quello stesso anno, il governo australiano organizzò una seconda spedizione, alla quale presero parte numerosi scienziati: vennero prelevati dei campioni di tessuto dalla carcassa che vennero poi portati ad Hobart per essere esaminati. I pareri degli scienziati non furono unanimi; il professor Clark, della University of Tasmania, affermò che si trattava di una enorme razza e che non poteva assolutamente essere un cetaceo. Nonostante i pareri discordanti, il governo australiano intervenne per chiudere frettolosamente la faccenda, affermando che si trattava di una grossa massa di grasso di balena. Bruce Mollison, che guidò la prima spedizione, non concorda con questo parere, affermando che la mancanza di ossa, la mancata decomposizione e la presenza di branchie escludevano che potesse trattarsi di un cetaceo.

domenica 29 ottobre 2017

AMICIZIA: FUMMO NOI A TRADIRLI


Un gruppo di persone asserisce che gli extraterrestri sono entrati in contatto solo con loro. L’idea di questo contatto non convenzionale non mi convince in quanto i messaggi rilasciati da questi presunti extraterrestri e diretti all’umanità, differiscono da caso a caso: così facendo questi sedicenti contattisti si screditano tra loro.  Tra la metà degli anni 50 fino alla fine degli anni 70 ci fu un caso italiano che fece scalpore in tutto il mondo. Si parlò di esseri umani che, in segreto, collaboravano con extraterrestri e di centinaia di persone coinvolte. Nessuno fu in grado di penetrare il fitto strato di mistero che circondava quegli eventi. Solo dopo decenni di silenzio alcuni testimoni hanno deciso di parlare svelando alcuni retroscena, tuttavia ad oggi molti aspetti dell’intera vicenda rimangono ignoti. Questa è la storia del Caso Amicizia, uscita allo scoperto solamente nel 2003 con la morte di Bruno Sammaciccia, il primo di questi contattisti, in quanto nel suo testamento fece presente la volontà che la vicenda venisse divulgata solo dopo la sua morte.


Aprile 1956. Bruno Sammaciccia, un noto psicologo e teologo, insieme a due suoi amici Giancarlo e Giulio, stavano studiando una vecchia mappa di Ascoli Piceno alla ricerca di un tesoro nascosto nel castello di Rocca Pia, dove i tre si erano recati. Improvvisamente una penna scivolò fuori dall’astuccio di Bruno e si mise a scrivere da sola sulla mappa la seguente frase: “Ora ti spiegherò chi sono, da dove vengo e cosa voglio chiederti, siamo qui per darvi la nostra bontà e la nostra conoscenza.”
Qualche giorno dopo i tre tornarono al castello di Rocca Pia dove questa volta udirono una voce: “Ora, amici miei, rimanete calmi perché mi mostrerò a voi. Siete pronti?”
A quel punto davanti a loro comparvero, in successione, due figure umane. I due uomini, che parlavano l’italiano, erano in tutto e per tutto uguali a noi, ma avevano delle peculiari fattezze fisiche: uno infatti erano alto due metri e mezzo, mentre l’altro solamente un metro. L’episodio sancì l’incontro con i cosiddetti “Fratelli dello Spazio” che si dimostrarono amorevoli e rispettosi nei riguardi dell’intera umanità. Dopo questo primo incontro, ne avvennero molti altri ai quali parteciparono sempre più persone. Il gruppo degli amici si allarga con il passaparola e ne entra a far parte anche Gaspare De Lama insieme a decine di altri "insospettabili": professori, ingegneri, operai, giornalisti, impiegati, casalinghe, persino (dicono) un futuro Premio Nobel. Questi extraterrestri affermarono di lavorare in basi sotterranee e che non erano l’unica razza presente sulla Terra. Solo nelle basi italiane sarebbero stati presenti più di 200 individui organizzati in una confederazione, mentre tutti gli altri erano sparsi in altri paesi europei, in Siberia, Sud America e in Australia.
La vicenda non trapela: per decenni rimarrà un segreto. Il Caso Amicizia esplode solo nel 2007, quando Sammaciccia, poco prima di morire, chiede all'amico Stefano Breccia di mettere per iscritto quei fatti straordinari di cui era stato testimone per mantenerne per sempre il ricordo. Il libro "Contattismi di massa" svela la storia al mondo e scatena una ridda di polemiche per l’assurdità del racconto e soprattutto per la totale assenza di prove. Agli occhi di tutti quel racconto sembrava una gigantesca truffa, anche se nessuno riusciva a spiegarsi quale fosse il fine, poiché nessuno dei testimoni ne guadagnò qualcosa in termini di fama o ricchezza. Tuttavia, sostennero fino alla fine questa storia. Bruno, come abbiamo visto, non la smentì neanche di fronte alla morte. Come fece pure Gaspare Da Lama, un altro protagonista di questa vicenda. Nel 2013, Gaspare concesse un’intervista alla giornalista Sabrina Pieragostini


