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lunedì 19 febbraio 2018

MEN IN BLACK


Il primo a parlare di “uomini in nero” fu Albert K. Bender, un appassionato di paranormale di Bridgepoint (Connecticut) che nel 1952 fondò l’International Flying Saucer Bureau, di cui divenne membro l’ufologo Gray Barker. Barker fu colui che sparse la voce e creò il mito dei MIB.
In poco tempo la sua associazione arrivò a contare 1500 membri dislocati in ogni parte del mondo. Si occupavano di UFO, ma anche di fenomeni paranormali. In breve tempo, il suo archivio iniziò a riempirsi di fotografie, filmati e di vari reperti raccolti sui luoghi degli avvistamenti.
All’inizio di settembre del 1953 però qualcosa cambiò tutta la sua vita.
Bender ricevette un’insolita visita di tre uomini vestiti completamente in nero. I tre non andarono molto sul sottile e gli intimarono di  sciogliere la sua associazione. A quanto pare, furono molto convincenti perché l’uomo ne fu terrorizzato. Alcuni giorni dopo Bender seguì il “consiglio” degli uomini in nero e scrisse ai suoi soci queste parole: “Si consiglia a coloro che sono impegnati nel lavoro sui dischi volanti di essere molto cauti.”
Barker fece pressioni su Bender per capire perché mai l’uomo avesse chiuso l’associazione e addirittura avesse manifestato la decisione di non intraprendere più alcuna attività di ricerca. Baker raccolse le informazioni in un libro dal titolo “They Knew Too Much About Flying Saucers”, in cui per la prima volta si parlava dei Men in Black.
Nel 1962 lo stesso Bender, spronato da Barker, scrisse un libro assieme a lui intitolato “Flying Saucers and the Three Men” in cui riprendeva il discorso degli uomini in nero e arriva alla conclusione che fossero alieni venuti sulla Terra per procurarsi sostanze chimiche a loro indispensabili.
Il discorso dei MIB venne poi ripreso da molti ufologi, come i famosi contattisti George Adamski e George Hunt Williamson, che però tendevano a identificarli come “protettori” di un misterioso governo occulto.
 
 

A questo punto, per essere succinto, vi riporto uno dei casi più famosi e anche uno di più dettagliati.
Nel 1976 il fisico Herbert Hopkins viveva a Old Orchard Beach, nel Maine. Sebbene fosse uno scienziato, tra I suoi hobby c’era l’interesse i dischi volanti. La sera dell’undici settembre gli giunse una telefonata molto strana: l’individuo si presentò come il rappresentante di un’organizzazione ufologica del New Jersey e gli chiese se aveva del tempo libero per discutere di alcuni casi di avvistamenti. Hopkins era molto contento di condividere le informazioni e di riceverne altre, ma ad un certo punto gli fu posta una strana domanda: gli fu chiesto se fosse solo in casa e lui istintivamente rispose di sì.
L’uomo non fece nemmeno tempo ad abbassare la cornetta che l’uomo che lo aveva contattato bussò alla porta di casa.
“Anche se mi avesse telefonato dall’altra parte della strada o dalla porta accanto, non sarebbe riuscito ad arrivare così in fretta!”. Disse Hopkins in un’intervista. Hopkins non ricordò come, ma l’uomo riuscì a convincerlo a farlo entrare, nonostante il fisico fosse piuttosto inquieto.
“Indossava giacca e pantaloni neri, scarpe nere, calze nere, camicia bianca con una cravatta nera ed aveva anche una bombetta nera. Persone vestite in quel modo non si vedono di frequente e pensai che fosse un becchino… Si sedette e si tolse il cappello. Era calvo come un uovo e non aveva ne ciglia ne sopracciglia. Era bianco come un cadavere, ma le labbra erano rosso brillante e la sua pelle sembrava quella di una bambola, di plastica. Anche la sua voce mi fece venire i brividi: parlava con voce inespressiva, ogni parola era scandita e non aveva alcun tono. Tutto ciò che diceva era meccanico e sembrava una sequenza di parole staccate, come se fossero state registrate su nastro da un computer.”
L’uomo vestito di nero chiese al dottor Hopkins di parlargli dei casi sui quali aveva investigato e di dirgli i nomi di eventuali colleghi delle sue ricerche.
“Se ne stava seduto senza fare il minimo movimento, con lo sguardo fisso sul mio volto e senza battere le palpebre. Aveva dei guanti di camoscio e ad un certo punto si è passato il dorso della mano sulla bocca lasciando una traccia rossa. Sulla sua guancia rimase una scia rossa e capii che aveva messo un rossetto. Poi ho notato che la sua bocca era una fessura senza delle vere e proprie labbra, come la bocca di un pupazzo… Lo strano individuo, prima di andarsene, lanciò questo oscuro messaggio: “La mia energia è agli sgoccioli, devo andarmene. Arrivederci“.
Soltanto quando l’ospite si allontanò barcollando, Hopkins trasalì, finalmente cosciente della stranezza di quella visita inaspettata. Hopkins, dopo quell’inquietante incontro, preferì distruggere tutti i documenti che possedeva sugli UFO e per molti anni non raccontò nulla a nessuno. 
 
