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mercoledì 30 dicembre 2015

I LOVE SHOPPING


“Un uomo non ti amerà né ti tratterà mai così bene come un negozio. Se un uomo ti sta stretto non puoi cambiarlo entro sette giorni con uno splendido golf di cachemire. Un negozio può risvegliarti la libidine per cose di cui neanche immaginavi di avere bisogno”
È la filosofia di Rebecca, la protagonista di “I love shopping”, il best seller di Sophie Kinsella, da cui hanno tratto un film omonimo. Rebecca passeggia per le strade di New York incapace di resistere al richiamo delle sue vetrine: lo shopping è sexy nella Grande mela, il cliente è monarca assoluto, il negozio è il suo regno, tutto ruota attorno a lui per sedurlo e indurlo a comprare e a ripetere l’esperienza. Deve sentirsi così a suo agio che può comprare un vestito, portarlo a casa, decidere che non gli piace e riportarlo al negozio che, badate bene, gli restituisce i soldi. Non gli da un buono che lo vincola a trovare qualcosa nel negozio stesso entro un determinata scadenza, ma gli restituisce il contante, se ha pagati cash oppure gli versa la stessa cifra sulla carta di credito. Una tranquillità che spinge a fare molto più shopping, poiché l’acquisto non è vissuto come definitivo.

Da noi le cose vanno diversamente. Intanto, se non ci sono difetti, la legge non obbliga i commercianti a cambiare il prodotto né tantomeno a restituire al cliente quanto ha pagato. A volte, durante i saldi, i negozi non sostituiscono la merce scontata o riducono il tempo disponibile per il cambio: possono farlo. Poi, magari, succede che si lamentano se è il cliente a cambiare negozio.

sabato 26 dicembre 2015

CACCIATORI DI DINOSAURI


Secondo il geografo greco Marciano di Eraclea (4° - 5° sec. d. C.) l’attività produttiva di Artemidoro di Efeso ebbe luogo tra il primo ed il quarto anno della 169° Olimpiade, cioè tra il 104 ed il 101 a. C.
Verso la metà del primo secolo a. C., qualche committente (un privato o forse la stessa biblioteca di Alessandria) dovette chiedere una copia del trattato di Artemidoro, Geographia, ma durante la ricopiatura del secondo libro (su un totale di undici) avvenne un incidente: il cartografo copiò una cartina geografica sbagliata che non aveva alcuna relazione con il testo. Cosicché il papiro, che non poteva più essere usato per ricopiare interamente il secondo libro, fu riposto in un angolo della bottega in attesa di altri utilizzi (a quel tempo la carta era preziosa). Passarono ancora degli anni finché quel rotolo abbandonato non fu ripreso da un atelier di disegno, dove i giovani studenti cominciavano ad esercitarsi per le loro “prove d’artista”. Questa “seconda vita” del papiro di Artemidoro, vale a dire i 43 disegni del suo “bestiario”, dimostra con forza il tema della possibile esistenza di “modelli” per mosaicisti e tessitori nell’Egitto greco-romano.
Per la realizzazione di composizioni vaste e complesse, come ad esempio il celebre mosaico di Palestrina (realizzato tra la fine del II sec. a. C. e gli inizi del I), l’artista non poteva fare a meno di modelli figurativi precostituiti, contenuti in raccolte facilmente trasportabili: trattati di zoologia, bestiari o quaderni di modelli che fossero.

Il grande mosaico di Palestrina (5,85 x 4,31 m.) fu realizzato con ogni probabilità dal paesaggista alessandrino Demetrio detto il topografo (che abitava a Roma già dal 165 a. C.) ed è custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Palestrina (Palazzo Colonna-Barberini). Esso, confrontato con altri documenti, di epoche precedenti e coeve, ci dà un quadro di quelle che erano le nozioni zoologiche in possesso del mondo antico ed intorno alle quali noi oggi sappiamo ben poco, anche a causa del rogo in cui arse la biblioteca di Alessandria, che cancellò per sempre un immenso patrimonio di dati e conoscenze.
Ora nel mosaico di Palestrina è raffigurata, con ottima precisione, una straordinaria varietà di animali, molti dei quali ben riconoscibili come reali ed attualmente esistenti.
All’estrema destra del mosaico di Palestrina, immediatamente sopra l’immagine di un tempio egizio, che secondo alcuni sarebbe la rappresentazione del tempio di Osiride a Canopo (per altri quella di un tempio menfita, o forse l’errata dislocazione di qualche tempio egizio della Nubia sulle rive del Nilo), vediamo raffigurati due animali molto strani, dai nomi (secondo l’usanza greca si scriveva sempre il nome di un personaggio o di un animale accanto alla sua rappresentazione)  che da soli già dicono qualcosa: uno, quello più in basso, è indicato col termine CROCODILOPARDALIS, mentre l’altro, sopra al primo, CROCODILOSCHERSAIOS.

In effetti, il termine CROCODILO suggerisce che si tratta della raffigurazione di un grande rettile acquatico. E il suffisso PARDALIS? Certamente deve denotare la caratteristica di una pelle maculata, esattamente come avviene per un’altra analoga parola greca, CAMELO-PARDALIS, la giraffa.
Molto più incerto è l’etimo del secondo grande rettile. Infatti il suffisso SCHERSAIOS è di difficile interpretazione, anche se si può ipotizzare un’indicazione di provenienza geografica: SA(I)HO sono infatti alcune popolazioni di origine cuscita stanziate oggi ad Est dei monti Soira, in Eritrea, che, vivendo ancora in Nubia in epoca tolemaica, dovevano necessariamente occupare una zona vicino ad un fiume, presumibilmente il Nilo. Certamente non è un caso che i cacciatori raffigurati nel mosaico davanti ai due animali siano proprio nubiani.
Ma potevano esistere grandi rettili d’acqua con la pelle maculata? Sì, si tratta di una delle due grandi famiglie in cui sono stati divisi i plesiosauri, e cioè gli elasmosauri.
Non c’è da meravigliarsi: è già successo in passato che animali ritenuti estinti siano stati, poi, trovati vivi e vegeti in giro per il mondo e nei mari. Nulla quindi può portarci ad escludere che i plesiosauri, ritenuti estinti anch’essi da 65 milioni di anni, siano ancora vivi, (come ipotizzava Heuvelmans) o perlomeno lo erano all’epoca.
È singolare notare che il creatore del mosaico del Nilo di Palestrina, escludendo altre fonti, sia pur attendibili e disponibili, ha voluto escludere ogni suggestione ed ogni cedimento all’ignoto, a ciò di cui non si aveva conoscenza diretta o che fosse comunque estraneo all’ambiente acquatico e terrestre lungo tutto il corso del Nilo.


