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venerdì 23 giugno 2017

LE ALI DELLA LIBERTA'



Se credete che facebook sia il posto delle cazzate, allora lasciate perdere: questo post non fa per voi. Scegliete di leggere un altro blog o andate su un altro gruppo: ve ne potrei suggerire uno che fa parlare i dinosauri. Questi fanno battute ironiche che non farebbero neanche tanto ridere se non fosse che è un dinosauro a dirle.


La storia che sto per raccontarvi è quella di un uomo che per aver, giustamente, espresso le sue idee sul web è stato CONDANNATO A MORTE!


È successo a una persona che vive in un paese come ce ne sono tanti, nell’Africa sub-saariana. In questo paese, la Mauritania, la popolazione è divisa fondamentalmente in tre caste; quella elevata, di origine araba, è formata da elementi del clero e detiene anche il potere politico. Seguono i lavoratori, soprattutto artigiani e agricoltori e infine gli schiavi. Sì, avete capito benissimo: schiavi. Nel 2017! Perché in un paese retto da una repubblica islamica è possibile anche questo giacché l’unione del potere politico e di quello religioso produce una commistione infausta che non solo permette la schiavitù, ma addirittura la giustifica.


Eppure, in tutto questo marasma, qualcuno si accorge che certe regole semplicemente non esistono: scaturiscono solo da un’inopportuna interpretazione dei libri sacri. Non è una questione puramente islamica (come ho detto sin dall’inizio, la Mauritania è un paese come tanti altri: in Africa il problema è diffuso sia tra i paesi islamici sia tra quelli cattolici) non si tratta del Corano, della Bibbia o della Torà, non conta tanto ciò che sta scritto: dipende, invece, da un’interpretazione di comodo. Quest’uomo, non è nemmeno uno schiavo, anzi, ha un lavoro, una casa, una famiglia. È istruito, anzi di più, è colto. Ed è la dimostrazione evidente di come la "religione" sia acerrima nemica della cultura. Quest’uomo ha un nome, si chiama  Nagi Cheik Ahmed e manifesta in modo semplice e palese la sua opinione: scrive sul suo blog. Forse, in cuor suo, pensa che mai nessuno lo leggerà: con tante cazzate che si scrivono! Ma non è così.


Viene insultato, aggredito, arrestato, sottoposto a giudizio e condannato a morte per quello che, da noi, non sarebbe neanche un reato d’opinione. Per fortuna, con l’intervento delle organizzazioni umanitarie, in secondo grado, la condanna viene revocata. Resta in prigione, apparentemente, per un cavillo burocratico che ne impedisce la scarcerazione, ma in realtà perché il suo governo, in barba a ogni principio, a ogni diritto umanitario, lo ritiene responsabile del crimine peggiore. È pericoloso, perché ha compreso l’inganno. Ha aperto gli occhi e potrebbe diffondere la sua idea, trovare dei sostenitori, propagare quel pensiero che li farebbe impazzire, convincere le masse che la libertà non è un dono, che la libertà non è un diritto di nascita, che la libertà spetta a tutti.

"Vorrei ringraziare la CASA DEL POPOLO per l'evento, senza il quale non saremo venuti a conoscenza di questa storia."

venerdì 16 giugno 2017

IL VASO DI DORCHESTER


I cosiddetti O.O.P.ART. (Out Of Place Artifacts – artefatti "fuori posto") sembrano preludere all’esistenza di civiltà tecnologicamente avanzate in un tempo in cui, magari, l’uomo neanche esisteva oppure, secondo gli storici, era relegato all’età della pietra.
Ancora più significativo è il fatto che i misteriosi oggetti, sembrano confermare antiche teorie e leggende che descrivono la storia dell’umanità come un evento ciclico: ere dimenticate e mondi precedenti sono sorti e caduti in epocali cicli di vita e morte. Persi nella nostra memoria, ma non nei miti, ritornano a noi per mezzo di alcuni sorprendenti ritrovamenti.
Di alcuni "OOPART" vi ho già parlato (cfr. AEREI MESOAMERICANI); questa volta dedicheremo la nostra attenzione al cosiddetto vaso di Dorchester.
A Dorchester (Massachusetts) nel 1851 fu trovato un vaso all’interno di un masso granitico sbriciolato dall’esplosione di una mina fatta brillare nel corso di lavori di sbancamento.

La prima fonte documentata che fa riferimento al vaso di Dorchester è il numero 38 della rivista Scientific American del 5 giugno 1852. Il trafiletto riportava a sua volta un articolo di un altro giornale, il Transcript di Boston che, tra l’altro, affermava:
 

"Tra questi (massi) è stato raccolto un vaso metallico separato in due pezzi, per la frattura provocata dall'esplosione. Le due parti riunite formano un vaso a forma di campana, alto 11,4 cm, largo 16,5 cm alla base e 6,3 cm in cima, e di circa tre millimetri di spessore.[...]"

 

Questo vaso a forma di campana, alto poco più di cm 11 e di circa tre millimetri di spessore è costituito da una lega di zinco ad alto tenore di argento. Sui lati vi sono 6 raffigurazioni di un fiore, forse un bouquet, splendidamente intarsiato nell’argento e attorno alla parte bassa del vaso una pergola, o tralcio, intarsiata anch’essa nell’argento. Il cesello, l’incisione e l’intarsio sono squisitamente eseguiti, con ricchezza di particolari, dall’arte di un abile artigiano; sono rappresentati in uno stile unico, mai visto prima in altri reperti archeologici. Stupisce che le piante riprodotte, più esattamente le sfenofillacee, tipiche dell’epoca del Carbonifero (era paleozoica), sono ormai scomparse da tempo immemorabile, cioè dall’epoca in cui si andava formando la roccia sedimentaria in cui il manufatto è stato inglobato. Infatti, il blocco che racchiudeva il vaso è stato datato a 320 milioni di anni fa!