 
A parte alcune anomalie, la descrizione del misterioso visitatore coincide con quella dei famigerati Uomini in Nero o MIB, esseri esteriormente umani eppure chiaramente alieni che, pare, abbiano l’abitudine di minacciare i testimoni o gli studiosi degli UFO. Dalla fine degli anni ’50 il fenomeno MIB si è affiancato a quello degli avvistamenti UFO generando un mito che ha dato vita a numerose pubblicazioni oltre a diverse pellicole cinematografiche. Gli ufologi hanno studiato oltre trenta presunte visite di MIB. Sebbene in certi casi si tratti di individui pallidi come quello descritto da Hopkins, di solito i MIB hanno la pelle olivastra, gli occhi a mandorla e sembrano degli stranieri. Anche se possono comparire da soli, di norma viaggiano in tre. Quasi tutti sono accomunati dal funereo abbigliamento fresco di bucato. Alcuni parlerebbero con inflessioni particolari, usando un linguaggio inappropriato, perché eccessivamente formale oppure insopportabilmente gergale.
In base alle testimonianze raccolte, i MIB sembrano degli automi e non si mostrano né cordiali né malvagi. Eppure, hanno un che di minaccioso. Alcuni, come quello che avrebbe fatto visita a Hopkins, mettono paura con la sola presenza, altri intimoriscono la vittima formulando oscure minacce, anche se nessuno si è mai lamentato di aver subito violenze. In ogni caso, il compito dei MIB sembrerebbe quello di scoraggiare la divulgazione di notizie di incontri ravvicinati o la raccolta di informazioni in merito. Una vecchia teoria, ormai desueta, li identificava con funzionari governativi decisi ad insabbiare la verità sugli alieni. Oggi sono in molti a pensare che le visite dei MIB non siano solo fantasie di complottisti, ma si tratterebbe di incontri reali vissuti da persone che, direttamente o indirettamente, sono state coinvolte in casi ufologici.

lunedì 5 febbraio 2018

TEMPLARI A QUALIANO




Templari a Qualiano? Non faccio riferimento all’epoca odierna, ma ad una traccia storica rinvenuta dall’Ing. Domenico Capolongo. Non ne ero a conoscenza, pertanto ringrazio il Sig. Gino Lamo per averla portata alla mia attenzione. Si tratta dell’atto di cessione, in enfiteusi perpetua, della domus Coliani, del 12 marzo 1325, che dall’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme passa alla regina Sancia, moglie di re Roberto d’Angiò. In esso è contenuto in un più ampio documento di confermazione apostolica, del 1° dicembre 1326, da parte di papa Giovanni XXII. Annotato nei Registri Vaticani, questo documento è ricco di numerose altre informazioni, delle quali, nella presente nota, trattiamo brevemente questa unica, ma interessante notizia che riguarda la presenza templare in Campania.