Se dunque il mosaico del Nilo di Palestrina vuole essere una riproduzione fedele (per lo meno nelle intenzioni) di animali reali ed esistenti sui territori solcati da quel grande fiume, allora devono esistere altri riscontri che riguardano l’esistenza di plesiosauri ed anche di enormi serpenti (di cui troviamo due riproduzioni nel mosaico) in Africa settentrionale. È quello che vedremo in un prossimo articolo posto a corredo del mio racconto “L’anfora”.

lunedì 21 dicembre 2015

L'ULTIMA SPIAGGIA


Cammino per la città, immerso nella folla ossessionata dall'idea degli acquisti. Natale è alle porte: c'è la frenesia dei regali. Noto Sara tra la gente; cammina nella mia direzione. Anche lei mi vede e viene verso di me, rallenta non si ferma, quando c'incrociamo mi sfiora la mano e mi sussurra: - attento! Sono qui. -
Si allontana senza aggiungere altro.
Sara e io vivevamo insieme un tempo, anzi dovevamo sposarci. Avremmo messo su famiglia e come tanti altri, avemmo vissuto felici nell'oblio. Non avremmo mai saputo della minaccia che incombe e chissà, forse sarebbe stato anche meglio: da allora la nostra vita non è certo migliorata. In tasca ho due pomodori. Da quella notte porto sempre dei pomodori con me. Li compro acerbi al supermercato, li sigillo nei preservativi, che prima passo al microonde, poi li lascio maturare. Il risultato finale è una piccola bomba al pomodoro, pronta ad esplodere quando gliela tiro contro.
Eccoli! Sembrano persone comuni, ma portano sempre con se dei grossi tubi flessibili. Somigliano a quei tubi in alluminio che si usano per raccordare le stufe ai camini, in realtà sono armi da caccia. Ora vi chiederete chi va a caccia e di cosa. La risposta non è delle più facili: sono alieni e vanno a caccia di esseri umani. Incredibile, vero? Neanch'io ci credevo. Non ci avrei mai creduto se non fossi stato costretto a farlo quella notte, nella mia stessa casa.
Mi hanno individuato e questa volta sono in due: si stanno avvicinando. Finché rimango tra la folla sono relativamente al sicuro: di solito attaccano in luoghi isolati, in casa e di notte particolarmente. Usano quei tubi per inebetirti e privarti della volontà, poi ti portano via. Si dice che gli alieni prelevino sistematicamente lo 0,001% della popolazione mondiale: uno su un milione, forse uno su un miliardo, non ho mai fatto il conto. Tutto è Ok se non tocca a te, se non tocca ai tuoi o a qualche altra persona che conosci. Intanto, qualcuno è scomparso, nella tua città. Si sa, dagli archivi delle polizie di tutto il mondo, del gran numero di persone che non vengono più ritrovate e questo, almeno nei paesi occidentali, non ha alcun senso, non ha alcuna spiegazione. Un giorno, mi trovavo dal macellaio, mi venne da pensare con quanta indifferenza mangiavamo sia la carne di manzo sia quella di pollo sia quella di altri animali. Probabilmente nessun animale, specie tra quelli allevati, sospetta che noi lo mangeremo. Trascorrono la loro vita ignari di quello che è il vero scopo della loro esistenza. Mangiano, bevono, lottano, si accoppiano, sempre pensando di essere padroni del loro destino. Gli uomini? Non esistono, sono una vaga presenza.
Si stanno avvicinando! L'allerta interrompe il flusso dei miei pensieri. Metto la mano in tasca e stringo, con delicatezza, i pomodori. Ho scoperto che su di loro hanno un effetto nefasto. Le armi convenzionali, invece, non funzionano: le polveri non detonano, le pistole s'inceppano.
Entro in un negozio d’abbigliamento. Mentre giro, fingendomi interessato alla merce, noto la commessa che mi osserva perplessa: ha già capito, non comprerò nulla. Loro, si attaccano alla vetrina. Mi avvicino alla commessa dall'aria isterica e glieli indico.
- Avete chiamato gli idraulici?- Gli chiedo.
E’ irritata. Quella frase ironica è la goccia che fa traboccare il vaso. Si dirige con aria decisa verso quei due individui che, maneggiando strani tubi, restano incollati alla vetrina. La vedo inveire contro di loro, che senza scomporsi, dopo essersi scambiati uno sguardo d'intesa si allontanano senza dir nulla.
- Ora può anche uscire. - Mi dice.
Sbattendomi in faccia quelle parole con aria soddisfatta: meglio assecondarla.
Non si vedono più. L'espediente ha dato a Sara la possibilità di dileguarsi: ci saremmo rivisti più tardi. Ora devo andare dalla Signora Ferguson a riprendere Willy.
Willy, il pastore tedesco, è il vero eroe di questa storia: fu lui a salvarci dalla cattura. Quel giorno Sara, che come al solito era arrivata a casa per prima, era intenta a preparare la cena. Fortuna volle che preparasse dei pomodori. Li ridusse a tocchetti e li mise in una padella, sopra il tavolo da cucina: fu la nostra salvezza. La chiamai al telefono per dirle di lasciar perdere tutto e di sbrigarsi, perché avremmo cenato fuori.
Rientrammo a casa tardi. Allegri e anche un po' brilli, andammo subito a dormire.
Fui svegliato da strani rumori che provenivano dalla cucina e dal cane, che guaiva sommesso. Sara non era a letto. Spinto da un senso di apprensione mi precipitai in cucina: lei era lì, immobile. Davanti a lei, un uomo, uno sconosciuto che portava sulla spalla uno strano tubo. La porta appariva socchiusa e sbatteva. Era illuminata dall’esterno, da una luce così intensa da filtrare attraverso le intercapedini. Anche dalla finestra, che aveva le tapparelle completamente abbassate, penetrava quella strana luce. L'uomo si girò verso di me. Sembrò meravigliarsi: evidentemente non avrei dovuto essere lì. Mi puntò contro quel tubo che emise un sottile fascio di luce, forse un laser. Dal modo in cui lo dirigeva su di me, capii che si trattava di un sistema di puntamento. Arretrai fino al tavolo e mi sentii perduto: tra un istante sarebbe arrivata la scarica.
All’improvviso, Willy spuntò dalla porta. Spaventatissimo, corse dentro come un lampo travolgendo l'aggressore, che per poco non finì gambe all'aria. Approfittai di quell'attimo per afferrare la prima cosa che mi capitò sotto mano: una padella. Gliela scagliai contro e mi apprestai ad assalirlo ma, non fu necessario. Lanciando un urlo terribile, che nulla aveva di umano, l'intruso, coperto di sugo, si accasciò sul pavimento e in breve perse i sensi. Sul suo corpo si formarono pustole che emettevano un vapore acre e maleodorante. Rimasi immobile, scioccato per l'immane terrore, mentre qualcosa che non riuscii a scorgere, alzò il corpo dell'alieno e sé lo portò via. Sara, ancora inebetita, si riprese pian piano. Col tempo si riebbe ma, non è più quella di prima. Forse neanch'io, da allora, sono più lo stesso, ma lei è diventata fredda: ha perso, forse per sempre, la capacità di provare emozioni. Succede a tutti quelli che vengono colpiti con i tubi.
Non siamo più soli. Abbiamo trovato altri come noi, altri che sanno, e stiamo organizzando la resistenza. Non possiamo contare sulla polizia: provateci a denunciare che in città girano degli alieni e che si possono far fuori con dei pomodori! Non possiamo contare neanche sulle istituzioni. Si dice che il Governo sappia ed abbia stretto un patto con gli alieni per tenerne segreta l'esistenza. La nostra rete è frammentaria, così come sono frammentarie le nostre informazioni. Dal sud ci comunicano che gli alieni stanno correndo ai ripari: usano degli abiti protettivi. Ci consigliano di utilizzare armi ad aria compressa: con quelle, anche loro possono essere feriti o uccisi. Sul tardi raggiungo gli altri nel covo, un capannone industriale in disuso. Qui ci stiamo organizzando, tra l'altro, reperendo le nuove armi: forse l'era delle bombe al pomodoro è definitivamente tramontata. La speranza dell'umanità è tutta qui. Qui e in altri covi come questo: pochi uomini, con pochi mezzi. Tutti gli altri, trascorrono la loro vita ignari di quello che è il vero scopo della loro esistenza. Mangiano, bevono, lottano, amano, sempre pensando di essere padroni del loro destino. Gli alieni? Non esistono, anche se qualcuno dice di vederli.
Il futuro dell’umanità è nelle nostre mani: noi, siamo l'ultima spiaggia.

domenica 20 dicembre 2015

L'ATOMICA DI HITLER


Nel 1944 i Tedeschi disponevano della tecnologia bellica più avanzata: erano state sviluppate bombe volanti e missili (V1 e V2) ed erano già operativi caccia che potevano viaggiare a velocità doppia rispetto ai velivoli, allora, convenzionali. Inoltre, era in corso la produzione di una nuova flotta di sommergibili lanciamissili.
Ma di tutte le armi segrete in via di sviluppo, la più potente era la bomba disgregatrice. Si trattava di una bomba atomica? Di certo, era un'arma terribile, tanto da spingere Hitler a dichiarare: "Dio mi perdoni gli ultimi cinque minuti di guerra."
Le ricerche dello storico tedesco Rainer Karlsch hanno messo in evidenza che i nazisti realizzarono e sperimentarono un prototipo di bomba atomica alcuni mesi prima degli americani.
 