I ramoscelli con piccole foglioline che decorano il vaso sono abbastanza rari e non sono molte le piante fossili che gli rassomigliano. Anzi, a dire il vero di fossili di questo genere ne esiste uno solo: è lo Sphenopteris goldenbergi, la cui foto, che rappresenta un esemplare proveniente dal bacino carbonifero della Sarre nella Westfalia, è stata pubblicata per la prima volta nel 1869. Perciò, ci troviamo in presenza della raffigurazione di una pianta scoperta solo in epoca SUCCESSIVA a quella in cui il vaso è stato rinvenuto e il reperto fossile proviene anch’esso dal Carbonifero superiore.
Ebbene, possono queste piccole foglioline, incise sulla superficie d’uno sconosciuto metallo, con la loro ineliminabile presenza sconvolgere dalle fondamenta le nostre più radicate certezze riguardo alla presenza di esseri evoluti (almeno quanto lo siamo noi oggi) su questo pianeta, in un’epoca che sprofonda negli abissi inimmaginabili del tempo?
Cosa può essere realmente successo? Esistono altre prove d’una presenza umana in un’era, il Carbonifero superiore, in cui non esistevano ancora neppure i dinosauri?
Ebbene, sembra proprio che queste prove esistono.
Dieci anni e mezzo dopo la pubblicazione dell’articolo su «Scientific American», che abbiamo visto in apertura, comparve sulla rivista londinese «The Geologist » (dicembre 1862, pag. 47) la seguente notizia:
 

"Nella contea di Macoupin, nell’Illinois, in uno strato di carbone situato sotto una copertura d’ardesia alta più di mezzo metro ed alla profondità di circa trenta metri sotto il livello del suolo, sono state trovate delle ossa umane … Al momento della scoperta tali ossa presentavano in superficie un rivestimento d’una sostanza dura e lucida, nera come lo stesso carbone, la quale però quando venne asportata lasciò le ossa bianche e con un aspetto naturale."

 
 
Naturalmente, anche la miniera di carbone della contea di Macoupin ha un’età geologica di 320 milioni d’anni. In seguito furono scoperte anche impronte di piedi umani in vari Stati dell’America, sempre in siti geologici del Carbonifero superiore.
Il professor W. G. Burroughs, direttore del Dipartimento di geologia del Berea College (Lexington, Kentucky), pubblicò sulla rivista edita dal Berea College, « The Berea Alumnus » (novembre 1938, pp. 46-47) le seguenti parole:

"Durante l’inizio del periodo del Carbonifero superiore (età del carbone), creature che camminavano reggendosi sugli arti posteriori e possedevano piedi umani, lasciarono delle orme su una spiaggia di sabbia della contea di Rockcastle nel Kentucky. Era il periodo detto ‘età degli anfibi’, quando gli animali andavano in giro a quattro zampe o più raramente saltellavano, ed avevano zampe prive di un aspetto umano. Ma a Rockcastle, a Jackson e in diverse altre contee del Kentucky, così come in località che spaziano dalla Pennsylvania al Missouri, esistevano creature dotate di piedi dall’aspetto stranamente umano che camminavano servendosi degli arti posteriori. L’autore dello scritto ha dimostrato l’esistenza di tali creature nel Kentucky. Con la cooperazione del dottor C. W. Gilmore, curatore per la Paleontologia dei vertebrati alla Smithsonian Institution, è stato provato che esseri del genere vivevano anche nella Pennysilvania e nel Missouri."



Quello che a me interessa sottolineare è che tanti comportamenti, piccoli o grandi, isolati o no, tesi alla conoscenza, sommati tra loro, producono un effetto enorme, che è quello di cambiare la visione del mondo e tutto questo, come abbiamo appena visto, avviene nella più assoluta buona fede e sincerità degli studiosi.
Non siete convinti? Non siete gli unici: gli scettici sostengono, a ragione, che l'articolo originale non conteneva alcuna foto dell'oggetto, la quale apparve solo in seguito e senza alcuna informazione sulla sua provenienza. Inoltre, l'oggetto della foto non mostra segni di frattura o danno, ed è decorato con quattro grandi fiori mentre nell'articolo del 1852 si parlava di sei…

 
 

domenica 11 giugno 2017

L'ANFORA - PARTE II

Uscii, lasciando in casa le donne. Scesi nello scantinato, caricai sul cassone dell’Ape degli attrezzi da scavo, misi dell’altra roba in un sacco e partii.  Mi fermai sotto casa di Carlo e suonai ripetutamente il claxon. Carlo si affacciò dalla finestra, mi vide, vide gli attrezzi sul cassone e corse giù, pensando che fossi impazzito.
- Se ti fermano con questa roba passi un guaio, lo sai?
- Salta su, è un’emergenza. 
- Emergenza un cavolo! Sei recidivo. Se ci fermano con questa roba finiamo dentro tutti e due! Che, vuoi andare a “scavare” in pieno giorno?
- Antonio è nei guai. Maria è arrivata a casa piangendo: cosa dovevo fare, avvertire le forze dell’ordine, così lo arrestano? Andiamo!
Borbottando qualcosa d’incomprensibile, Carlo prese anche lui posto in cabina e partimmo alla volta dell’Antro. Ci arrivammo nel primo pomeriggio. Era inverno: calcolammo che tra due, tre ore al massimo, sarebbe arrivato il crepuscolo; ma non potevamo rimandare. Ci guardammo intorno, c’erano solo dei contadini, troppo lontani e troppo occupati: non sarebbero venuti a curiosare. Ad ogni modo, ci avrebbero scambiati per braccianti intenti a far legna da ardere: l’Ape si prestava bene al camuffamento. Passammo molto tempo a fissare con perizia corde e carrucole. Ero deciso a scendere da solo, Carlo sarebbe rimasto. Ci avrebbe tirato su, c’era il caso che Antonio fosse ferito ed impossibilitato ad arrampicarsi. Calò giù una lampadina appesa ad un lungo cavo, io raggiunsi l’Ape e ne fissai i morsetti ad un grosso accumulatore da dodici volts.
- Il filo è corto – sentenziò Carlo – non riesce neanche a toccare il fondo della caverna; forse dovresti portare il “tre ruote” più vicino.
- Non fa niente. Vedrò la luce appesa, anche da lontano e così saprò sempre dov’è la corda per risalire. - Gli risposi.
Intanto, tirai dal sacco una potente torcia a pila. Indossai un gilè, di quelli muniti di molte tasche che cominciai subito a riempire. Tra l’altro, portai con me un’altra torcia più piccola ed un revolver.
- A cosa ti serve? Se spari un colpo con quella rivoltella c’è il rischio che tutta la volta ti crolli addosso!
- Lo so. Diciamo che è un’arma psicologica: mi rassicura!
- Tu sei matto.
Non credo che dicesse sul serio; al posto mio l’avrebbe portata anche lui, specie lì sotto.
- Tieni ben ferma la fune, mentre scendo e mi raccomando, occhi ed orecchie aperte; se mi senti gridare tirami su alla svelta! – Precisai.
Subito dopo scivolai giù lentamente lungo la fune.
- Tranquillo, aziono la leva e butto giù il contrappeso: so come si fa.



