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sabato 28 maggio 2016

IL CASO USTICA


“Questo studio si propone di far conoscere a un pubblico più vasto possibile come, nello scenario degli eventi che portarono la sera del 27 giugno 1980 all’abbattimento del DC-9 della compagnia ITAVIA, nel cielo dell’isola di Ustica, si trovino numerosi indizi sostanziali del fatto che la causa scatenante di questo tragico evento possa benissimo essere stata un’operazione militare aero-navale effettuata dagli Stati Uniti congiuntamente ad alcuni paesi della NATO (Gran Bretagna, Francia e Italia), finalizzata all’intercettazione e tentato abbattimento di uno o più Oggetti Volanti Non Identificati, i quali seguivano – già da qualche tempo e da molto vicino – il trasporto civile in questione.
Quest’ultimo, pertanto, sarebbe stato colpito per errore da uno o più missili diretti contro tali velivoli.”





Riporto integralmente le prime frasi dell’introduzione concernente l’indagine di Umberto Telarico, sedicente analista e inquirente del GIRUC (Gruppo Indipendente di Ricerca Ufologica Campano) che espone, in un corposo volume di ben 249 pagine, i fatti conosciuti e numerose altre ipotesi in merito alla misteriosa fine del DC-9 ITAVIA e dei suoi occupanti. È mia intenzione, in questa sede, riportarne soltanto un breve stralcio e continuare con quest’argomento solo in seguito e solo se creerà un certo interesse. Premetto che l’ipotesi ufologica, anche se non mi convince, è intrigante e alcuni fatti, qui esposti, non sono privi di fondamento. 


Il volo IH-870 della società ITAVIA partì da Bologna alle ore 20:08, con due ore di ritardo sull’orario previsto. Una volta in quota, al di sopra della Toscana, secondo la ricostruzione fatta dai periti in base ai tracciati radar di Roma Ciampino, la traccia radar del DC-9 apparve spuria, ossia sovrapposta a quella di un altro aeromobile (o forse due) viaggiante nelle immediate vicinanze del jet civile. In altre parole, era come se qualcosa volasse di conserva - ossia si fosse disposto poco sopra, sotto o in coda - con detto cargo allo scopo di occultare la propria presenza confondendosi nel cono d’ombra radar del DC-9. Intanto, quest’ultimo procedeva lungo l’aerovia civile denominata Upper Ambra 13 Alfa senza potersi rendere conto di una tale presenza “estranea”. Nel frattempo, un aereo Awacs ha sotto controllo una missione i cui scopi sono tutt’oggi rimasti top-secret e a questo scopo, sorvola in circolo l’Appennino Tosco-Emiliano. Cito quest’aereo poiché ci si renderà conto che il traffico aereo intorno al DC-9, quella notte, era stranamente intenso. Una volta sulla Toscana, venne affiancato da un aereo con sigla militare LG-461 proveniente dalla Liguria. Ciò avvenne praticamente davanti al muso di una squadra composta di tre F-104 italiani, decollati dalla base aerea di Grosseto intorno alle ore venti del 27 giugno 1980. I caccia erano pilotati da Mario Naldini e Ivo Nutarelli i quali, secondo la ricostruzione fatta dal giudice Priore, quando incrociarono il DC-9 e il suo “accompagnatore fantasma”, per ben tre volte lanciarono il codice di allarme ai radar di terra, per poi far rientro alla loro base.
Anche Telarico ammette che la presenza sulla scena di questi aerei italiani potrebbe essere stata del tutto casuale. D’altronde - dico io - perché mandare in ricognizione degli aerei da addestramento biposto e per di più disarmati? Resta il fatto che, alcuni anni dopo, nel 1988, i due piloti in questione morirono, in un incivolo, durante la manifestazione aerea di Remstein, in Germania (in cui, peraltro, perirono numerosi innocenti spettatori). Per una strana coincidenza, successe appena qualche giorno prima della data in cui gli stessi avrebbero dovuto essere ascoltati quali testi in causa dal giudice Rosario Priore.