Il giornalista Luigi Romersa intraprese, su ordine di Mussolini, la ricerca di informazioni riservate sulle armi segrete dei Nazisti. Romersa si recò in Germania nell'ottobre del 1944, dove inizialmente s’incontrò prima con Göbbels, a Berlino e poi con Hitler, a Rastenburg. Successivamente, proseguì la sua visita alla base di Peenemünde dove assistette all'assemblaggio della V2 e conobbe lo scienziato tedesco Wernher von Braun. Nel corso della missione, fu testimone di un esperimento di deflagrazione a terra di un ordigno nucleare sull’isola di Rügen, nel mar Baltico. La sua testimonianza trova  punti di verifica con gli indizi e le prove raccolti dallo storico Rainer Karlsch.
La storia dell'atomica tedesca è stata finora erroneamente incentrata sulla figura di Werner Heisenberg, Premio Nobel, uno dei più importanti fisici tedeschi della sua generazione, ma le ricerche di Karlsch mostrano invece che bisogna rivolgere l'attenzione verso lo scienziato Kurt Diebner.
 
Il gruppo di ricerca guidato da Diebner, al centro sperimentale di Gottow, nei dintorni di Berlino, in gran segreto, riuscì a costruire tra il 1943 e il 1944 un reattore nucleare e addirittura ottenne, secondo alcuni, sia pur per pochi minuti (o ore, secondo altri) una reazione a catena già nell'autunno del 1944.
 Diebner inoltre, nonostante la scarsa disponibilità di materiale fissile, fu in grado di costruire e testare più di un ordigno atomico rudimentale e condusse almeno due test tra la fine del 1944 e la primavera del 1945. Quest’ultimo, secondo testimonianze raccolte, avrebbe avuto un esito drammatico, tipicamente nazista: circa 500 prigionieri sarebbero stati utilizzati come cavie e avrebbero perso la vita.
Non bisogna meravigliarsi, le ricerche di Diebner godevano dell'appoggio di Heinrich Himmler e dell'ufficio armamenti dell'esercito. Miravano alla realizzazione di una testata nucleare destinata ad armare la V2 di Wernher von Braun. Tuttavia, l'ordigno realizzato da Diebner era di scarsa potenza, sicuramente, non era paragonabile alla bomba atomica lanciata dagli Stati uniti sulle città di Hiroshima e Nagasaki.
Il piano strategico tedesco era elementare: sul fronte russo ci sarebbe stata una grande offensiva aerea seguita dal lancio di una bomba atomica quale segnale di monito per gli alleati che, in seguito sarebbero stati invitati ad intavolare trattative di pace.
L'incalzare dell'offensiva alleata su entrambi i fronti (occidentale e orientale) avrebbero costretto Diebner ad abbandonare i suoi progetti che, di fatto, non furono portati a compimento. Non fu quindi possibile produrre le atomiche, sia per la mancanza di tempo, sia per la scarsezza di materiale fissile.
 
La descrizione dell'esplosione della bomba disgregatrice, da parte di Romersa, è compatibile unicamente con lo scoppio di una piccola bomba atomica, ciò è confermato dalle testimonianze di persone che risiedevano non molto lontano dal luogo del test. Inoltre, foto satellitari dell'Isola di Rügen, dove fu condotto il test, mostrano ancora le tracce di un enorme cratere prodotto da deflagrazione atomica.
Un ordigno simile di quello visto da Romersa fu testato nel marzo del ’45 in Turingia, a Ohrdruf, dove un gruppo di ricercatori ha raccolto dei campioni di terreno che confermano la presenza di plutonio e uranio nel terreno.
Inoltre: il 24 gennaio 1946, un pilota tedesco, di nome Ziesser, interrogato dal capitano Helenes T. Freiberger, dell'intelligence americana, rese una descrizione dettagliata del luogo del test nucleare che coincise con le informazioni fornite da Romersa.
Infine, ci sono indizi secondo i quali sia gli americani sia i sovietici si servirono di questi studi per completare le loro ricerche e arrivare alla costruzione del primo ordigno nucleare storicamente riconosciuto.

venerdì 18 dicembre 2015

SCIE CHIMICHE


Le cosiddette “scie chimiche” sono, a detta degli esperti, una bufala, in quanto vengono spacciate normali scie di condensazione, generate da fenomeni naturali, per delle fantomatiche scie chimiche rilasciate intenzionalmente. Nonostante che professionisti del settore come, piloti o meteorologi, non credano all’origine artificiale delle scie chimiche, c’è sempre chi sostiene il contrario ma, in questo caso, non si tratta mai di professionisti. Spesso, si tratta di persone che ne parlano senza conoscere affatto l’argomento.
Secondo questi complottisti, le scie chimiche non avrebbero nulla a che vedere con i fenomeni naturali; sarebbero delle emissioni di sostanze chimiche rilasciate intenzionalmente nei cieli di gran parte del pianeta. I gas (o gli aereosol) uscirebbero da erogatori applicati sulle ali di aerei solitamente bianchi, senza segni di riconoscimento. Si tratterebbe di operazioni militari tenute segrete.
L'emissione di queste sostanze sarebbe dannosa per la salute, in quanto le scie conterrebbero polveri di bario, alluminio o altri polimeri (filamenti di silicio).
Sulle scie si forniscono una quantità di ipotesi, tutte diverse. Si va dall'essere parte dal progetto di difesa satellitare a un  progetto per la modifica del clima (HAARP), passando per ipotesi di guerra chimica e/o batteriologica, al condizionamento mentale ed altro ancora.


In realtà, le scie di condensazione sono linee prodotte dalle emissioni vaporose emesse dai motori degli aerei, sia a pistoni, sia a reazione, che operano ad alta quota, o comunque ad una quota nel quale la temperatura e la conformazione dell’aria, dell’umidità, e della temperatura, ne favorisce lo sviluppo spontaneo.
I primi seri studi sulle scie di condensazione risalgono al 1920 e si intensificarono negli anni a seguire durante la seconda guerra mondiale. Dal punto di vista strategico, infatti, le “contrails” (nome tecnico che identifica le scie di condensazione) erano un aspetto altamente negativo che vanificava totalmente l’effetto sorpresa derivante dalla guerra aerea. I bombardieri ad alta quota venivano avvistati con grande anticipo proprio a causa delle scie di vapore prodotte dai loro motori. Questo problema, fonte di numerosissimi studi, non è mai stato risolto, dal momento che esso scaturisce da un evento fisico naturale dei gas caldi e della combustione a cui non è possibile far fronte in alcun modo. Le scie “contrail” sono composte prevalentemente da acqua sotto forma di minuscoli cristalli di ghiaccio. Il motore (parliamo di quello a reazione, il più usato) emette durante il suo funzionamento un grande quantità di vapore acqueo nell’aria circostante. Questo vapore d’acqua è prodotto dalla combustione del carburante. Vengono prodotte, contemporaneamente, particelle infinitesimali (aerosol), che formano un nucleo sul quale possono condensare piccole gocce d’acqua. Le contrails si formano quando queste gocce d’acqua gelano all’istante formando una lunga scia formata da aghi di ghiaccio. La persistenza delle scie dipende dall’umidità atmosferica. Se c’è ne poca, le scie evaporano rapidamente (scie di corta durata); se c’è ne molta, la scia continuerà a crescere (scie persistenti). Queste ultime possono resistere per parecchie ore e possono crescere notevolmente in larghezza ed altezza. Possono anche espandersi notevolmente per effetto dei venti alla quota di volo e quando succede, queste scie divengono in seguito impossibili da distinguere da un Cirro naturale.
L’unico “pericolo” tra virgolette rappresentato dalle contrails è riassumibile in due voci:
  • lieve schermatura della luce solare a svantaggio del calore respinto.
  • difficoltà nella navigazione aerea a vista.