Mi chiesi se quel congegno avrebbe funzionato: non lo avevano mai usato e non c’era stato il tempo di provarlo. Era costituito da un grosso masso legato alla corda collegata ad una carrucola. Il masso sarebbe stato spinto nel vuoto tramite un semplice congegno, una leva, e avrebbe trascinato la corda azionando la carrucola. All’altro capo della corda c’era appeso il carico, in questo caso, composto da me e da Antonio. Un sistema simile a quello usato per gli ascensori dove il surplus d’energia non sarebbe stato fornito da un motore elettrico, bensì dalle robuste braccia di Carlo. L’unico dubbio era posto dal masso, molto pesante, messo in bilico sul precipizio. L’avevamo alzato in due, era più pesante di me, ce l’avrebbe fatta Carlo a smuoverlo da solo, anche disponendo dell’ausilio di una leva?
Intanto avevo raggiunto il fondo della caverna o meglio, la cima della montagna di detriti che gli uomini e l’acqua, col passare degli anni e forse dei secoli, avevano fatto a gara per innalzare. Da lassù la caverna, ancora illuminata dalla debole luce del giorno, appariva in tutta la sua grandezza: un antro enorme, che non c’era modo di riempire. Individuai una specie di sentiero, costituitosi nel tempo col passaggio di numerosi escursionisti, tutti più o meno esperti e tutti più o meno interessati al leggendario tesoro. Decisi di seguirlo, i fianchi del colle sembravano instabili e non volevo provocare una frana. La pendenza non era eccessiva; la “montagna”, in fondo, era solo un immenso cono con una base assai larga. Fu abbastanza facile arrivare su quello che poteva dirsi il pavimento dell’antro. Ora dovevo prendere una decisione perché i cunicoli erano numerosi. Quelli accessibili, si diramavano in cinque direzioni diverse, per un arco di cento gradi, proprio come le dita allargate di una mano. Ce n’erano anche degli altri, in cui però non si sarebbe potuto infilare neanche un bambino. Il terzo cunicolo, quello centrale, era il più impervio, quello meno battuto; pensai che valesse la pena iniziare da lì.
A metà strada mi voltai indietro per osservare se riuscivo ancora a vedere la lampadina sospesa che avevamo calato. Era lì. Un piccolo diamante che brillava nelle prime ombre del tramonto. Notai anche qualcos’altro che mi fece arrestare e riflettere. C’erano delle tracce su di un lato del colle. Era come se qualcuno lo avesse scalato, annaspando tra la polvere e i detriti. Solo una persona in preda allo spavento avrebbe tentato quella strada, altrimenti avrebbe aggirato il cono e sarebbe risalito tranquillamente per il sentiero. Una persona, che uscendo dal primo cunicolo, si fosse inerpicata per la via più breve, anche se pericolosa. Cambiai idea e mi diressi verso il primo cunicolo: avrei iniziato da lì.
 
Percorsi la galleria fino ad un punto in cui il pavimento, improvvisamente, assumeva una forte pendenza. Qui mi arrestai incuriosito dalla scoperta di un chiodo ad occhiello, infisso nella parete, cui era stata legata una corda. La corda non era nuova e non c’era modo di stabilire da quanto tempo fosse lì. Si srotolava giù per il cunicolo fino a scomparire alla vista. Mi voltai verso l’uscita, da quel punto era ancora visibile; ma se avessi percorso anche solo pochi metri, non sarei più riuscito a vederla a causa del percorso in discesa. Se Antonio avesse voluto lasciarsi dietro un “filo d’Arianna” quello era il punto giusto in cui ancorarlo. Ormai, non mi restava che proseguire: non potevo più ignorare quell’indizio. Accesi la torcia e cominciai a scendere, tenendomi a quella corda che si adagiava su di un percorso che ben conoscevo, finché non la vidi svoltare per infilarsi in un oscuro budello. Avvicinai la torcia e scoprii che dietro un diaframma di roccia spesso meno di un metro si apriva uno spazio più ampio. Il foro era stretto e pareva scavato con una piccozza o con un altro attrezzo simile. Osservando i detriti mi resi conto che non si trattava di roccia compatta. Il foro attraversava un antico muro, la cui facciata, nei secoli, era stata completamente ricoperta e mascherata da uno spesso strato di concrezioni. C’era una tomba ed era stata violata. Era stato Antonio a scavarla? Non per niente era considerato il miglior tombarolo di tutta la provincia. Riflettei sul fatto che se lui, così esperto, era rimasto intrappolato la dentro; quel posto doveva essere pericoloso ed entrarvi poteva presentare qualche rischio: meglio procedere con cautela.
- Antonio, Antonio sei li? – Gridai, alla volta del cunicolo. Ma non ebbi alcuna risposta.
Così, provai a tirare la corda, ma qualcosa la teneva bloccata. Era il corpo di Antonio? Nel pensarlo avvertii un brivido lungo la schiena. Raccolsi tutto il coraggio che avevo e con qualche difficoltà, m’infilai nello stretto pertugio. Scesi in un piccolo ambiente grande quanto una stanza. Individuai un’altra soglia e la raggiunsi per imboccarne l’uscio. Mi ritrovai a percorrere un’antica strada. Raschiando dal suolo alcuni centimetri di polvere, ne misi allo scoperto il lastricato, formato da lastroni di roccia tagliati in modo irregolare e sapientemente accostati gli uni agli altri. Ai lati della viuzza si scorgevano le strutture delle case, con le mura alte e ancora solide. Non c’era più traccia degli infissi ed i tetti dovevano essere crollati da tempo lasciando tracce evidenti sul selciato. Sotto la coltre di polvere infatti, erano ancora chiaramente riconoscibili qua e la, sagome di tegole. Il fascio di luce mostrava un paesaggio monocromatico, di un grigio spettrale: la polvere ricopriva tutto. No, non ero in una tomba; mi trovavo all’interno della mitica città sotterranea! Allora, Antonio non si era inventato nulla: era tutto vero!
- Antonio? – Chiamai. A bassa voce: temevo che la volta potesse crollarmi addosso.
- Antonio, Antonio? – Niente!
 