A parte la strana coincidenza, che probabilmente ha dato adito a una leggenda, chi ha visto i filmati che ci riportano all’incidente di Remstein può ben capire, anche senza tante spiegazioni, come sia improbabile che si sia trattato di un incidente simulato allo scopo di uccidere quei due piloti. Basti ricordare che si trattava di un’esibizione delle frecce tricolori e che nell’eseguire quelle manovre ardite, un errore, anche minimo, può portare alla morte di un pilota e può coinvolgere chiunque voli in quella formazione. Se qualcuno avesse voluto uccidere quei due avrebbe dovuto escogitare un piano migliore!

Allo scopo di verificare se le ipotesi di Telarico hanno degli effettivi riscontri e se quanto ha ipotizzato può essere realmente accaduto, analizziamo la vicenda in tutte le sue parti.
Secondo fonti vicine all’Aeronatica Militare, risulta per certo, dalla registrazione di una telefonata con l'ATC di Roma, che la Torre di Grosseto ha chiuso al crepuscolo le attività di volo, in aderenza al cosiddetto "orario HJ" rilasciando le proprie aeree riservate a Roma ATC.  Questo è il primo fatto che dimostra come sulla base di Grosseto alle ore 21:00 di quella sera non ci fosse nessuna situazione particolare o di allarme.
Numerosi riscontri, anche al dibattimento del processo, hanno permesso di accertare con sicurezza questi voli effettuati a Grosseto nel tardo pomeriggio del 27 giugno 1980. Anche Priore da per certo che sono stati i seguenti: il velivolo TF104 marche 54253, con a bordo i due istruttori Nutarelli e Naldini, decollato alle 19:30 e atterrato alle ore 20:45, impegnato in una missione tipo CHASE Intermedia 2; velivolo TF104 marche 54261, pilotato da Giannelli, decollato alle 19:30 e atterrato alle ore 20:35, impegnato nella stessa missione. Questa coppia di velivoli volava assieme: l’allievo Giannelli effettuava la sua missione Intermedia 2 sotto la supervisione degli Istruttori Nutarelli e Naldini. Velivolo TF104 marche 54230, con a bordo Bergamini e Moretti, decollato alle 19:40 e atterrato alle 20:50, impegnato in una missione tipo Intermedia 8. In questa missione, l’istruttore Bergamini, contrariamente al caso precedente, era in volo insieme all’allievo Moretti e provvedeva al suo addestramento.
È singolare notare che per ricostruire, con buona approssimazione, i percorsi di quei voli si sia dovuto ricorrere anche alle registrazioni di Ciampino. In quanto i tabulati di Poggio Ballone si prestavano a difficoltà interpretative dovute sia a errori di misura impliciti al sistema, sia alla scarsa cura nel seguire i voli nella zona, forse per trascuratezza o lassismo degli operatori. Questo quadro operativo, per niente edificante, serve però a rimarcare quanto l’atmosfera fosse pacata, tanto da permettere al personale in servizio di prendersi qualche distrazione.  La missione che più ci interessa è quella dell'istruttore Bergamini con l'allievo Moretti. Questa è la missione cui Priore attribuisce tutta la problematica dei codici SIF di emergenza. I codici SIF a detta dell’AM costituiscono indubbiamente un’anomalia che può essersi verificata per diverse ragioni, ma solo per motivi tecnici o malfunzionamenti oppure per manovra impropria da parte del pilota e non per segnalare quella grave "emergenza generale", di natura operativa, osservata nei pressi del velivolo DC-9, come ipotizzato da Priore. Infatti, l'emissione del codice 7777 di SIF2 è già presente alle 18:00; a quell’ora, il DC-9 Itavia doveva ancora decollare. Questo codice non segnala nessuna emergenza ma è solamente il numero che identifica il velivolo o il gruppo di appartenenza. Poteva essere impostato solo a terra perché le relative manopole erano sull'apparato.
Dai tabulati, si nota che sul punto dove s’intersecano le due rotte, a NE di Firenze il DC-9 passa alle 18:22 mentre il TF104 due minuti dopo, quando il DC9 dista oltre 10 miglia. Dopo, il percorso procede su rotte quasi parallele in quanto il TF104 procede a velocità leggermente superiore rispetto al DC-9. Dall’analisi complessiva dei tabulati radar, risulta che il DC-9 non si è mai trovato a una distanza tale da permettere ai due piloti del TF104 di fare un accertamento a vista dell’eventuale situazione del DC-9 e dei suoi dintorni. Si osservi che alla distanza di 10 miglia un velivolo delle dimensioni del DC-9 viene visto molto piccolo e non è identificabile, un eventuale velivolo in scia, più piccolo, lo è ancora meno.

domenica 22 maggio 2016

OBIEZIONI

Non ho potuto fare a meno di notare come il mio articolo dal titolo "Dio", abbia suscitato, una volta apparso su facebook, un’infinità di polemiche. Da parte mia, devo ammettere che le scritture, anche se definite sacre, si prestano, oggi più che in passato, a particolari rivisitazioni.
 