Poche settimane prima, esattamente il 13 gennaio 1325, con bolla magistrale, veniva nominato Priore di Capua Filippo de Gragnana, ed è proprio il nuovo Priore ad effettuare la vendita di questa domus, appartenente al suo Priorato, alla predetta Regina, rappresentata nell’atto dal suo procuratore Antonio de Neapoli.
La domus Coliani, ubicata in diocesi di Aversa, viene richiamata spesso nell’atto in forma semplice, ma in un punto del documento la sua descrizione si fa ampia e ricca di informazioni:



"... domum, locum et grangiam Coliani, que est dicti Hospitalis de Prioratu Capue, que fuit olim Templariorum, sitam infra finem Civitatis Neapolis et Averse, cum omnibus possessionibus, domibus, silvis incisoriis, aquis aquarumque decursibus et iuribus quibuscunque sistentibus in pertinenciis dicte domus, loci seu grangie in Civitatibus Neapolis, Averse et Puteoli seu pertinenciarum earum et alibi, ubicunque ad dictam domum, locum seu grangiam pertinentibus seu pertinere debentibus quoquo modo ..." 



Apprendiamo così, che questa domus appartenne al Supremo Ordine del Tempio, possedendo beni, non solo nella sua sede nominale, che è Colianum (dove aveva anche una chiesa, verosimilmente annessa alla domus) ma anche nelle città di Napoli, Aversa e Pozzuoli. Doveva, inoltre, essere davvero ricca, perché la Regina la pagò 1010 once d’oro, cioè 6060 ducati d’argento napoletani.
Il locus Coliani esiste ancora, altro non è che Qualiano, comune in provincia di Napoli, il cui centro abitato è ubicato esattamente in un incrocio stradale di notevole rilevanza; infatti, da esso si dipartono, in senso orario, la antica Via Campana, diretta a Pozzuoli, una seconda via verso il nord, cioè in direzione di Sessa Aurunca, una terza via che va a Giugliano e Aversa, e la quarta che punta direttamente su Napoli. Di queste quattro strade, almeno la prima, la terza e la quarta sono riferibili al reticolo viario romano-medievale di questa parte della Campania relativa al triangolo compreso tra le città di Napoli, Pozzuoli e Aversa.



Come per altri casi (Isernia ed Alife, ad esempio) la presenza templare riaffiora talora in documenti del secolo XIV, a pochi decenni dalla soppressione del Tempio, forse perché conviene ancora ai giovanniti precisarne la provenienza. Nel caso di Qualiano, con questa vendita la domus religiosa scompare dai beni di entrambi gli Ordini per diventare un banale feudo civile.

sabato 3 febbraio 2018

QUANTE EMOZIONI: UN CALCIO AD UN PALLONE


In una storia ipotetica, ma molto probabile, Mario accompagna suo figlio tredicenne, Lorenzo, (i nomi sono di fantasia), alla scuola della società sportiva con cui il ragazzo gioca da anni. Qualcuno dell'organizzazione arriva con un modulo da firmare: è per l'assicurazione – dice. Senza farsi troppe domande, sapendo quanto è importante essere assicurati e soprattutto, fidandosi della società, Mario, senza pensarci troppo, firma un modulo di "primo tesseramento atleti". Succede spesso: senza neanche saperlo, perché raramente si leggono i regolamenti prima di firmare e ci sono società che non brillano per trasparenza. Dopo tre mesi, a stagione iniziata, il ragazzo vorrebbe andare in un'altra squadra: in quella di sempre non si trova più bene, non gioca mai, sta sempre in panchina ed è sempre più deluso e triste. Il padre lo comunica alla società. Peccato che quel modulo, firmato frettolosamente mesi prima non fosse solo un'assicurazione, ma anche un tesseramento, con un generico riferimento alla "normativa vigente sul vincolo degli atleti". Un vincolo che può impedire a Lorenzo di giocare in altre squadre per moltissimi anni.
 