Avanzai piano. Avevo percorso poco più di una ventina di metri, quando scavalcai un lunga trave adagiata sulla strada di traverso. Mi parve molto lunga perché veniva fuori dalla porta di una di quelle case e s’infilava nell’ingresso della casa di fronte. Sbirciai rapidamente dentro quegli usci, mi parve di notare un luccichio sul pavimento, forse di maioliche; ma proseguii oltre. Tutto era ricoperto dalla solita polvere e non avevo né la voglia né il tempo di indagare: avanzai. Ora, il lungo fascio di luce della torcia illuminava la fine del tragitto: davanti a me la strada era sbarrata da un edificio crollato. Non avendo notato incroci o altre diramazioni, cominciai a pensare che non sarebbe stato tanto facile trovare Antonio; sempre ammesso che davvero fosse lì. Perplesso, per inerzia mentale continuai a camminare, arrestandomi solo davanti a un muro. Mi trovavo al centro di uno spazio privo di edifici i cui contorni, distanti, sfumavano alla luce della lampada: una piccola piazza non più grande di quella del mio paese. Notai un antico altare alla mia sinistra e alla base dell’altare un grande vaso. Tutto era come l’aveva descritto Antonio. Mi avvicinai a quell’ampolla e la osservai con attenzione: era molto bella e aveva anche un gran valore. Chissà quanti tesori nascondeva ancora quel posto: di certo, meritava una visita più accurata! Ero in preda all’eccitazione. Come un cleptomane in un bel negozio pieno di mercanzia, dovevo portar via qualcosa. Decisi di portar via quell’anfora, che non meritava di invecchiare nell’oscurità. Per fortuna avevo preso con me una corda: non era molto lunga, ma servì a imbracare l’anfora e a caricarmela sulle spalle a mo’ di zaino.
Quando ritornai sui miei passi fui preso da una strana inquietudine; come in preda un oscuro presagio, avvertivo di non essere solo. Mossi la torcia spostando il fascio di luce da entrambi i lati, lo proiettai verso l’alto: non notai niente di preoccupante. Forse, era solo suggestione, rammentavo il racconto fatto da Antonio; ma avevo preso l’anfora, e non era successo nulla.
Tuttavia, continuavo ad avvertire quel senso di… non saprei spiegarlo a parole, ma intuivo un pericolo. Ad un tratto, mentre avanzavo, udii chiaramente un respiro, lungo e profondo. Sembrava provenire dall’interno della casa accanto. Coi nervi tesi e la mano al revolver, restai immobile ad ascoltare. Cinque secondi, dieci, venti interminabili secondi poi, eccolo di nuovo. Terribile! Era un alito che non aveva nulla di umano: estrassi la pistola ed indietreggiai. Inciampai su quella trave che avevo notato arrivando e persi l’equilibrio. Caddi all’indietro e nel tentativo di salvare l’anfora cercai di cadere sulle natiche e di rimanere seduto: ci riuscii anche a prezzo di qualche difficoltà e di molto dolore; ma n’era valsa la pena. La torcia però, mi era sfuggita; era rotolata poco lontano. Il fascio di luce tangente, illuminava il pavimento della stanza di fronte che… buon Dio! Si muoveva. Con uno scatto ripresi la torcia. Fu allora che notai la trave. Aveva iniziato a scorrere in avanti, ondeggiando, come se fosse… il torso enorme di un serpente! Impossibile! No, non esistono serpenti così grandi! Illuminai la stanza. Vidi che il pavimento era totalmente ricoperto dalle spire arrotolate: formavano una gigantesca spirale. Quelle che avevo, in un primo tempo, ritenuto lucide maioliche, non erano altro che le squame del rettile. Poi girandomi, vidi la testa, enorme, si trovava nella stanza opposta: emetteva sibili spaventosi. Il serpente stava districando il suo lungo corpo per portarsi in posizione d’attacco. Per mia fortuna, era un rettile molto grande, addirittura enorme e proprio a causa delle sue dimensioni e dello spazio ridotto, faceva fatica ad alzarsi. Io, invece, fui in piedi in un attimo. Scappai a gambe levate verso l’uscita. Mentre fuggivo mi voltai e vidi che già mi rincorreva. Lo sentivo. Udivo, alle mie spalle, un rumore di fondo, simile a quello prodotto da una cinghia di trasmissione contro le sue pulegge. Era provocato delle scaglie che strusciavano sul terreno e lungo i muri. Nella foga dell’inseguimento, il gigantesco rettile si muoveva senza alcuna cautela, scaricando a terra, con vigore, tutto il suo peso. La terra stessa vibrava e anche gli edifici ne erano colpiti e scossi, tanta era l’irruenza di quel mostro. Guadagnava velocemente terreno, ero disperato, ma mi accorsi di essere vicinissimo all’uscita. Con un rapido scarto, svoltando ad angolo retto, imboccai al volo la porta, attraversai la stanza e mi fermai davanti allo stretto passaggio. Questa svolta repentina costò cara al serpente che, preso di sorpresa, non riuscì ad imitare la mia manovra e beccò in pieno lo stipite. Si attorcigliò in preda al dolore. Nello spasmo colpiva con forza l’edificio, sottoponendo la struttura, già provata dal tempo, a dei tremendi scossoni, tanto che temetti per un crollo. Mentre cadevano fitti dei calcinacci, infilai in fretta e furia l’anfora nello stretto passaggio e mi precipitai dentro anch’io. Mi muovevo con l’agilità della mangusta e in un attimo, senza quasi accorgermene, mi trovai fuori dal cunicolo.
 
Mente riprendevo l’anfora, lo vidi arrivare. Istintivamente retrocessi fino alla parete opposta e mi trovai con le spalle al muro. Infilò la testa nel varco: mi sentii perduto. La sua lunga lingua biforcuta mi sfiorò il viso: terrorizzato, arretrai fino ad appiattirmi contro la parete. Sentivo i suoi sibili e il suo alito su di me, ma non riusciva a raggiungermi: era incastrato!
La sua grossa testa non passava attraverso quel buco. Ne vedevo il muso appuntito cui da un’apposita fessura guizzava fuori la lingua. Ebbi così, il tempo di estrarre la mia arma e puntarla contro il rettile. Stavo per far fuoco, quando notai con preoccupazione che la parete iniziava a screpolarsi. Probabilmente, la bestia si era puntellata e spingeva con tutta la sua forza contro il muro. Sapevo che quelle grotte non erano stabili, a memoria d’uomo non lo erano mai state. Un colpo d’arma da fuoco, unito al putiferio che si stava scatenando mi avrebbero, di sicuro, seppellito sotto cumuli di macerie. Certo, non sarei scomparso come i leggendari esploratori del passato; questa volta, i soccorritori, scavando avrebbero ritrovato sia me sia il serpente; morti e sepolti naturalmente. Sussultai al fragore di un crollo, qualcosa era franato, al di la della parete. Il rettile si divincolò con più forza e l’intera grotta iniziò a tremare. Scappai di nuovo e guadagnai rapidamente l’uscita. Ripensandoci, mi sembra incredibile come, in preda al terrore, riuscissi a muovermi così velocemente, nonostante il peso e l’ingombro che portavo addosso. Già! L’anfora; ripensandoci, non meditai mai, nemmeno per un istante di liberarmene: ormai era mia. Ero giunto ai piedi del “colle”. Non avvertivo la stanchezza, ma ero madido di sudore. Affrontai subito il terreno cedevole e la salita, con grande energia.
Un altro boato: sperai la galleria avesse ceduto e gli fosse crollata addosso, seppellendolo o bloccandolo sotto una frana; ma mi sbagliavo. Ero già in cima quando il suo arrivo fu preannunciato da un nugolo di polvere e di piccoli detriti che fuoriuscivano dalla galleria. Mi vide subito: ero illuminato dalla lampadina che avevamo calato giù. Avanzò verso di me con decisione, mentre io invece, ero paralizzato. Ora, lo vedevo in tutta la sua possanza. Il suo corpo fuoriusciva, scivolando come sull’acqua, senza sforzo apparente. Stava per uscire dalla caverna, ma si fermò di colpo: ebbi l’impressione che fosse trattenuto per la coda. Vidi, con terrore, le sue grandi fauci, spalancarsi: mi avrebbe inghiottito in un sol boccone! Si alzava. La bocca completamente aperta esibiva due lunghi denti a sciabola, lunghi quanto un braccio!
 