Le basi strutturali di qualsiasi religione sono, alla luce della logica, tutte improbabili e contraddittorie, a volte finanche assurde. Mi spiace dirlo, ma queste loro peculiarità si riflettono sulla mentalità di chi le assume senza se e senza ma. Queste persone sono, fondamentalmente, individui la cui credulità deve essere continuamente foraggiata e rafforzata tramite il confronto coi ragionamenti, ben più complessi, di chi analizza e dubita del suo credo. Ma, più si nutrono di opposizione, più si convincono delle loro convinzioni. Non importa che si tratti di una casalinga o di un illustre luminare: chi è devoto lascia alla base della propria personalità questa credulità forzosa. Sembrerebbe, che il devoto desideri rimanere tale quando, invece, potrebbe liberarsi da questa incomprensibile ingenuità attingendo alla cultura ed all'informazione, che oggi sono alla portata di tutti. Forse è proprio per questo motivo che le religioni, cui il credente aderisce, si scagliano contro il progresso e l'informazione con più ferocia di quanto non avveniva in passato.
 
 
Normalmente tranquilli e "amichevoli" quando non sono "infastiditi", i devoti alzano le barriere dinnanzi a nuove e diverse interpretazioni, perché questo è stato insegnato loro fin dalla più tenera età. In questi casi parlano di "convinzioni personali"; ovviamente chi rimette tutto in discussione possiede convinzioni che, seppur condivise da altri, sono comunque personali, ma è singolare rimarcare come quelle dell'opposizione rimangono "opinioni", mentre le loro sono tesi assodate e indiscutibili, solo perché condivise da tutti!
Difatti, quando a costoro si chiedono delle prove, non sanno far altro che apportare tre classiche motivazioni, sempre le stesse: la "bellezza del creato", le "scritture" e "il sentimento". Si arrogano il diritto di criticare la tua libertà di pensiero, nella pretesa che credere in qualcosa di diverso sia un errore e un pericolo per tutta la comunità.
Gli elementi più irriducibili sono quelli dotati di una cultura oltremodo rimaneggiata e copiata da fonti più "autorevoli". Onde evitare pensieri scomodi, costoro si accontentano di girare attorno a quei pochi concetti e lo si vede facilmente allorquando, messi alle corde, anziché rispondere alle domande, dirottano il fulcro della discussione su argomenti "a effetto", basati sull'espediente del richiamo alla morale, alla civiltà, al rispetto e all’educazione. Chiaramente, non possono dubitare di quel poco che sanno, poiché credono d'avere le spalle coperte da "esperti di Dio" "ben più accreditati" i quali, malauguratamente, sono accreditati semplicemente dal credito che viene loro tributato e dalla loro stessa convinzione d'essere nel giusto!

domenica 15 maggio 2016

DIO

 
 
Nel libro "Il libro perduto del dio Enki", traduzione letterale di una serie di tavolette sumeriche in alfabeto cuneiforme operata da Zecharia Sitchin, Enki, un Dio venuto dal cielo, racconta che dopo il diluvio ci fu un conflitto (nucleare) che sarebbe stato meglio evitare:


"Mai dai tempi del Grande Diluvio una tale calamità aveva colpito la Terra, gli dèì e i Terrestri. Ma il Grande Diluvio era destino che accadesse, non così la Grande Calamità. Questa, sette anni fa, non si sarebbe dovuta verificare. Sarebbe stato possibile impedirla e io, Enki, feci ogni cosa in mio potere per evitarla; ma, ahimè, fallii. Fu fato o fu destino? In futuro verrà dato un giudizio, perché alla fine dei giorni vi sarà il Giorno del Giudizio. Quel giorno la terra tremerà e i fiumi cambieranno il loro corso, vi sarà oscurità a mezzogiorno e un fuoco nei cieli di notte, sarà il giorno del ritorno del Dio celeste. E quel giorno si scoprirà chi è destinato a sopravvivere e chi a perire, chi sarà ricompensato e chi sarà punito, dèi e uomini senza alcuna distinzione; perché quello che avverrà sarà determinato da quello che è accaduto; quello che era destinato si ripeterà come in un ciclo e quello che era deciso dal Fato ed era avvenuto solo per volere del cuore, nel bene o nel male, verrà sottoposto a giudizio."