Nel primo caso, le contrails, soprattutto quelle che hanno molta persistenza e subiscono un grande dilatazione a causa dei venti in quota, contribuiscono ad abbassare lievemente il livello luminoso del sole sulla Terra. Ma non solo. Esse riflettono meno luce solare rispetto alla quantità di calore che trattengono, e il bilancio tra la luce solare che giunge sul pianeta e il flusso energetico uscente risulta leggermente alterato, per cui inducono un aumento della copertura nuvolosa a livello globale che contribuirà al cambiamento a lungo termine del clima terrestre. Non allarmatevi, in parole povere: svolgono lo stesso identico effetto di qualunque altre nuvola di tipo Cirrostatico (tipica nuvola formata da cristalli di ghiaccio, velata, e lievemente schermante). Tuttavia, vista l’esiguità delle contrails rispetto all’enormità del cielo, non rappresentano in alcun modo un danno ambientale così catastrofico come si è soliti pensare con troppa leggerezza. Un’industria elettrica funzionante a carbone produce per ogni ora di funzionamento migliaia di volte più inquinamento da gas tossici ed effetto serra di un moderno aeroplano civile.

 
Il secondo punto, quello riguardante la navigazione aerea è del tutto ininfluente ai giorni nostri. Gli aerei di linea non operano in VFR (tranne in casi particolari) bensì in IFR e le contrails sono talmente irrisorie da non essere neppure viste dai “radar meteo” a bordo degli aerei.
A questo punto è doverosa una precisazione di fondamentale importanza:  Le contrails, ossia le scie bianche che vediamo in cielo, non sono fumo! Sono semplicemente nuvole bianche di vapore. La piccola percentuale di fumo di scarico presente in esse non si vede minimamente. Non si commetta, pertanto, l’errore di osservare un aereo ad alta quota e credere che quella scia sia fumo. Il fumo, o gas di scarico dei motori a reazione, lo si può osservare solo recandosi in un aeroporto ed assistendo ai decolli e agli atterraggi dei liners. Noterete che tale fumo (di colore marrone-nero) è molto diradato, tanto che su alcuni aerei propulsi con moderni turbo fan, ad alto rapporto di diluizione, neppure lo si vede.

mercoledì 16 dicembre 2015

CONSIDERAZIONI SUGLI ALBORI DELL’UFOLOGIA ITALIANA


Scriveva Pier Luigi Sani, nel lontano 1974: - le testimonianze U.F.O. italiane non differiscono sostanzialmente da quelle di qualsiasi altro paese del mondo. Il fatto è che, contrariamente a tutti o quasi, i più importanti paesi stranieri, mancava, fino ad oggi, in Italia, una pubblicazione che raccogliesse, con criteri di completezza, l’ampia classifica d’avvistamenti locali. -
E pensare che già nel 1948, negli U.S.A., l’U.S.A.F. aveva dato vita alla prima commissione d’inchiesta (Project Sign) sulle strane “cose” che apparivano nei cieli americani. L’U.S.A.F. pensava di poter risolvere rapidamente il mistero di questi oggetti non identificati, presupponendo che fossero tali solo agli occhi di osservatori casuali e inesperti, mentre l’analisi dei fatti, da parte di personale tecnico qualificato avrebbe dissolto ogni dubbio. Tuttavia, l’identificazione sistematica dei rapporti si rivelò impossibile, tanto che nel 1953 l’U.S.A.F. dovette ammettere di non essere riuscita a spiegare circa il 27% dei casi presi in esame.
Intanto, in Italia, l’interesse del pubblico per gli U.F.O. non superava il livello della momentanea curiosità. Questo era, purtroppo, il terreno su cui cresceva l’ufologia italiana. Perciò, quando un noto studioso straniero chiese agli ufologi (dilettanti) italiani la casistica completa riguardante il nostro paese, nessuno dei gruppi (isolati) fu in grado di fornirli.
Nel Gennaio del 1966 nacque, a Milano, il C.U.N. (Centro Unico Nazionale per lo studio dei fenomeni ritenuti extraterrestri), esso costituì il più importante tentativo di fondare un’ufologia italiana che reggesse a livello internazionale. Fallì nell’obiettivo di divenire una sorta di federazione di gruppi ufologici, tuttavia, divenne il più autorevole tra i tanti centri sparsi per l’Italia.
I gruppi di ricerca sugli U.F.O., sorti fin dal Settembre 1971, per sollecitazione di Dario Spada, di Milano, della redazione de “IL GIORNALE DEI MISTERI” comparvero in ogni parte d’Italia ed erano formati principalmente da giovani. I rapporti sugli avvistamenti, di solito, confluivano al S.U.F. (Sezione Ufologica Fiorentina).
 

IL CASO FACCHINI

Bruno Facchini, operaio, che abitava ad Abbiate Guazzone (Varese) in Via Bainsizza 6, fu avvicinato da Dario Spada e Riccardo Germinario, del gruppo RIGEL 2001. In loro presenza, Facchini, pur con cortesia, ma con un’evidente reticenza rievocò i fatti così come si svolsero quella notte del 24 aprile 1950 in un campo distante circa duecento metri da casa sua. Fu attratto, disse, da uno strano scintillio e visto che era da poco cessato un violento temporale e che in quella località passava una linea elettrica ad alta tensione, il testimone voleva accertarsi che nessun danno fosse stato arrecato e che nessun pericolo incombesse sulle vicine abitazioni. Così decise di recarsi sul posto. Procedeva con precauzione, nel timore che vi fossero fili spezzati a terra. Stava per rientrare verso casa, quando la sua attenzione fu attirata da un più lontano e nuovo scintillio. Giunto fra un palo della corrente elettrica ed un gelso, vide l’ombra scura, di “un’enorme cosa” di forma quasi rotonda.
Appariva come una grossa palla schiacciata e sembrava toccasse terra soltanto con una scaletta posta esternamente, per la quale si accedeva ad una finestra illuminata, rettangolare e con portello aperto. La scaletta era sorretta da due specie di tiranti. La superficie dell’ordigno si presentava “quadrettata da strisce verticali ed orizzontali poste ad intervalli regolari”; attorno vi era una raggiera di tubi simili a quelli delle stufe, raggruppati a tre a tre e sporgenti per una cinquantina di centimetri. Facchini poté intravedere all’interno, per un chiarore che vi si diffondeva, un’altra scala, che conduceva ai piani superiori dell’apparecchio. Alle pareti si potevano notare tubi, bombole collegate in fila fra loro e manometri. L’oggetto di altezza di circa dieci metri e di uno spessore variabile dai quattro ai sei metri (?) fu osservato, per qualche minuto, a distanza ravvicinata: quattro o cinque metri.
All’esterno si videro tre o forse quattro individui. Due, sicuramente, presso la scaletta ed un altro su di una sorta di elevatore meccanico con basamento, colonna allungabile e piattaforma superiore. Quest’ultimo sembrava saldasse un mazzo di tubi esterni ed era lui, quindi, che produceva quello strano scintillio che rendeva illuminata la sezione in riparazione, la quale emanava dei riflessi metallici. Il “saldatore” era munito di scafandro e di maschera, come gli altri tre che, impacciati e lenti, si muovevano intorno allo scafo. Il loro equipaggiamento si poteva paragonare a quello dei palombari. Nello scafandro che alla tenue luce appariva di color grigio scuro, si apriva, all’altezza degli occhi, una specie di “maschera trasparente” che sembrava “contenere del liquido” e attraverso quella s’intravedeva un volto dalla carnagione molto chiara. Dal casco penzolava all’altezza della bocca un tubo di circa cinque centimetri di diametro e lungo approssimativamente trenta, terminante in un bocchettone. Era simile a quelli usati dai piloti d’aereo per l’ossigenazione. Ai lati della testa, il Facchini notò due auricolari simili a quelli dei radiotelegrafisti, ma leggermente più grandi. La statura di quegli esseri era di circa un metro e settanta e nell’aspetto erano simili agli umani.