Disperato, iniziai a gridare e mi arrampicai sulla corda. Il serpente cercò di avvicinarsi ma mi parve impacciato, oscillò in modo sgraziato, innaturale. Poi come se volesse liberarsi, si acquattò sul terreno e con foga, contorcendosi, tirò a se la lunga coda. Forse si liberò, ma la caverna non resse a quest’ultimo affronto. Ci fu come un terremoto e la volta crollò o almeno una parte di essa. Scorsi il masso che faceva da contrappeso precipitare nel vuoto, tirando su la corda a cui ero saldamente aggrappato e in una manciata di secondi mi ritrovai all’aperto. Dall’alto, guardando giù, vedevo solo un polverone. Penzolavo nel vuoto sospeso sul baratro: dovevo togliermi al più presto da quella situazione incresciosa. Per fortuna avevamo teso una corda ancorandola ad un grosso albero, ben radicato, non molto distante. Alla stregua di un ragno, mi aggrappai a quel cavo e lo percorsi a testa in giù, per trarmi d’impaccio.
Coi piedi finalmente a terra mi acquattai al suolo: i nervi tesi come corde di chitarra. L’avevo scampata bella! Ero terrorizzato. In preda alla paura di essere divorato. Mi voltai verso la bocca dell’Antro e tesi l’orecchio: un rumore di massi smottati mi fece trasalire. Poco a poco, recuperavo il mio sangue freddo: ora avrei potuto sparare senza pericolo ed ero deciso a farlo se quel rettile si fosse azzardato a metter fuori il muso! Ero in apprensione, ma non successe nulla di quel che temevo.
Cercai Carlo. Era buio e non fu facile scorgerlo, era scappato lontano ed aveva raggiunto l’Ape. Ora, che lo illuminavo con la torcia, continuava a fissarmi come se avesse visto un fantasma. A dire il vero, dovevo essere bianco in volto, come un lenzuolo!
Mi corse incontro a braccia aperte. Era felice di rivedermi ed anch’io lo ero: come uno che ritorna in vita, dopo essere stato all’inferno.
- Antonio? – Chiese lui, con apprensione.
- No, non l’ho trovato. – Risposi.
Lui fece un cenno con la testa, poi si avviò verso l’antro, ma lo richiamai.
- No! Non avvicinarti.
- Ma – disse lui – volevo recuperare le corde e tutto il resto.
Tesi l’orecchio cercando di avvertire ogni possibile rumore proveniente da lì sotto; ma il silenzio, adesso, era assoluto.
- Non ti avvicinare, non so se la volta regge ancora. Anzi recuperiamo qualche corda e realizziamo una sorta di recinzione. Chi capiterà da queste parti noterà anche che la bocca dell’antro si è allargata e se ne terrà lontano. 
Rapidamente, al buio, recidemmo dei rami per fabbricare dei rudimentali paletti. Con quelli e con una corda ci apprestammo ad improvvisare un recinto.
Come di consueto, si lavorava in silenzio. Con l’aiuto delle torce recuperammo gran parte del materiale e lo caricammo sul nostro mezzo di trasporto. Dedicammo particolari attenzioni nel riporre l’anfora: nel timore che potesse rompersi. Carlo ci aggiunse di suo, una frase di ammirazione e partimmo. Sul parabrezza dell’Ape si spiaccicarono le prime gocce di pioggia.



I miei ricordi si interruppero: eravamo arrivati a casa di Carlo.
- Allora, a domani.
- A domani. – Risposi, mentre lui chiudeva la porta dell’Ape.
Nei giorni che seguirono la pioggia continuò incessante. I sentieri divennero impraticabili e le nostre ricerche rimasero in sospeso. Ebbi modo di vedere Carlo e di riferirgli della misteriosa città sepolta. Non gli raccontai del serpente e non lo feci più, neanche in seguito. Appena potemmo, ci recammo sull’orlo dell’Antro del Purgatorio, ma rilevammo che l’intera grotta era stata invasa dall’acqua ed è così che si presenta ancor oggi. Si disse che il crollo, che aveva interessato anche la volta, probabilmente aveva ostruito antiche vie di deflusso. Purtroppo, dovemmo rassegnarci: il tesoro era perso per sempre.
 




… Nella prima guerra punica il console Attilio Regolo, avendo posto gli accampamenti militari presso il fiume Bagrada, condusse un’acre e grande battaglia contro un serpente di inusitata grandezza che stazionava in quei luoghi, e tutto l’esercito con un grande combattimento alla fine lo uccise facendo ricorso alle catapulte ed alle baliste; (il console) spedì a Roma la pelle dell’animale che misurava centoventi piedi (35,57 metri).

Da un frammento del IX libro delle Historiae di Quinto Elio Tuberose.
 

Per quanto ne so, i serpenti, di solito sono creature minute, con qualche eccezione che conferma la regola. So che tra i rettili, alcuni possono crescere in modo smisurato, ma si tratta, per lo più, di tartarughe o di coccodrilli, specie in cui, certi esemplari, raggiungono davvero proporzioni gigantesche. Sentito il racconto, fui preso da un moto d’incredulità. Provai quello che si prova di fronte alla storia di un pescatore, tutto teso ad ingigantire la mole della sua preda; ma Gennaro non era un pescatore. Aveva scavato e aveva vissuto sotto terra le sue avventure. Una volta mi raccontò di aver trovato le tombe dei giganti.  Ebbi conferma che, sul luogo che mi aveva indicato, altri avevano fatto gli stessi ritrovamenti. Ne informai anche un archeologo, ma non se né fece nulla: evidentemente, non mi credette. 
Gennaro non aveva molta stima per gli archeologi. “Non sanno niente – mi ripeteva – se avessero visto le cose che abbiamo ritrovato, dovrebbero riscrivere i libri di storia! Pensa, cercano ancora, in Africa, le ossa dei giganti e non sanno di averle qui, sotto i piedi.”
Sulla strana vicenda, non fu possibile interrogare Antonio, il quale evitò sempre qualsiasi discorso che riguardasse l’Antro del Purgatorio. Evidentemente, reduce da un’esperienza del tutto negativa da cui non si riprese, cominciò a bere ed a condurre una vita molto sregolata. Morì a poco più di cinquant’anni stroncato da un infarto.
Gli anni sono passati, anche Gennaro è scomparso: ha compiuto il suo percorso. Di lui rimarrà una storia che, per quanto incredibile, sarà raccontata. In quanto all’anfora, è ancora qui. Unica muta testimone di quella vicenda. Gennaro la prese perché, non meritava di invecchiare nell’oscurità.