Per cedere il cartellino, la società gli chiede "per prassi" 500 euro, cifra che la squadra dove il ragazzo vorrebbe trasferirsi non è disposta a pagare (si tratta di società sportive medio/piccole e di giocatori molto giovani, dilettanti, ancora da formare). L'unica alternativa, per garantire la serenità del figlio è che a pagare, alla fine, siano i suoi genitori.
Mario si sente preso in giro: È ridicolo – pensa – Lorenzo aveva solo tredici anni, non giocava naenche da titolare e poi gli hanno dato un prezzo!
Alla fine, tra discussioni, intimazioni e patteggiamenti che durano un anno, la cifra scende a 150 euro e si trova un accordo. In tutto questo tempo, però, il tredicenne non può scendere in campo con la nuova squadra perché non ancora formalmente svincolato.
 

Certo, ogni società sportiva è diversa dall'altra e ogni storia è una storia a se, ma di casi come questi ne ho sentiti e visti tanti. Capita infatti che, all'ombra del vincolo sportivo, la libertà dei ragazzi di fare sport si trasformi in un'occasione per monetizzare. Il vincolo, per i dilettanti, è previsto per tutti gli sport. Nel momento in cui si firma il cosiddetto cartellino, con alcune eccezioni previste dai vari regolamenti federali (uno diverso dall'altro), si accetta un vincolo che dura per anni (dai 14 ai 25 anni nel calcio). Tutta l'adolescenza, fino agli anni dell'università e anche oltre. Vuol dire che per tutto quel periodo, senza il consenso della società, i ragazzi non possono andare a giocare in un'altra squadra che fa parte della federazione. Si chiedono soldi alle famiglie degli atleti a fronte dello svincolo: pratica illegittima, sanzionabile come illecito disciplinare dal punto di vista sportivo ma, di fatto, praticata. Ho visto chiedere somme considerevoli per lo svincolo di un calciatore di 18 anni e ho visto ragazzi a cui veniva impedita la carriera o che addirittura, per questo, abbandonavano l'attività sportiva.
Il rischio, infatti, è che i ragazzi mollino e vadano a giocare in altre realtà che non fanno campionati nel Coni. Il che va anche bene, ma tolgono loro la possibilità di crescita sportiva. Alla fine a perderci sono sempre i ragazzi.

 

Alla base degli abusi c'è chiaramente una questione di soldi: in alcuni casi, magari si tiene davvero a un calciatore che si è formato ed è particolarmente promettente. Più spesso c’è la volontà di lucrare anche su ragazzi che vogliono solo divertirsi. Infatti, le società dilettantistiche potrebbero non applicare il vincolo, nonostante questo sia previsto dai regolamenti federali.
Diverso può essere, ad esempio, se arriva una squadra di serie A interessata a un giocatore. Allora vuol dire che si è lavorato bene e un riconoscimento può essere anche giusto. Ma se è vero che gli atleti vengono formati, è anche vero che è proprio grazie alla loro prestazione che si raggiungono certi risultati. Nel calcio, è previsto un "premio di preparazione" con cui si riconosce alla società che cede il giocatore il lavoro fatto negli anni, calcolato sulla base di parametri come l'età, gli anni di attività, etc. Una cosa ben diversa dal fare una scelta quasi ricattatoria, a spese del giocatore, chiedendo dei soldi come condizione necessaria per concedere lo svincolo.
Come avrete capito, io non sono del tutto contrario al vincolo ma, a livello economico, dovrebbe avvenire tutto tra società e con delle regole chiare, con dei parametri prestabiliti e non con la libertà di poter fissare "prezzi" in modo arbitrario. 
 