In un primo momento, il Facchini, pensando di trovarsi al cospetto dell’equipaggio di un aereo sperimentale, in avaria, data anche la vicinanza degli aeroporti della Malpensa, di Vergiate e di Venegono, si fece avanti e chiese, a quella gente, se avessero bisogno di aiuto. Gli “uomini” compirono strani gesti emettendo anche dei suoni gutturali, intelligibili, come una specie di: “gurr... gurr”. L’osservatore ebbe altresì l’impressione che volessero attirarlo all’interno del misterioso veicolo, che intanto cominciò a emettere un rumore simile a quello di una grossa dinamo o di un gigantesco alveare. Fu allora che, dopo aver dato una rapida occhiata al suo interno, dovette convincersi di non trovarsi di fronte a un mezzo terrestre. Preso da un improvviso senso di panico, si dette alla fuga. Aveva percorso appena qualche metro, quando notò uno di quei tizi impugnare un oggetto che portava al collo e che poteva sembrare una macchina fotografica e puntaglielo contro. Si sprigionò un raggio intenso che lo investì colpendolo alla schiena con tale forza, da dargli l’impressione di essere colpito e spinto da una massa d’aria compressa che si abbattesse sul suo dorso con la stessa violenza di un corpo contundente. Il colpo gli fece perdere l’equilibrio e lo scaraventò a terra. Cadendo, andò a sbattere contro una pietra terminale, di quelle usate, nei campi, per stabilire i confini. Dolorante, intontito, spaventato, rimase dov’era, non osando muoversi. Parve, però che le creature non si curassero più di lui, dopo averlo allontanato, così anche se in preda al terrore ebbe modo di continuare ad osservare tutto quello che avvenne. A un certo punto, l’individuo che stava “saldando” sembrò aver finito il suo lavoro. Infatti, scese dall’elevatore, che smontato rapidamente, fu ridotto alle dimensioni di una cassettina e caricato sul mezzo. Anche gli esseri vi salirono e la scaletta portello fu alzata chiudendo ermeticamente l’ingresso. Il rumore, di cui prima si era parlato, sembrò aumentare sensibilmente e con uno “ciaf” simile ad un potente soffio, l’oggetto si mise in movimento, partendo velocissimo verso il cielo e scomparendo rapidamente alla vista dell’allibito testimone, che ripresosi, almeno in parte, dallo spavento, riprese la via di casa. Passò la notte insonne, gli sembrava di impazzire: in effetti, accusò a lungo lo choc.
 
 
Al mattino si accorse di aver smarrito il portasigarette e suppose che gli fosse sfuggito di tasca all’atto della caduta; quindi, tornò sul posto. Poté così rilevare, sul terreno, la presenza di quattro orme circolari, di un metro di diametro ciascuna e poste in quadrato alla distanza di sei metri l’una dall’altra. Frugando tra l’erba, sulla quale notò alcune zone bruciacchiate, trovò e raccolse diverse schegge di metallo, che ritenne dovessero essere i residui del lavoro eseguito da quello che stava sull’elevatore.
Dell’accaduto fu informata la Questura di Varese e furono effettuati sopralluoghi anche da parte di tecnici militari. Alcuni residui dei frammenti metallici furono pure analizzati e definiti metallo antifrizione (bronzo ad alto tenore di stagno), senza peraltro condurre a concreti risultati sulla risoluzione del caso e sulla natura dello strano veicolo.

martedì 15 dicembre 2015

FOO FIGHTERS




A partire dai primi anni quaranta, dei misteriosi fenomeni aerei si registrano sull’intero teatro bellico, dall’Europa all’Estremo Oriente. Protagonisti degli avvistamenti sono i piloti militari di ambedue gli schieramenti, che nel corso delle proprie missioni, scorgono strani ordigni, perlopiù dati da globi luminosi di piccole dimensioni che sovente compiono incredibili e bizzarre manovre attorno o nei pressi dei loro velivoli, evidenziando caratteristiche di comportamento che qualche anno più tardi verranno riscontrate negli UFO, ed apparentemente riconducibili ad un controllo intelligente.
I globi in questione sono soprannominati dai piloti americani, foo fighters, o semplicemente foos, deformazione del francese feu, fuoco. A volte i foos, apparendo dal nulla si affiancano all’aereo, accompagnandolo all’altezza dell’ala per lunghe distanze, per poi sparire a velocità incredibili, altre volte quasi "giocano" con esso, ora avvicinandolo, ora allontanandosi, ora accelerando, ora decelerando improvvisamente, quasi anticipino le manovre del pilota. In tali occasioni, in non pochi casi (altra singolarissima caratteristica più tardi riscontrata nel corso di incontri ravvicinati del secondo e terzo tipo) i piloti lamentano strane anomalie nel funzionamento delle apparecchiature di bordo, ed i misteriosi globi, pur visibili, talora non compaiono sullo schermo radar.
 
Il fenomeno ufficialmente esplode nel ’44, anche se in realtà non solo sul versante alleato! Quell’anno è come al solito solo una data simbolo.
 
25 febbraio 1942, Los Angeles: due mesi dopo Pearl Harbor, l’intera città è circondata da batterie antiaeree in previsione di un attacco giapponese, e la notte vige il coprifuoco; poco dopo le h 3:00 del mattino suonano le sirene d’allarme e la contraerea apre il fuoco contro dei velocissimi corpi luminosi provenienti dall’oceano; sulla verticale di Culver city, i riflettori inquadrano questi corpi ed un ordigno molto più grande di essi, ivi sospeso, che pur ripetutamente centrato dai traccianti non riporta alcun danno, e quindi scompare dirigendosi verso Santa Monica.
5 aprile 1943, alcuni piloti americani, in missione fra la Birmania e la Cina riferiscono di essere stati circondati in volo da "oggetti splendenti" e di avere avuto in quel mentre la strumentazione di bordo fuori uso.
14 ottobre 1943, bombardieri americani B17 appartenenti al 348° Gruppo, in rotta su Sweinfurth, vengono investiti da dozzine di piccoli dischi argentei del diametro di una decina di centimetri
1°agosto 1944, uno strano oggetto ovale, con una scia bluastra, viene avvistato da bombardieri americani B29, nel corso di un azione sugli impianti petroliferi giapponesi a Sumatra
23 novembre 1944, l’equipaggio di un bombardiere americano in missione verso Mainz, avvista una formazione di velocissimi corpi che emettono luminosità intermittente; la strumentazione di bordo in quel mentre entra in avaria.
27 novembre 1944, un’enorme sfera luminosa viene avvistata da un caccia USAF in volo nei pressi Mannheim; il radar di terra nota tuttavia la presenza del solo velivolo.
28 agosto 1945, è l’episodio più straordinario non tanto per l’avvistamento in sé, ma per il personaggio coinvolto, Leonard Striengfield, futura grande figura dell’ufologia nord americana: un C-46 in volo nei pressi di Iwo Jima, mostra improvvisamente segni di avaria, iniziando a perdere quota; all’esterno si notano tre globi luminosi che viaggiano parallelamente al velivolo.
 