https://www.panorama.it/scienza/extremamente/il-caso-amicizia-quegli-alieni-che-vivevano-in-italia/



nella quale rivelò altri dettagli: egli affermò, tra l’altro, che Bruno era il punto di riferimento degli extraterrestri, che comunicavano con lui tramite un dispositivo impiantatogli dietro l’orecchio. Gaspare tuttavia rimase sempre un po’ scettico. Continuava a dubitare dell’esistenza di questi esseri, pensava ad un trucco molto ingegnoso, ad una messa in scena, anche quando vide scomparire dei carichi di acqua e di frutta che, su loro precisa richiesta, arrivavano su dei camion che venivano parcheggiati in un determinato punto. La merce veniva prontamente smaterializzata da questi esseri, padroni di chissà quale tecnologia. Continuò l’intervista dicendo che quando cominciava a dubitare dell’esistenza dei “Fratelli dello Spazio”, riceveva dei messaggi sulla sua radiolina a transistor, quella che portava sempre con se; messaggi provenienti direttamente dagli alieni che lo invitavano a cambiare il suo modo di pensare, quasi come se potessero leggere i suoi pensieri.
Bruno Sammaciccia si riferiva agli alieni chiamandoli W56, con “56” che si riferiva all’anno del contatto e la “W” che stava per “Vittoria”, ma loro si riferivano a sé stessi con il nome “Akrij” che in sanscrito significa “Saggi”, in egiziano “Divinità”, mentre la forma greca della parola ha come significato “Persone che stanno in alto” e c’è una parola simile in arabo che significa “Gruppo di amici”. Ma, cosa ci facevano tutti quegli extraterrestri sulla Terra? Cosa volevano da noi e da quanto tempo erano qui?


La risposta l’hanno data tutte le persone che avrebbero vissuto in prima persona gli eventi del Caso Amicizia e che ancora giurano che non vi è nulla di falso. Secondo i W56, la Terra è uno dei cinquanta pianeti della Via Lattea in grado di generare vita e nel corso della storia sul nostro pianeta si sono succedute ben sei civiltà che si sono estinte per colpa di sanguinosi conflitti sfociati in guerre. L’ultima di queste civiltà avrebbe posseduto una tecnologia tale che avrebbe permesso, a pochi di loro, di lasciare il pianeta e quindi di salvarsi per poi evolversi nei millenni successivi su un altro pianeta, cambiando anche leggermente il loro aspetto, tra cui l’altezza. Dunque i W56 avrebbero origini terrestri e non sarebbero tornati sulla terra per motivi di studio, ma avrebbero costruito delle basi segrete per dedicarsi alla ricerca di una particolare energia che Gaspare, durante l’intervista, affermò fosse l’amore. In effetti, disse, i W56 possono ricavare energia da ogni cosa ma, a quanto pare, quella dell’amore è una delle più forti.
I loro discorsi appaiono colmi di argomenti quali la fratellanza, la pace e l’amore, anzi sembra che quest’ultimo dovesse essere al centro di ogni cosa, per evitare quella stessa distruzione che portò all’estinzione i popoli precedenti.


Questi alieni, a quanto pare, traevano energia dall’amore per sostenere tutta la loro tecnologia e finché questa energia fluiva tra loro e centinaia di contattisti, tutto procedeva per il meglio. Ma, con il passare degli anni, la natura più oscura dell’essere umano venne a galla e con essa anche gelosia, rabbia e odio. Questo portò l’energia dell’amore ad affievolirsi. La fine dell'amicizia coincise con la battaglia decisiva contro una fazione di alieni antagonisti, soprannominati "I Contrari" o CTR: i W56 furono sconfitti dai loro nemici e nel 1978 lasciarono le loro basi italiane. In effetti, in quell’anno si registrarono numerosi avvistamenti UFO in tutto il centro Italia. Il 1978 fu anche l’anno in cui furono avvistati decine di globi luminosi emergere dal Mar Adriatico, un fenomeno reale, che attirò l’attenzione dei militari, i quali indagarono senza esito sul caso.
Quella del Caso Amicizia è una storia difficile, al limite del credibile, però chiunque siano stati questi W56, di certo, sono riusciti a lanciare un monito all’umanità. I loro discorsi dovrebbero essere presi in considerazione poiché la minaccia di autodistruggerci a causa della nostra stessa superbia è reale e fattibile. 

Concludo questo post lasciandovi quello che, per me, è il loro messaggio più significativo: “Questo è un momento critico nella storia dell’umanità. Noi non siamo qui per conquistare, perché non c’è nulla da conquistare. Siamo sulla Terra ormai da molti secoli nascosti in basi segrete sparse per tutto il mondo. La nostra bontà e verità saranno più forti dei vostri dubbi.”
Si sbagliavano.