LA RICERCA DELLA VERITA'

Se, come me, passate del tempo sui social network, incapperete in pagine e pagine di notizie frivole, sciocche se non addirittura false, ingannevoli: vere e proprie bufale. Spesso, mi domando con quanta facilità si clicca su titoli ad effetto?
Con quanta leggerezza si condividono contenuti del web privi di ogni fondamento?
Sembra di partecipare a un gioco: scemo chi legge.
Siamo al tracollo totale del senso critico. Si legge un titolo, si vede un’immagine, si ascoltano parole che non vengono più filtrate dalla ragione, spesso perché nemmeno si capisce quel che si legge.
Per carità, la vita frenetica a volte impone di dare "rapide occhiate" e quindi si incappa in fraintendimenti o abbagli.
Blog, testate pseudo-giornalistiche, pseudo-testate. Migliaia di informazioni, disinformazioni: elucubrazioni del nulla. Interi gruppi di discussione nascono intorno a un annuncio shock o forse sciocco.
 
C’è una rincorsa allo scoop o allo scandalo, vero, presunto o addirittura costruito ad hoc.
Viviamo immersi in una società che produce trasmissioni televisive grottesche, piene di dettagli raccapriccianti sui casi di omicidio che avvengono in Italia. Ognuno ha il diritto di scrivere ciò in cui crede, ma non di "violentare" la curiosità altrui!
Nei miei scritti troverete onestà intellettuale e nessun preconcetto. Nessun budget, nessun target, un’unica mission: ricerca senza confine.
Il marketing ha cambiato obiettivo: dal soddisfacimento dei bisogni siamo passati alla creazione di bisogni nuovi. S’inventano bisogni che non sapevamo neanche di avere. Persone dalle sembianze autorevoli sono sempre pronti a plasmare e riplasmare, ogni giorno, l’immaginario collettivo. Personaggi assurdi che hanno la pretesa di sapere tutto, ma che in realtà non sanno un bel niente, scrivono e sono presi tanto sul serio da diventare degli idoli, mentre le parole "incredibile, scioccante, verità, rivelazioni…" sono un must che non può mancare nei loro titoli, dal facile successo.
 
Ok, viviamo in un mondo di "allocchi", ma perché preoccuparsi? Dirà qualcuno.
Perché lo scopo di tutte queste "volpi" è quello di realizzare il contrario di quello che fingono di combattere. Vige una nuova direttiva dove, con l’elettroshock virtuale, si vuole persuadere la gente a sottomettersi a classi dirigenti autorizzate dal gran numero di fans ad ottenebrare la libertà di scelta. Vogliono convincervi che, senza di loro, non ce la potete fare. Non è vero: non lasciatevi sedurre da promesse di successo.
Ricercate sempre la verità, specialmente quando questa è nascosta, sepolta sotto un mucchio di idiozie e createvi delle opinioni che siano "vostre".

sabato 10 giugno 2017

L'ANFORA - PARTE I

 
 
L’ANFORA
 
 
  
… bello primo Poenico Atilium Regulum consulem in Africa castris apud Bagradam flumen positis, proelium grande atque acre fecisse adversus unum serpentem in illis locis stabulantem inusitatae inmanitatis, eumque magna totius exercitus conflictione balistis atque catapultis diu oppugnatum, eiusque interfecti corium longum pedes centum et vigenti Romam misisse.



Perché veniamo al mondo e qual è lo scopo della nostra esistenza? Si dice che ognuno di noi compie un percorso, ma alla fine cosa rimane? Di certo, rimangono le nostre storie. Storie di vite vissute, storie d’amore, storie d’avventure. Alcune di queste storie sono state scritte, sono diventati dei romanzi, dei racconti famosi; ma molte altre meriterebbero di essere narrate. Certo che è strana la vita, perché questa è una di quelle storie che non doveva essere narrata: lui, aveva deciso di non raccontarla mai, a nessuno. Chi era?Lo chiamerò Gennaro, anche se il suo nome era un altro. Di lui dirò solo, che amava scegliere i suoi amici: non era facile legare con Gennaro e neanche posso dire che c’era gente che moriva dal desiderio di conoscerlo. Non so perché, né come riuscii ad essergli simpatico, credo che il nostro rapporto, sempre frammentario, si costruì a poco a poco. Il nostro comune amore per l’antichità, l’ammirazione per i popoli del passato, per gli Etruschi in particolar modo, fecero si che si arrivasse ad una reciproca comprensione, che fu fiducia prima che amicizia. A suo modo era un professionista, una persona abile nell’esercitare un "mestiere" molto particolare. Era un uomo di parola e fu così che un giorno, per tener fede ad una promessa, m’invitò a casa sua. Mi mostrò un vaso, bellissimo, una piccola anfora di pregiata fattura, di cui mi aveva già parlato e mi narrò del suo ritrovamento. La sua storia aveva dell’incredibile; io ve la riporto fedelmente, così come mi fu raccontata.
 