Nell'ambito di vari sport, arrivano richieste di una riforma da parte di famiglie e atleti. Un'annosa questione, difficile da risolvere. L’ordinamento statale riconosce l’ordinamento sportivo come autonomo e quindi non interferisce. Inoltre, chi governa la politica sportiva viene scelto proprio da quelle associazioni e società per cui il vincolo è un vantaggio. Se qualcuno si presenta a un’elezione del Coni o di una Federazione dicendo che abolirà il vincolo sportivo, probabilmente, nessuno lo voterà più. L'ordinamento sportivo è una sorta di fortino, che gode di una sua specifica autonomia ed è difficile da cambiare. È fatto di capisaldi consolidati negli anni, che si tiene molto stretti e il vincolo è proprio uno di questi: si sono spesi fiumi di parole ma alla fine non si è mai fatto niente perché, di fatto, è uno di quei paletti che permette al movimento sportivo, nel male e nel bene, di andare avanti.

domenica 28 gennaio 2018

FALSO IN ATTO PUBBLICO


Se l’automobilista multato, con relativa decurtazione dei punti della patente, non viene immediatamente identificato, la sanzione viene inviata al proprietario dell’auto, che entro 60 giorni deve comunicare i dati di chi era alla guida durante la violazione del Codice della strada, così che la sottrazione dei punti della patente ricada sull’effettivo colpevole. 
Quella che può sembrare, almeno superficialmente, una facile e furba via d’uscita per evitare la sottrazione di punti alla patente, porta invece a conseguenze pesanti. Quando si dichiara il falso in un atto pubblico, come il protagonista della nostra vicenda, si può incorrere in una condanna penale. Oltre a essere un dovere etico, conviene assumersi le proprie responsabilità anche per mantenere la fedina penale pulita.

Questa la vicenda: un automobilista, che già aveva pochi punti sulla patente, riceve due verbali per superamento dei limiti di velocità. Per evitare la decurtazione di ulteriori punti, si mette d’accordo con un’altra persona e fornisce i dati di quest’ultima.
La polizia scopre l’inganno e lo denuncia.
L’automobilista decide di patteggiare la pena: sei mesi di reclusione per il reato di falsa dichiarazione a pubblico ufficiale. La Cassazione conferma la sentenza (Corte di cassazione sentenza n. 19527, 11/05/2016).

sabato 13 gennaio 2018

CARICHI DI CURA




Con l’avvicinarsi delle elezioni i politici si dimostrano più sensibili ai problemi e ai bisogni reali delle famiglie, che fino a ora hanno avuto un’attenzione scarsa sul piano di vere politiche sociali. Accogliamo perciò positivamente la novità di un fondo ad hoc per le persone che si prendono cura di familiari malati o disabili, non autosufficienti. Persone che per mancanza di servizi adeguati, per assistere i propri cari, sono costrette a rinunciare a un lavoro, a una vita sociale, ad attività ricreative.
Si tratta soprattutto di donne, spesso con una limitata anzianità di servizio e prestato in modo discontinuo per via delle maternità. Il lavoro di cura ha un grande valore, umano e affettivo, ma anche economico: basti pensare a quanti soldi servirebbero allo Stato per garantirlo, a quanto lavoro non retribuito viene svolto dai familiari che assistono. Migliaia di famiglie vivono queste situazioni, pesanti sul piano economico, ma anche emotivo e psicologico.

 
 
 
Finalmente, si è sancito un  principio sacrosanto. Il dibattito sul lavoro di cura infatti è sempre stato marginale, perché per il supporto si è sempre fatto affidamento sulla famiglia. Anche l’idea di famiglia, come l’immagine della donna, dovrebbe uscire dagli stereotipi, da confini ristretti di definizioni che la cristallizzano a cinquanta anni fa. Questa e altre misure di sostegno, insieme ai servizi necessari (asili nido, servizi sanitari efficienti, assistenza domiciliare, supporto ai bambini disabili) servono a consentire a tutti libertà, progettualità e crescita; aiutano le donne a dare il proprio prezioso contributo nel mondo del lavoro e le incentivano a fare più figli. Si grida al calo delle nascite, ma fare un figlio oggi è una scommessa, per la precarietà del lavoro e le prospettive di un futuro incerto per i giovani. Con buona pace dei 40 euro al mese di bonus bebè, anche se sono meglio di niente.

sabato 6 gennaio 2018

GLI AVVISTAMENTI DEL LAGO TIANCHI




Per una maggior comprensione di questo post, consiglio vivamente di leggervi quello del sette gennaio 2016 dal titolo “SULLE TRACCE DEI DINOSAURI” il quale riporta ampi cenni sulla criptozoologia, ossia quella branca della zoologia che ricerca sistematicamente degli animali ancora sconosciuti di cui la scienza ufficiale non tiene conto e presso la quale questa ricerca, purtroppo, non gode di una buona reputazione.
 