Avvistamenti di misteriosi oggetti, che però apparentemente si discostano dai foos, riproponendo gli aerei fantasma scandinavi del decennio precedente sono riportati anche dai piloti tedeschi:
 
marzo 1942, base tedesca di Bank, Norvegia: un oggetto volante fusiforme si avvicina all’aerodromo; decollato un caccia, per intercettazione, l’oggetto scompare ad una velocità incredibile
dicembre 1943, un oggetto volante cilindrico sorvola le basi tedesche di Helgoland e Wittenberg ad una velocità stimata di 3000 km orari
febbraio 1944, poligono di Kummerdorf, un oggetto luminoso segue il lancio di un razzo sperimentale, presenti Himmler e Goebbels
marzo 1944, costituzione della commissione di inchiesta Sonderburo 13, sulla quale nel dopoguerra indagherà il maggiore Keyhoe
maggio 1944, globo luminoso fotografato da un caccia tedesco su Kaernten, Austria;
settembre 1944, il pilota di un reattore Messerschmidt 262 avvista un corpo cilindrico lungo circa 200 metri, che procede ad una velocità di 2000 km/h
La simultaneità di manifestazione di questi misteriosi oggetti sull’intero teatro bellico, protrattasi anche dopo la cessazione delle ostilità, come dimostra l’avvistamento di Stringfield, esclude nettamente che essi potessero rappresentare una sorta di nuova arma. Di più: la saga dei foos si continuerà qualche anno dopo in quella ben più nota dei dischi volanti: nel 1948, il tenente Gorman a bordo del proprio Mustang 51, tenterà invano di inseguire una velocissima sfera; nel 1949 globi di colore verde, detti green fireballs, daranno luogo a massicci avvistamenti nel Sud Ovest degli USA, determinando l’istituzione di una commissione governativa di studio, il Project Twinkle. Anche in tempi più recenti questi oggetti continueranno ad essere avvistati e talvolta filmati, come nel caso della sfera luminosa comparsa per qualche istante a fianco del Concorde, durante il volo sperimentale del 1974, e poi repentinamente allontanatasi, secondo la stessa dinamica che contraddistingueva il comportamento dei foos.

domenica 13 dicembre 2015

GLI UFO DI MUSSOLINI

 

È documentato che nel 1933, in Italia, ci fu un’ondata di avvistamenti di navicelle aliene che portò il governo fascista a interessarsi del fenomeno e ad incaricare degli studiosi di studiare la cosa.
 
Nel Giugno del 1933 un velivolo alieno atterrò (o forse si schiantò) in Lombardia. Della questione, se ne occupò direttamente il Duce che istituì una gruppo segreto di ricerca sui veicoli alieni. Dell'evento, infatti, si occupò un gruppo di ricerca denominato RS/33 che aveva nell'O.V.R.A. (la polizia segreta fascista) il suo braccio destro. Il gruppo era presieduto da Guglielmo Marconi. Oltre alla tecnologia aliena recuperata nel 1933, fu raccolta ed archiviata molta documentazione sugli UFO, comprese foto e filmati. Gli eventi sono provati da eccezionali documenti dell’epoca, ritenuti autentici e rintracciati solo nel 1996. Si ritiene che l’archivio fosse più corposo: purtroppo, la documentazione raccolta dal team fascista, comprese foto e filmati, fu requisita dalla GESTAPO per l’avvio di un programma simile nazista. Con la sconfitta della Germania ad opera delle forze alleate ed in seguito al disfacimento dello stato nazista, i documenti non furono mai più ritrovati. 
Sono stati rintracciati anche i progetti di un disco volante realizzati, probabilmente, da studi di retro ingegneria  realizzati  in seguito al recupero del disco volante osservato nel 1933.
 
Forse partendo da questo studio, Guglielmo Marconi realizzò negli anni successivi, un'arma segreta conosciuta con il nome di "raggio della morte", che aveva la capacità di fermare il funzionamento di qualsiasi veicolo a motore e di qualsiasi apparecchiature elettrica. Esperimenti segreti, di cui vi è traccia storica, riferiscono di un dispositivo capace di arrestare il motore di auto ed aerei.
Lo stesso Mussolini, intervistato, rilasciò  informazioni su degli esperimenti effettuati da Marconi con il raggio della morte. Sulla strada di Ostia, ad Acilia, fermò i motori delle automobili, delle motociclette e dei camion. L'esperimento venne ripetuto sulla strada di Anzio con i medesimi risultati. Ad Orbetello due apparecchi radiocomandati vennero incendiati a oltre duemila metri di altezza.
L’azione di quest'arma segreta era molto somigliante agli effetti d’interferenza elettromagnetica ampiamente descritti dalle persone che, in automobile, hanno avuto incontri ravvicinati con veicoli alieni. Mussolini rimase affascinato da quest'arma e fece pressione su Marconi affinché la si potesse utilizzare in ambito militare. Marconi, invece, era contrario all'utilizzo bellico della sua invenzione. Morì inaspettatamente, portandosi nella tomba il segreto della sua invenzione (per approfondimenti, si rimanda al post: “Guglielmo Marconi e il suo raggio della mortepubblicato in questo sito).
 
È interessante notare come, già negli anni '20, l'inventore inglese Grindell Matthews realizzò un marchingegno in grado di produrre gli stessi effetti del raggio della morte di Marconi, ma con un raggio d'azione limitato a 18 metri. Fu proprio il limitato raggio d'azione a far bocciare il progetto dal Ministro dell'Aviazione inglese.
Nella seconda metà degli anni novanta, il Consiglio Scientifico dell'Aeronautica Militare Statunitense (AFSAB) divulgò le prospettive di sviluppo dell'American Air Force, con menzione dell'esistenza di armi a microonde ad alto potenziale in grado di bloccare qualunque tipo di motore a combustione, di interferire sui sistemi elettronici degli aerei e di causare interruzioni di energia elettrica. Si tratta certamente dello stesso raggio della morte che Marconi aveva realizzato molti anni prima, probabilmente, partendo da studi di retro ingegneria su veicoli alieni recuperati dopo lo schianto.

sabato 12 dicembre 2015

FLIEGENDER SCHEIBEN. Gli UFO di Hitler




Nell'agosto del 1943 perviene nella sede centrale del servizio di informazioni inglese, derivato da una fonte ben introdotta a Berlino, un rapporto dai contenuti piuttosto allarmanti: "Dobbiamo fare in fretta! I nazisti stanno mettendo a punto una terribile arma segreta che potrebbe ribaltare le sorti della guerra".

 




In effetti, circa un anno più tardi, le forze alleate subirono delle perdite di mezzi aerei durante i bombardamenti nei cieli della Germania ad opera di misteriosi oggetti dalla forma discoidale che, libratisi in volo fin sotto le fortezze volanti, emettevano un campo magnetico talmente forte da mandare in blocco i motori dell'aereo vicino, facendolo quindi precipitare. L'arma in questione poteva essere una V-7, più conosciuta come Fliegender Scheiben (disco volante). Si trattava di rivoluzionari aerei discoidali, piuttosto simili ai moderni UFO, per mezzo dei quali Adolf Hitler sognava di conquistare il pianeta. Uno dei primi ingegneri tedeschi impegnati nella costruzione delle V-7 (la V sta per vittoria) fu Andreas Epp, che inventò un gigantesco piatto volante, il modello Omega, con otto eliche e due motori a reazione.