 


A notte inoltrata, percorrevamo le strade oscurate e deserte del paese. La pioggia, scendeva scrosciante e l’unica spazzola del tergicristallo faticava a tenere il vetro terso. I fari di un’auto produssero sulle gocce incollate al parabrezza in uno scintillio abbagliante. Poi, per un attimo il buio sembrò più fitto, fintanto che la vista non si riadattava. Sfortunatamente, proprio in quell’attimo, qualcuno, uscendo da un vicolo, irruppe sulla carreggiata. Vidi un’ombra e per un riflesso condizionato sterzai evitando che succedesse l’irreparabile.
L’individuo, si era riparato dalla pioggia battente tirando su la giacca fino a coprirsi il capo, così facendo aveva completamente perso la visuale laterale e neanche ci aveva sentiti arrivare, perché il rumore del piccolo motocarro era stato coperto dal rombo dell’auto che avevamo appena incrociato. Capimmo subito che il mezzo lo aveva solo sfiorato, ciò nonostante era ruzzolato a terra. Accostai e scendemmo. Prestammo soccorso all’incauto pedone che pareva avesse difficoltà ad alzarsi. Non senza stupirci, riconoscemmo Antonio: ora che la giacca era calata normalmente sulle spalle potevamo vederlo in volto. Lui invece, non sembrò riconoscerci: il suo alito puzzava di vino e non si reggeva un gran che sulle gambe. Lo alzammo di peso rimettendolo in piedi ma lui, invece di ringraziarci, inveì contro di noi con frasi sconnesse. Ci cacciò via a forza di bracciate e di ingiurie, per poi tentare di allontanarsi: casa sua era lì vicino. Barcollava: lo afferrammo di nuovo, prima che ricadesse a terra. Poi udimmo una porta che si apriva e la voce di Maria, sua moglie: - Madonna mia! Ma come, sei ubriaco fradicio? Dove sei stato per tutto questo tempo? –
Lo accompagnammo dentro e l’aiutammo a stendersi sul letto.
- Gennaro, grazie – disse Maria - Ero preoccupata, ma dove lo hai ritrovato?
- Veramente era qui fuori. Non ho idea di dove sia stato: lo abbiamo cercato per tutto il tempo.
La faccia bagnata dalla pioggia, la stanchezza dipinta sul volto. Carlo, come me, sembrava voler dire: per oggi ne ho avuto abbastanza.
- Andiamo. Ti accompagno – gli dissi - dormiamoci su, che domani dovrò raccontarti un paio di cose.
Salutammo Maria e ci avviammo verso il motocarro.
 
Carlo era un brav’uomo capì che, al momento, non avevo alcuna voglia di parlare. Sorrise, e senza aggiungere altro, prese posto con me in cabina: partimmo alla volta di casa.
Durante il viaggio ebbi modo di riflettere su quello che era successo.
Tutto ebbe inizio in una tranquilla giornata d’inverno. C’eravamo appena messi a tavola, giusto il tempo di ingoiare qualche boccone, quando qualcuno bussò alla porta. Nunzia, mia moglie, si accorse che avevo assunto un’aria scocciata, ma bisognava aprire anche se era il momento meno opportuno. Appoggiò la forchetta sul bordo del piatto, si pulì rapidamente le labbra con il tovagliolo, si alzò ed andò ad aprire: si trovò di fronte Maria. Era turbata, con il fiato corto riuscì solo a proferire: - tuo marito, Gennaro è in casa? –
- Sì – rispose lei, perplessa.
Maria entrò senza indugio, sentii i suoi passi, mentre attraversava in fretta il piccolo corridoio, seguita a ruota da Nunzia; la cui perplessità era ormai mutata in preoccupazione.
- Antonio non è tornato! – Esclamò, non appena mi vide.
- Non so dove sia, tuo marito.
Attesi che Maria dicesse dell’altro, perché, ne ero certo, c’era molto altro da dire.
Nunzia la invitò a sedersi. Maria lo fece in modo istintivo: gli premeva essere ascoltata.
 
 
- E’ "uscito" questa notte e non è ancora rincasato. Lo abbiamo cercato per tutto il paese, ma nessuno lo ha più visto da ieri sera: vado dai Carabinieri!
- Maria, calmati. Raccontami tutto, poi decideremo il da farsi. Niente Carabinieri, almeno per il momento. Andrò a cercarlo, ma non ho idea di dove sia andato. Se aveva in mente qualcosa non me lo ha detto. Forse aveva un segreto di cui non voleva mettermi al corrente.
- Mi ha rivelato che aveva fatto una scoperta: diceva che saremmo diventati ricchi.
- Una tomba?
- Molto di più.
- Aveva ritrovato un’antica città sepolta.
- Ma, allora lo sai?
- Aveva parlato di un ritrovamento, ma era ubriaco e così la gente aveva finito per ridere della sua storia assurda.
- Era tormentato. Non riusciva più neanche a dormire: diceva che doveva tornare laggiù e prendere quell’anfora.
- Era spaventato?
- Sì. Almeno all’inizio. Tu lo sai, non è un uomo che si spaventa facilmente, altrimenti avrebbe cambiato mestiere! Ma quella notte ritornò sconvolto.
- Al bar raccontò che aveva ritrovato un vaso. Splendido! Ricco d’ornamenti e raffigurazioni. Riposava da millenni ai piedi di un altare, ma quando si avvicinò per prenderlo udì un sibilo terribile, che gli fece gelare il sangue. Poi, notò, con orrore che il pavimento si muoveva e scappò via.
- Ridesti di lui?
- Mi ha raccontato storie anche più strane e non era neanche ubriaco! Gli piaceva raccontare e a volte, credo, mescolasse sapientemente realtà e fantasia.
- Non questa volta.
- Era solo, la luce era fioca i nervi tesi: chi può dire cosa ha veramente visto o sentito.
- Su certi posti aleggiano strane leggende, ma lui non si faceva impressionare: non ha mai avuto paura. E’ scappato di fronte ad un pericolo reale!
- Ho sentito parlare di certi meccanismi che dovrebbero tutelare l’integrità di tombe antiche. – Le dissi, in tono rassicurante.
- Possono uccidere? – Chiese lei con apprensione.
- Deve aver scoperto qualcosa di molto importate – continuai, cambiando argomento.
- Cosa te lo fa pensare?
- E’ andato da solo, senza di me. Non mi ha messo al corrente di nulla…
Lasciai lì la frase, come in sospeso: era un invito a parlare. Ma, toccava a lei decidere.
Maria ebbe un attimo d’esitazione. Era cosciente del fatto che poteva raccontare quel che sapeva solo se suo marito fosse stato davvero in pericolo; altrimenti avrebbe avuto dei guai. Si rese conto che doveva fidarsi. Meglio chiedere aiuto a me che ai Carabinieri.
- Sono certa che è nei guai. - Disse infine, senza esitare.
- Dimmi di più. – La esortai.
- Era tormentato dal fatto di non aver preso neanche quell’anfora, si sentiva in colpa perché era scappato: doveva ritornare laggiù.
- Laggiù, dove?
- Nell’Antro del Purgatorio – disse Maria tutto di un fiato!
- Pazzesco! - Esclamai – Nonostante la leggenda, non c’è nulla laggiù. Si sono calati in molti ed anche noi siamo scesi più volte senza mai trovare nulla di rilevante, solo caverne scavate dall’acqua. Quello è solo un inghiottitoio!
- Ne era convinto anche lui, finché degli speleologi non ritrovarono quel medaglione con il Drago!
- Maria, in quel buco, la gente vi ha buttato di tutto, per secoli: c’è una montagna di detriti! E quello che non ci ha buttato la gente l’ha portato l’acqua.
- Ha scoperto qualcosa ed è tornato lìstanotte, ne sono certa, per prendere quell’anfora e dimostrare a se stesso che non è un vigliacco! Ora è in pericolo, lo sento, è bloccato laggiù!
- Chi altro sa di questa storia?
- Nessuno. Ma se tu non mi aiuti…
-Andrò a cercarlo. – Poi rivolgendo lo sguardo a mia moglie, aggiunsi – lui lo avrebbe fatto per me.