Molti possono interpretare le traduzioni di Sitchin, riportate poi nei vari libri che ha scritto, come la prova che Dio non esiste. Infatti nell’equivalente sumerico della creazione di Adamo non si nomina un singolo Dio, ma gli Annunaki, gli dèi sumerici. Però considerato questi passi e altri, che non cito qui per brevità, bisogna riconoscere che in fin dei conti la mitologia sumerica nella traduzione di Sitchin non è che una conferma delle religioni abramitiche, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Bisogna riconoscere che il testo presentato riassume quel che dice l’Antico Testamento, il Vangelo e il Corano. In sintesi: alla fine dei tempi verrà il giudizio di Dio su tutte le creature (terrestri e non). Il Dio che i cristiani chiamano Dio Padre, gli ebrei Yehowah e i musulmani Allah è lo stesso Dio che gli Annunaki chiamavano Dio Celeste o Creatore di Tutte le Cose! E questi Annunaki ne sapevano più di noi: avevano, 445.000 anni fa (quando sbarcarono sulla Terra), una tecnologia che ancora oggi ci sogniamo! 


Nella Bibbia si dice che l’uomo sia stato creato da Dio modellando dell’argilla, la scienza attuale descrive una lenta evoluzione naturale che, stranamente, ha avuto 300.000 anni fa una brusca e inspiegabile accelerazione. Sitchin ci dice che il figlio primogenito di Anu (re del pianeta Nibiru), Enki, abbia fondato e avviato una colonia aliena sulla Terra volta all’estrazione dell’oro, che il lavoro in miniera era così duro che scoppiò una rivolta e che Enki propose e ottenne, col benestare di Anu, di creare un "lulu amelu" (un lavoratore primitivo), incrociando il DNA alieno con quello di un antico primate. Il risultato fu quindi ottenuto con l’ingegneria genetica, mentre "l’argilla" servì per comporre le provette destinate alla clinica (la Casa della vita) come ben dimostra questo scorcio tradotto dalla sesta tavoletta.


… Eoni fa, su Nibiru, i nostri antenati avrebbero potuto essere come loro! Così affermò Ninmah. E’ un Essere, non una creatura! Aggiunse ancora Ninmah. Osservarlo deve essere eccitante! Enki li condusse nella Casa della Vita; alcuni di questi esseri erano rinchiusi in solide gabbie. Balzarono in piedi alla vista di Enki e degli altri, sulle sbarre della gabbia battevano i pugni. Grugnivano e soffiavano; non pronunciavano parola. Sono Maschio e Femmina! Così disse Enki; hanno l’organo maschile e quello femminile. Procreano come noi, che veniamo da Nibiru. Ningishzidda, mio figlio, ha testato la loro essenza Essenza della Creazione (ha esaminato il loro DNA). E’ simile alla nostra, è intrecciata come due serpenti. Quando la loro essenza sarà combinata con la nostra, il nostro segno resterà su di loro. Sarà così creato un Lavoratore Primitivo! Comprenderà i nostri ordini. Userà i nostri attrezzi, eseguirà in vece nostra il lavoro faticoso degli scavi…
 
Concepire un essere nuovo non fu né semplice né facile e solo dopo svariati tentativi, si giunse al successo grazie all’apporto dell’argilla terrestre.