Tale ordigno fu testato nel 1943 a Bremerhaven e raggiunse una velocità di 480 Km/h. Insieme ad Epp lavorarono alle V-7 gli ingegneri Habermohl, Miethe, Schriever e l'italiano Giuseppe Belluzzo, esperto di motori a turbina. Schriever e Habermhol costruirono un velivolo formato da una cabina centrale di pilotaggio circondata da un anello che ruotava ad alta velocità. Miethe e Belluzzo realizzarono, nella base di Bratislava, un massiccio disco di titanio largo 40 metri che, però, esplose in volo durante un collaudo. Complessivamente gli esperimenti dei nazisti sulle V-7 furono classificati come deludenti, eppure verso la fine del conflitto sia russi che americani si diedero un gran da fare per recuperare i velivoli, i brevetti, le carte e gli scienziati che avevano partecipato a queste ricerche segrete. Inoltre esistono numerose testimonianze, da parte di piloti anglo-americani, degli abbattimenti di aerei alleati ad opera dei Fliegender Scheiben. Non una V-7, per quanto ci è dato di sapere, finì nelle mani della CIA o del KGB, infatti le SS riuscirono a distruggere tutto prima di arrendersi agli avversari. Anche a Gory Sowie (Polonia) i tedeschi, che avevano scavato nella montagna il più grande stabilimento segreto per la costruzione dei loro micidiali dischi, fecero esplodere tutto con la dinamite per l'incalzare dei russi. 

 



In ogni caso, gli scienziati tedeschi avevano lavorato ognuno ad una parte del progetto e, singolarmente presi, non erano in grado di ricostruire l'intero brevetto, sia per i russi che per gli americani. Le due superpotenze hanno sempre negato l'esistenza delle V-7, ma già nel 1952 il pilota Schriever indicò alla stampa che aveva partecipato al programma sui dischi volanti del Terzo Reich e che, nel 1944, nei pressi di Praga aveva collaudato con successo la Flug Kreisel (trottola volante). Questo disco, dalla cabina centrale a cupola in plexiglas, volò a oltre 3.000 Km/h. Il Colonnello Philip Corso, già ufficiale dei Servizi Segreti statunitensi durante il secondo conflitto mondiale, dichiarò alla stampa che prima dello scoppio della guerra erano precipitati in varie parti del mondo, tra cui la Germania, degli UFO con i relativi equipaggi alieni.
 



I tedeschi stavano quindi lavorando con intensità sui relitti rinvenuti nel proprio territorio nella speranza di poterli replicare per uso bellico. Questo fu confermato all'ufficiale USA anche dagli scienziati Oberth e Von Braun. Il Colonnello Corso era inoltre a conoscenza di un disco tedesco che era riuscito a volare fino a 3.600 mt di altezza, sottolineando però che i nazisti non erano riusciti a capire in quale modo venivano guidati i velivoli dagli alieni. Attualmente sia i russi che gli americani stanno sperimentando tutta una serie di macchine volanti di forma discoidale, in parte per uso civile, in parte per uso militare.


Le foto pubblicate sono estratte dalle riviste "dossier informare" e "Oltre" e "UFO Contact".
A cura di Silvia e Roberto Matricardi
info@pometia.it

 

venerdì 11 dicembre 2015

IL CASO DI FARA DI CIGNO


 
 Fara di Cigno, sabato 3 Aprile 1948 ore 6:35
 
Il sig. Giuseppe Lanciano, abitante a San Martino in Pensilis, era l’autista del servizio pubblico fra la stazione ed il paese. Si era quindi recato alla ferrovia, distante circa cinque chilometri dall’abitato, per attendere i passeggeri del treno delle sette. Quella mattina era arrivato con quasi un’ora d’anticipo, perciò, ingannava l’attesa passeggiando su e giù per il piazzale prospiciente i binari. Erano le 6:35 quando il cielo, terso e senza nubi, fu animato improvvisamente dalla presenza di un oggetto, il cui aspetto e comportamento erano assolutamente inconsueti. Tanto che, il Lancetti sentì di dover richiamare l’attenzione del capostazione, che stava telefonando.
Una cosa circolare, dall’aspetto di “un ombrello aperto, senza manico”, di un vivo e luminoso colore arancione, procedendo da ovest verso est, con una velocità stimata intorno ai 60 Km/h, si diresse verso una collina (come se volesse atterrarvi) distante non più di cinquecento metri dalla stazione; restando immobile e sospesa nell’aria ad un’altezza di circa dieci metri.
Il luogo, chiamato Fara di Cigno, è vicino al casello ferroviario n. 14.
 
Il veicolo emetteva luci e riflessi multicolori. Tra il luogo dove si trovavano i due testimoni ed il punto in cui l’oggetto si librava, silenzioso e scintillante, non vi erano ostacoli di sorta, né costruzioni, né piante d’alto fusto; il che rendeva l’osservazione, del fenomeno, assolutamente perfetta. l’U.F.O., emetteva anche un esteso fascio di luce bianchissima, che si muoveva a raggiera ed era ben visibile nonostante la luce del sole. I due testimoni avvertirono un senso di calore quando il raggio si diresse verso di loro.
L’oggetto aveva la forma di una “scodella rovesciata” e sulla parte superiore si notava una “coppa” che sembrava trasparente poiché una tenue e vibrante luce argentea sembrava provenire dal suo interno. Le dimensioni apparenti dell’oggetto furono stimate tra i dieci ed i quindici metri di diametro.
Rimase così per circa due minuti, dopo di che, sotto gli occhi attoniti dei due osservatori, dal centro del “disco” uscì una misteriosa figura che calò verticalmente, senza scosse, librandosi nell’aria, sino a toccare terra dolcemente. Aveva un aspetto vagamente antropomorfo. Fu descritto come un grosso fantoccio alto circa un metro e mezzo e vestito di una tuta rigida dai riflessi metallici, con grossi guantoni anch’essi apparentemente di metallo. Aveva due oblò tondi, al posto degli occhi.
 
Il Lanciano ed il capostazione Bavota, impressionati ma per niente impauriti, spinti dalla forte curiosità, corsero verso l’inaspettato ospite; ma non avevano percorso neanche duecento metri, che “il robot” risalì, in verticale, come risucchiato da una forza invisibile; fino a scomparire all’interno della macchina volante. Questa, dopo aver oscillato un po’, si mosse, allontanandosi lentamente, alla stessa velocità con la quale era arrivata; ma, una volta raggiunta una certa altezza, assunse repentinamente un’andatura vertiginosa e (dirigendosi verso l’alto) scomparve agli occhi degli osservatori.
Non fu rilevato alcun rumore, né all’arrivo, né alla partenza di quell’oggetto. Nessun effetto fisico, se si esclude la sensazione di calore, avvertita dai testimoni, nel momento in cui furono investiti dal fascio di luce bianca. Non si avvertirono odori particolari; non furono trovate tracce sul terreno, nel luogo dell’atterraggio.
A parte il legittimo stupore e la forte curiosità, destata nei due testimoni, nessun disturbo fu causato alle persone e non si ebbe a registrare alcun turbamento psichico.
 
Dossier del gruppo O.V.N.I. del 1972
c/o Mario Lanciano Via Marina n.5
San Martino in Pensilis CB