venerdì 9 giugno 2017

I RAGAZZI DEL PARCO VERDE

Ludovico Crocetta e Carmine Mascolo erano due ragazzi che, allora, avevano rispettivamente dieci e dodici anni. Riferirono di aver visto in cielo, la sera del tre novembre 1990, tra le 20:30 e le 21:00, un oggetto luminoso, di forma emisferica, che proiettava dei fasci di luce verso il basso.
L'oggetto comparve improvvisamente, come il lampo di un flash e stazionò per qualche minuto nel "Parco Verde" di Cicciano in provincia di Napoli. In seguito, sul posto furono rilevate, su di un massetto di calcestruzzo, delle tracce simili a bruciature: delle "macchie" circolari di colore scuro. Tre di queste, del diametro di 20 cm, erano poste a distanza regolare (rispettivamente a cm 350 e 285 l'una dall'altra) a formare i vertici di un triangolo isoscele; la quarta, invece, del diametro di 30 cm, era situata al centro della suddetta forma geometrica in posizione quasi ortocentrica.
Questo particolare fu messo subito in relazione all'avvistamento, caratterizzato da quattro distinti fasci luminosi proiettati al suolo mentre l’oggetto prendeva quota.
 


Successivamente, grazie al tempestivo intervento di Umberto Telarico, inquirente locale del CUN, furono effettuati i rilevamenti ed il prelievo di campioni delle tracce, per le analisi.
Sul caso, nulla ebbe da segnalare l’Aeronautica: i militari, infatti, riferirono che quella sera, tra le 20:30 e le 21:00, nella zona, non fu registrata alcuna anomalia nel traffico aereo.
Ma l'episodio di Cicciano si inserisce in una serie di avvistamenti, che ebbero inizio proprio quella settimana, confermati da una lunga serie di segnalazioni avvenute nel Nord Italia e in tutta Europa. In effetti la sera del 5 novembre, a neppure 48 ore di distanza, numerosi piloti segnalarono, durante il volo, la presenza di fenomeni luminosi di dubbia natura e l’avvistamento di un oggetto strutturato di forma triangolare.

Le analisi fisico-chimiche, effettuate su campioni di cemento prelevati dalle tracce ed espletate da diversi istituti universitari, non diedero i risultati sperati a causa dell'inesperienza degli inquirenti e del ritardo con cui questi li fecero pervenire ai laboratori specializzati. Tuttavia, dalle indagini termico-differenziali (DTA), eseguite da Alessandro Dattilo e Vincenzo Iorio, risultò che i materiali che componevano il calcestruzzo prelevati nel Parco Verde di Cicciano, (quelle scure, che presentavano al microscopio residui carboniosi legati al cemento) erano stati sottoposti ad un potente irraggiamento elettromagnetico.
Con tutta probabilità, i campioni analizzati erano stai irradiati da una fortissima sorgente di microonde, la cui intensità era tale da far propendere per una tecnologia extraterrestre.

II caso di Cicciano, è bene ricordarlo, fu sottoposto al fuoco incrociato degli scettici che cercarono, inutilmente, di dare al caso una connotazione "ufficiale" nel tentativo di ridimensionarne la valenza, ad esempio adducendo all'origine dei fatti la caduta di un velivolo spaziale sovietico, ma la sua autenticità resta tutt’ora innegabile.

mercoledì 7 giugno 2017

IN BUONA COMPAGNIA


Più di un quarto degli italiani preferisce viaggiare con Ryanair: più economica, più puntuale, più precisa in fatto di bagagli della nostra compagnia di bandiera.

Saranno forse gli scioperi, saranno gli episodi negativi del passato (come quello dei furti nei bagagli) ma gli Italiani non dimostrano di preferire in modo incondizionato Alitalia. Tanta infedeltà, se così si può chiamare, è dovuta sicuramente il costo dei biglietti, non particolarmente economici. Questo vale soprattutto per i vacanzieri. Diversamente, se si viaggia per lavoro, a quanto pare, si bada meno al prezzo e ci si accerta soprattutto che gli orari di partenza e di arrivo siano in linea con le proprie esigenze.


L’esperienza mi ha permesso di riconoscere le migliori e le peggiori compagnie aeree. Per essere concisi, ci limiteremo alle compagnie che hanno, per lo più, voli da e per l'Italia. Deludono, purtroppo, molti vettori europei, mentre vengono apprezzate tante compagnie aeree del medio ed estremo oriente, soprattutto quando si devono fare lunghi viaggi. Tre di queste: Emirates, Singapore Airlines e Cathay Pacific offrono un servizio affidabile, chiaramente apprezzato dai viaggiatori.
Certo, contano anche i pasti (siamo Italiani). Nella maggior parte dei casi è proprio questa voce che, secondo me, penalizza molto le low cost come Ryanair, Easyjet e Volotea: nonostante sia un modo pratico per tenere bassi i prezzi, difficilmente viene "digerito" il fatto che in volo non sia servito nulla o che si debba pagare per mangiucchiare qualcosa.
Un altro degli aspetti giudicato spesso come insufficiente è lo spazio a bordo. E su questo vi garantisco che la situazione, in futuro, potrà solo peggiorare. In nome della redditività si sta infatti delineando una nuova tendenza: ridimensionare lo spazio per i passeggeri. Taglia un centimetro di qua, taglia un centimetro di là, sull'aereo si possono mettere più sedili e, dunque, vendere più biglietti. Iberia ha limitato la larghezza del sedile a soli cm 43 e la distanza con il sedile anteriore (cm 71) guadagnando, a mio avviso, una nota negativa sotto questo aspetto.

Bocciata anche Easyjet. Alitalia per ora se la cava, ma sta aggiungendo sei posti sugli A319 e A320, dopo aver già ritoccato 59 aerei per i voli domestici ed europei. Chi per ora non ha sforbiciato nulla sono Emirates e Qatar e i viaggiatori se ne devono essere accorti.
A bordo di Qantas, Emirates, Qatar e Singapore Airlines, chissà perché, ci si sente particolarmente sicuri. Accade l'opposto, invece, sui voli Meridiana.