… E se il difetto non fosse nella mistura? Così le chiese Enki. E se l’impedimento non fosse né nella femmina, né nelle essenze? Forse manca proprio ciò di cui la Terra stessa è fatta? Non usare contenitori fatti con i cristalli di Nibiru, plasmali con l’argilla della Terra! Queste parole rivolse Enki a Ninmah, illuminato da grande saggezza. Forse è necessaria la mistura stessa della Terra, la mistura di oro e rame! Così Enki, Colui Che Conosce le Cose, la incitò a utilizzare l’argilla dell’Abzu. Nella Casa della Vita Ninmah creò un contenitore, con l’argilla dell’Abzu lo forgiò. Gli dette la forma di un bagno purificatore, così da creare al suo interno la mistura. Dolcemente introdusse nel contenitore di argilla l’ovulo di una femmina terrestre, di una femmina bipede. Introdusse nel contenitore l’essenza della vita estratta dal sangue di un Annunaki. L’essenza fu creata in base alle formule del ME (oggetti a forma di piccoli dischi, contenenti informazioni scientifiche); frammento dopo frammento venne aggiunta nel contenitore. Poi depose l’ovulo così fecondato nel grembo di una femmina terrestre. Ecco il concepimento! Ninmah annunciò con gioia. Attesero il momento previsto per la nascita. Al momento previsto la femmina terrestre entrò in travaglio. Stava nascendo una creatura, un neonato!

domenica 8 maggio 2016

ROMA: LE ORIGINI DEL MITO


Regine, sacerdotesse, membre anziane del clan: nella preistoria la società era di carattere egualitario. Si evidenziava un particolare rispetto verso la Madre Terra come simbolo della Grande Madre. Il potere della donna era inteso non come dominio ma come capacità di illuminare e trasformare la coscienza umana. Un potere, quindi, non terreno ma spirituale che si estrinseca non solo nella conoscenza e nella saggezza, ma soprattutto nella verità, nell’amore, nella giustizia. Queste qualità verranno in seguito attribuite alla Vergine Maria. La dispensatrice della nascita e la Madre Terra si fusero nella Madonna. Alla fine di questo periodo la spiritualità antica della Grande Madre, gradualmente, si attenuò fino a scomparire come risultato dello scontro tra culture diverse e del successivo affermarsi delle religioni patriarcali.

Per interpretare il significato di una leggenda, per cercare di datarla ed inquadrarla in un suo contesto storico, ammesso che ne esista uno, l'unica base di partenza possibile è ovviamente l'analisi puntuale della o delle versioni che sono giunte fino a noi. È ovvio che tutte le valutazioni e i fatti qui contenuti devono essere presi soltanto come ipotesi di lavoro. Solo con un faticoso lavoro di comparazione del testo con la massa dei dati scientifici provenienti da tutte le fonti pertinenti, sarà possibile azzardare qualche cauta affermazione a proposito della veridicità degli eventi narrati.

La fondazione di Roma si perde nel mito delle origini. Possiamo subito osservare tre aspetti della leggenda:
  • Romolo è figlio di una sacerdotessa (vestale).
  • Viene allattato dall’animale totemico (lupa) come se fosse un lupacchiotto egli stesso.
  • Il fratello maggiore (e non il gemello, si noti che Romulus, in latino, si può leggere come Romus/Remus: il minore) deve morire affinché lui possa regnare.
Ritroviamo la presenza di un "mito dei gemelli" nella saga dei Fanes, con la quale il mito presenta delle peculiari affinità.
Ma, mentre il mito dei Fanes ci rappresenta una struttura sociale ancora matriarcale ed animistica, Romolo è raffigurato come il fondatore di una società patriarcale e praticante una religione politeistica; di conseguenza non può restare figlio di padre ignoto, bensì come genitore gli viene attribuito un dio. Quanto a Remo, il suo ruolo è quello di scomparire nel rito del gemellaggio totemico. Ruolo mistico ampiamente frainteso (o volontariamente trasformato in un ben diverso ruolo politico) dai successivi estensori del mito.
Il mito di Romolo, per la datazione storica, non sembra aver influenzato quello dei Fanes e, naturalmente, non è possibile neanche il contrario. Pertanto, credo che si possa tranquillamente sostenere che entrambi i miti traggano origine da un comune corpo di ancestrali credenze a sfondo animistico-matriarcale, che nella tarda età del Bronzo o del primo Ferro, dovevano essere ancora abbastanza diffuse.
È tuttavia interessante notare alcune ulteriori particolarità nel mito della Roma delle origini:
  • Romolo è uno straniero (viene da Albalonga);
  • la sua abitazione (in base ai recenti scavi del prof. Carandini) si trova all'interno del santuario di Vesta.