Il lago Tianchi, noto anche come Heaven Lake nel nord-est della Cina, è luogo di misteriosi avvistamenti. Si trova nei pressi del Monte Baekdu all'interno delle catene montuose Baekdudaegan e Changbai che comprendono la provincia di Jilin in Cina e la provincia di Ryanggang in Corea del Nord. Il lago è di origine vulcanica; il cratere, attivo nell'VIII secolo, appare oggi come un laghetto sterile, con rari pesci.
Gli avvistamenti risalgono agli inizi del XX secolo: il primo fu riportato nel 1903. Una creatura descritta simile a un bufalo attaccò tre persone, ma fu affrontata a colpi di arma da fuoco e si ritirò sott'acqua.
 
Nell'agosto del 1980, un gruppo di meteorologi avvistò un grande animale con un collo lungo tre piedi, una testa a forma di mucca e un becco d’anatra.
Ai primi di gennaio del 1987, un gruppo di cinquanta turisti rimase sorpreso quando un “mostro” affiorò vicino alla riva orientale. Un testimone, Shen Ruder, riferì che sbuffava come una locomotiva e spruzzava acqua dalle narici.
Un animale simile a un drago, fu fotografato e persino filmato il due settembre 1994. Nuotò per dieci minuti in superficie, sollevando onde alte  sei piedi.
Quattro animali neri sono stati visti giocare nel lago da più di duecento persone nel 1996. Si presume che ll fotografo Wang Ling abbia  anche scattato alcune foto.
Nel 2004 ci fu un avvistamento di massa quando non meno di cinquecento persone videro la creatura saltare dall'acqua. Raccontarono di una animale a forma di serpente, con una testa simile a un cavallo, ricoperto di scaglie nere.
L'anno seguente un certo numero di soldati avvistò una creatura simile a un serpente verde nerastro nel lago.
 
Nel 2007, Zhuo Yongsheng, un giornalista televisivo cinese ha affermato di aver girato un video di venti minuti che riprende sei creature non identificate mentre nuotano nel lago vulcanico il sei settembre. In seguito mandò anche delle foto all'ufficio provinciale di Jilin della Xinhua. Secondo indiscrezioni, una di queste mostrava i sei "Nessies" che nuotavano in parallelo in tre coppie. Un’altra mostrava gli animali più da vicino: lasciavano increspature circolari sulla superficie del lago. Zhuo afferma di aver visto quelle creature dotate di pinne, simili a foche con le squame, nuotare e giocare nel lago per un'ora e mezza.
"Nuotavano veloci e a volte s’immergevano contemporaneamente, mostrando un certo coordinamento – racconta Zhuo - è stato impressionante vederli muovere all’unisono, come se obbedissero a degli ordini. Le loro pinne, simili ad ali, erano più lunghe dei loro corpi”
 
Fonti:
Mysterious Creatures: "A Guide to Cryptozoology" by George M. Eberhart;
Paranormal Magazine Issue 65: "The Nightmare Menagerie Part 1" by Richard Freeman;
http://en.wikipedia.org/wiki/Lake_Tianchi_Monster
 

domenica 31 dicembre 2017

PIOGGIA ROSSA


Il 2001, fu caratterizzato da un insolito fenomeno meteorologico: una pioggia dal color rosso sangue. Per spiegare l’avvenimento diversi scienziati compirono studi approfonditi su campioni di pioggia raccolti. Dalle ricerche risultò che la colorazione rossa era causata dalla presenza di cellule viventi sconosciute, che non sembravano di origine terrestre.
 