giovedì 10 dicembre 2015

IL NATALE

È giunto il momento di svelare anche i retroscena della data a cui si associa la nascita di Gesù. Preparatevi a fare un viaggetto nel tempo, alla scoperta di una delle feste più antiche dell’umanità.
Letteralmente Natale significa “nascita” ed il termine nacque dalla festività del Dies Natalis Solis Invicti, ovvero il Giorno della nascita del Sole Invitto. Questa festa veniva celebrata, dopo il solstizio d’inverno, nel momento dell’anno in cui la durata del giorno iniziava ad aumentare e dunque quando avveniva la rinascita del sole invincibile contro le tenebre. Secondo gli antichi il Sole si fermava durante il solstizio d’inverno (dal latino solstitium, ovvero sole fermo) e questa loro osservazione derivava dal fatto che nell’emisfero nord tra il 22 e il 24 dicembre il sole sembra effettivamente fermarsi in cielo. In quel periodo, in realtà, il sole inverte semplicemente il proprio moto nel senso della “declinazione” della Terra e a causa di questo Il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Subito dopo il solstizio, la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare fino al solstizio d’estate dove, ovviamente, accade il contrario.
Visto in questi termini, sembra quasi che il Sole muoia, per poi rinascere (guarda caso) tre giorni più tardi, intorno al 24/25 Dicembre. Questa interpretazione astronomica può spiegare perché il 25 dicembre sia una data celebrativa presente in culture e paesi così distanti tra loro. I nostri antenati tenevano in gran conto l’astronomia, più di quanto pensiamo. L’osservazione del moto solare ha dunque generato in tutti i popoli della terra delle teologie affini, dove un dio, o un eroe, attraversa 12 fasi della sua vita, o viene accompagnato da 12 fratelli, viene ucciso per poi solitamente tornare in vita nell’arco di 3 giorni. Questa è la sorte che l’uomo ha deciso per Mitra, per Osiride e per Gesù.
 Ma come ha fatto, la Festa del Sole, a diventare la nascita di Gesù Cristo? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricostruirne la storia.
L’imperatore Aureliano introdusse, ufficialmente, la festa del Sol Invictus (Dies Natalis Solis Invicti) il 25 dicembre del 274, facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero e indossando egli stesso una corona a raggi.
Alla base di questa decisione ci fu un misto di coincidenze storiche e valutazioni di opportunità politica. Aureliano aveva da poco sconfitto la principale nemica dell’impero, la Regina Zenobia del Regno di Palmira, grazie all’aiuto provvidenziale della città stato di Emesa. L’appoggio dei sacerdoti di Emesa, cultori del Dio Sol Invictus, ben dispose l’imperatore che, all’inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa. In seguito a questi fatti, nel 274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti ed ufficializzò il culto del Sole di Emesa, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale, creando anche un nuovo corpo di sacerdoti, detti pontifex solis invicti. L’adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero.
Intanto, il Neo-Cristianesimo di Paolo di Tarso iniziò a farsi strada nell’impero Romano, trovando sempre più proseliti. Non ripercorrerò qui l’intera vicenda, basti sapere che alla fine l’imperatore Costantino, nel 330, decretò per la prima volta il festeggiamento cristiano della natività di Gesù che fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita del Sol Invictus: il “Natale Invitto” divenne così il “Natale” Cristiano.
Prima di questa decisione, i cristiani usavano festeggiare la nascita di Gesù durante l’Epifania, termine che deriva dal Greco e che significa “manifestazione” di divinità. Infatti, prima del III secolo la natività di Gesù, come la conosciamo oggi, non esisteva affatto e gli scritti su di lui partivano dalla sua manifestazione come dio-uomo, dal battesimo nel Giordano.
Infine la data del Natale, da parte della Chiesa Cattolica, venne ufficializzata nel 337 da Papa Giulio I.
Fu così che il Cristianesimo si sovrappose del tutto ai culti Solari molto più antichi e già esistenti, usurpandone l’iconografia (l’aureola con i raggi del Sol Invictus) ed appropriandosi delle feste di fine anno. Fu fatto perché estirpare queste ricorrenze “pagane” sarebbe stato impossibile, avrebbe potuto fomentare rivolte religiose e tumulti contro il potere Teocratico della chiesa.

mercoledì 9 dicembre 2015

GIACOMO: FRATELLO DI GESU'


Un antico ossario risalente al 63 d.C. è stato scoperto dall'archeologo Andre Lemaire a Gerusalemme. Lo scrigno porta una chiara scritta in aramaico:
“Ya‘akov bar Yohosef akhui Yeshua”
che, tradotta, significa: “Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù".
Gli ambienti intellettuali sono in fermento, tutto il mondo ne parla, tranne che in Italia. Hershel Shanks, editore della Rivista Biblical Archeology, scrive che: ”l'Ossario di Giacomo può essere la più importante scoperta nella storia dell'Archeologia del Nuovo Testamento”. Questo ha delle forti implicazioni per la comprensione e la condivisione della Bibbia nel mondo. L’ossario, infatti, realizzato interamente in pietra calcarea, potrebbe ora fornire la prima prova scientifica dell'esistenza di Gesù di Nazareth. Secondo quanto dichiarato da Lemaire, insegnante presso la Sorbona di Parigi, “è molto probabile che l'ossario appartenesse al fratello di Gesù, Giacomo, che nella tradizione cristiana fu il capo della prima chiesa di Gerusalemme”.
L'annuncio è stato dato a Washington il 21 Ottobre 2002, anche se in Italia “stranamente”, non se ne parla quasi. L'urna funebre è stata rinvenuta in Israele, a Gerusalemme, e se da una parte offre una traccia materiale dell'esistenza di Gesù di Nazareth, dall'altra fornisce la prova che Maria ebbe altri figli. Questo ossario è stato datato dagli archeologi al 63 dopo Cristo. Ora, dai riferimenti storici, sappiamo che Giacomo, detto “il Giusto”, morì lapidato nel 62 d.C., su istigazione del sommo sacerdote Anano II. Egli era denominato "il Minore" per distinguerlo da Giacomo "il Maggiore", martirizzato nel 44 d.C. Per ordine di Erode Agrippa. A sostegno della veridicità della scoperta, vi è il fatto che quel tipo di sepoltura veniva praticata dagli ebrei soltanto nell'arco temporale che va dal 20 al 70 d.C. L'autenticità del reperto è stata verificata dai più qualificati esperti del settore tramite test effettuati sia sulla pietra calcarea dell'ossario che sui residui di terra e altri elementi in esso rinvenuti. Oltre al Dr. Andrè Lemaire — famoso epigrafista a livello internazionale e specialista in iscrizioni antiche — hanno valutato l'originalità del reperto anche esperti della Geologic Survey of Israel e studiosi della John Hopkins University. Anche il Rev. Joseph Fitzmyer, biblista, docente alla Catholic University, dopo aver studiato l'ossario, ha dichiarato che l'iscrizione sull'ossario “corrisponde perfettamente allo stile degli altri esempi del primo secolo” e che “la combinazione dei tre famosi nomi impressi, oltre a essere evidente, è straordinaria”. Molti Vangeli Apocrifi dunque esponevano quella verità che la cristianità istituzionale ha sempre respinto: Gesù aveva sorelle e fratelli, nati dalla normale relazione fra Maria e Giuseppe. Una verità naturale ed evidente — sostenuta nei secoli da migliaia di studiosi, da milioni di credenti sinceri e da semplici amanti della verità — che tuttavia le chiese istituzionalizzate rigettano tenacemente adducendo argomenti grotteschi, a volte offensivi dell'intelligenza. Quando si tratta di mettere in gioco la sopravvivenza di corporazioni di un certo livello, tutto diventa lecito, dalla negazione dell'evidenza, alla contraffazione, all'occultamento, alla menzogna, il tutto, chiaramente, a discapito della verità. Lo strettissimo legame di parentela con Gesù Cristo — legame che va ben oltre la fratellanza spirituale — e l’importanza di Giacomo, (Iácobos, detto “… il Giusto, figlio di Maria e Giuseppe, fratello del Signore il quale si spegnerà nella morte, ma verrà trovato vivo...”), nell'ambito della chiesa primitiva sono da decenni oggetto di prolungate controversie politico-religiose, e trovano conferma in numerosi documenti. Di seguito si elencano i principali:
Giuseppe Flavio, 'Antichità Giudaiche' XX, 9, 1 "... Convocò una sessione del sinedrio e vi fece comparire quel fratello di Gesù, detto Cristo, che si chiamava Giacomo..."
Paolo Epistola ai Galati I 19 (lettera alle Chiese della Galazia, controversia sul giudaismo) "... E non vidi nessun altro degli apostoli; ma solo Giacomo, il fratello del Signore..."
Eusebio Da Cesarea, ‘Historia Ecclesiastica’ III, 20, 1 “... Della famiglia di Gesù rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detti fratelli suoi secondo la carne, i quali furono denunziati come appartenenti alla stirpe di David...”
Eusebio Da Cesarea, ‘historia ecclesiastica’ II, 23, 4 “... Giacomo, fratello del Signore, succedette all'amministrazione della Chiesa...”