Queste occorrenze richiamano evidentemente la matrilocalità e pongono Romolo in parallelo al "principe dei Landrines, che sposa Moltina, la vera sorgente del sacro potere regio, va a vivere con lei, e fonda la rocca delle Cunturines: la "città" dei Fanes. Ne ricavo la sensazione che Romolo abbia fondato la città dopo essersi accasato con una sacerdotessa di Vesta (moglie quindi, e non madre? Si noti che l'assonanza tra il nome di Ersilia, la moglie di Romolo, e Rea Silvia, la madre: potrebbe non essere una coincidenza!) e che, di conseguenza, dovesse obbligatoriamente essere mitizzato secondo lo schema tradizionale italico dei fondatori di città. In origine non doveva affatto chiamarsi Romolo né avere necessariamente un fratello, tanto meno gemello. Tutti questi attributi gli sono stati assegnati all'atto della sua mitizzazione in forma canonica (che deve essere avvenuta molto presto): nato altrove, figlio di un dio ed una sacerdotessa, allevato dall'animale totemico, dotato di un fratello maggiore che doveva essere sacrificato in un atto di "gemellaggio" col totem, affinché nel minore potesse incarnarsi lo spirito del medesimo, ed egli potesse legittimamente salire al trono.
Lo schema sopra tratteggiato, se confermato, ci porterebbe ad una conclusione del tutto inaspettata: ai tempi di Romolo, Roma era retta da un matriarcato teocratico. Naturalmente, questo contrasta con tutto ciò che ci è stato tramandato. Tuttavia, vi sono anche altri indizi che puntano in questa direzione:
  • vi sono testimonianze archeologiche (cfr. Carandini 2002) riferibili a donne che occupavano una posizione sociale definibile come regina, nell'Italia centrale dell'epoca (matriarcato?);
  • il ratto delle Sabine: un atto di patrilocalità forzosa difficilmente credibile così come ci è stato raccontato, può essere interpretato come la copertura mitica del fatto che Romolo abbia avuto dei grossi problemi con le donne romane;
  • l'assenza di una dinastia: nessuno dei re di Roma è figlio del suo predecessore. Gli storici antichi affermano che il Re veniva eletto dal Senato, ma potrebbe ancora essere una copertura del fatto che almeno i primi quattro Re furono eletti in realtà dalle sacerdotesse, in base ad antichi rituali;
  • il successore di Romolo, Numa Pompilio, uomo mite, prende esplicitamente ordini dalla presunta consorte, la ninfa Egeria e muore quietamente in età avanzata.

Non conosco bene l’argomento, almeno non quanto servirebbe per trasformare questi indizi in una vera teoria, ma posso proporre delle congetture:
  1. una città sui sette colli deve essere esistita molto prima di Romolo; questo è asserito abbastanza esplicitamente dal mito ed è provato dai moderni scavi archeologici.
  2. Questa città doveva essere una teocrazia in cui il potere supremo era esercitato da sacerdotesse (come suggerito dagli indizi di cui sopra).
  3. Parallelamente ad altri esempi classici (per lo più greci) il "re" poteva essere il marito della prima sacerdotessa; i dettagli della sua nomina restano oscuri, ma probabilmente doveva essere uno straniero e le sue prerogative avere un carattere prevalentemente militare.
  4. È molto probabile che nel lontano passato l’intera società fosse strutturata a matriarcato (clan governati dalla madre di famiglia, trasmissione della proprietà in linea femminile, marito che si trasferiva dalla casa della madre a quella della moglie). Ma al tempo di Romolo si doveva già essere pian piano trasformata in un patriarcato. Tuttavia, il governo della città doveva essere ancora in mano alle sacerdotesse, in un tipico arcaismo delle istituzioni rispetto all’evoluzione sociale.
  5. E’ quasi certo che nella Roma pre-romulea coesistessero più gruppi etnici (latini, sabini, etruschi ed altri ancora). Questi apporti multietnici devono aver giocato un loro ruolo nella definizione istituzionale e nell’evoluzione della struttura sociale discussa al punto precedente.
  6. Romolo può (ma non necessariamente) essere stato effettivamente uno straniero; divenne "re" nel senso visto sopra, presumibilmente sposando la prima sacerdotessa e abitando entro il suo tempio (di Vesta?) secondo le tradizioni;
  7. Egli dovette fondare una rocca sul colle Palatino (una città murata o in ogni caso, una struttura che permise a Roma di essere chiamata città) che costituì la prima base di una futura espansione.
  8. Egli, inoltre, istituzionalizzò l’organizzazione della società così come in pratica doveva essere strutturata già da tempo, ossia in clan patriarcali (curie, da co-viri: uomini insieme). Da qui l’altro suo nome: Quirino (co-virinus). Probabilmente, sull’onda di questo successo, egli tentò di impadronirsi del pieno potere regio, sottraendolo alle sacerdotesse. Ne seguì una guerra civile che terminò con un fragile e poco amichevole armistizio (sembra che per un breve periodo ci fossero simultaneamente due re, Romolo e Tito Tazio). Le parti coinvolte sono state descritte come entità etniche diverse (Romani e Sabini) e potrebbe anche essere vero; ma potrebbe anche essere solo la "spiegazione", postuma e politica, di una guerra civile fra due fazioni trasversali alle etnie.
  9. Tito Tazio fu assassinato per primo; infine, anche Romolo venne ucciso. Il mito dice che "sparì" durante una tempesta e divenne un dio, ma nemmeno i grandi storici romani ci credevano più. Altri affermano che fu fatto a pezzi dai senatori. Certamente fu ucciso, non sappiamo se per vendetta, per ragioni politiche, su istigazione delle sacerdotesse, o chissà che altro.
  10. Quel che appare chiaro, tuttavia, è che il suo successore, Numa Pompilio, che apparteneva alla fazione anti-romulea (i Sabini), si uniformò devotamente alle leggi del matriarcato. In ogni caso il suo status ufficiale era già quello di un re a tutti gli effetti; regnò da solo e raggiunse la tarda età.
  11. Non è facile definire in che momento le sacerdotesse abbiano effettivamente perso il loro potere politico. Probabilmente ciò avvenne non più tardi della nomina a re di Tarquinio Prisco. Ma il punto importante è che le sacerdotesse non lasciarono i loro poteri al re: secondo tutte le apparenze, li trasmisero ai senatori (i patres), che in effetti all’inizio dovettero esercitarli in continuità. Il Re continuò dunque ad essere nominato: ma dagli uomini, non più dalle donne.
  12. Pertanto il Senato uscì da vero vincitore del secolare conflitto. Subito, volutamente o meno, deve essere iniziata la cancellazione persino del ricordo di un governo delle donne nell’antica Roma, e di esaltazione al suo posto del ruolo politico del senato. I primi annalisti che scrissero del regno di Roma (nel primo periodo della Repubblica) non devono aver rintracciato nella tradizione orale più che vaghi cenni all’esistenza di un matriarcato, e non avevano alcuno stimolo a scavare più a fondo.
  13. Le sacerdotesse, che forse sapevano, si limitarono a mitizzare la nascita della città, in modo da adattarla al suo archetipo ancestrale. Così Romolo ricevette un dio per padre, una sacerdotessa per madre, un re per nonno ed un fratello gemello destinato a morire; fu associato ad una lunga lista di sacri patroni, di cui la lupa è soltanto la più nota, e fu rinominato come si conveniva ad un uomo destinato a fondare una città chiamata Roma.
  14. Più tardi, i senatori devono a loro volta aver modificato il mito, per favorirne la correttezza politica, quanto meno sotto diversi aspetti: il ruolo della moglie di Romolo, le ragioni per cui suo fratello doveva morire, l’ambigua storia dei suoi ultimi anni di regno e della sua morte, e chissà cos'altro.

Nel tentativo di ricostruzione sopra tentato, che vuole avere, ripetiamo, esclusivamente un valore di ipotesi, vi sono vastissime zone d’ombra sulle quali sarà difficilissimo far luce. Molte delle congetture sono basate sui parallelismi tra il mito dei Fanes e quello di Romolo e Remo. L’esame di tali parallelismi lascia supporre l’esistenza di un archetipo comune di "mito di fondazione". Ritrovare altrove le tracce di questo mito potrebbe aumentare di molto le probabilità che alla base delle ipotesi sopra proposte possa esserci qualcosa di vero.