Il fenomeno della pioggia rossa fu osservato in più occasioni, in un arco di tempo che va dal 25 Luglio al 23 Settembre 2001. Il luogo dove si concentrarono la maggior parte delle precipitazioni fu localizzato nello stato indiano di Kerala, più precisamente nel distretto di Kottayam. I testimoni riferirono di aver udito, subito prima che incominciasse a piovere, un fragoroso tuono, accompagnato da un lampo di luce. Nei boschi circostanti, inoltre, furono osservate vaste aree in cui le foglie erano avvizzite e avevano assunto una colorazione grigio cenere.
La pioggia rossa era di solito molto localizzata, si presentava sempre in aree non più grandi di un chilometro quadrato (a volte addirittura circoscritte a qualche metro). Al di fuori dell’area interessata cadeva pioggia normale. La durata del fenomeno non era mai superiore ai venti minuti e l’intensità della colorazione della pioggia era variabile. In taluni casi l’acqua era talmente colorata da macchiare i vestiti come fosse sangue.
 
Il colore era dovuto a particelle non identificate in sospensione dell’acqua. Inizialmente, i ricercatori del Centre for Earth Science Studies (CESS) pensarono che la pioggia rossa fosse dovuta alla disintegrazione di un meteorite nell’atmosfera, successivamente, quando vi furono altre precipitazioni anomale nella stessa zona, abbandonarono questa teoria e comunicarono alla stampa, coadiuvati dal Tropical Botanical Garden and Research Institute (TBGRI), che le particelle dovevano essere spore, ovvero cellule disidratate in grado di diffondersi nell’aria e generare un essere vivente una volta trovato un habitat adeguato (come fanno, ad esempio, i funghi). Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo indiano appoggiò questa tesi e commissionò al CESS e al TBGRI un rapporto che fu successivamente rilasciato nel Novembre del 2001. Tale rapporto identificava le misteriose particelle come spore di alghe, fatte poi sviluppare in un terreno di coltura in alghe lichen-forming del genere Trentepohlia. Secondo il rapporto, inoltre, nella pioggia non erano presenti polveri meteoritiche, desertiche o vulcaniche e che non vi erano nemmeno sostanze industriali inquinanti. La spiegazione fornita dai ricercatori identificava la causa in una spropositata crescita di licheni nei boschi circostanti. Questi licheni avrebbero poi liberato un’enorme quantità di spore nell’atmosfera, responsabili dell’insolita colorazione dell’acqua.
 
Tale spiegazione, tuttavia, non convince: non esiste infatti nessun meccanismo conosciuto che possa rendere possibili una tale dispersione delle spore e il loro assorbimento da parte delle nuvole. Altre stranezze vennero a galla dall’analisi dei sedimenti delle piogge rosse: gli scienziati che analizzarono i campioni rimasero sorpresi dalla presenza di alluminio, poiché l'alluminio, normalmente, non è presente nelle cellule viventi. Inoltre, era bassissimo il contenuto di fosforo, elemento che gioca un ruolo chiave nella biologia terrestre, sia come responsabile dalla maggior parte di scambi energetici, che come regolatore proteico. In genere è presente ad alte concentrazioni nelle membrane biologiche. Furono rilevati anche diversi metalli pesanti quali titanio, rame, nickel, manganese e cromo.
 
Nel 2003, la questione delle piogge anomale di Kerala fu portata nuovamente all’attenzione dei mass media grazie alla sconcertante teoria proposta da Godfrey Louis e Santhosh Kumar della Mahatma Gandhi University di Kottayam. I due ricercatori proposero una possibile origine extraterrestre delle misteriose cellule. A sostegno dell’ipotesi vi era il fatto che tali cellule non presentavano DNA, cosa mai riscontrata nelle forme di vita terrestri. Inoltre, è provato che quelle cellule avviavano il loro ciclo di riproduzione a temperature vicine ai 300 gradi centigradi, mentre i batteri ipertermofili terrestri (del dominio degli Archea) resistono, al massimo, a 120 gradi centigradi.
Il dottor Godfrey Louis mandò a J. Thomas Brenna, che lavorava alla Divisione Nutrizionale della Cornell University, dei campioni della pioggia rossa per ottenere un’analisi più approfondita dell’attività biochimica delle cellule. L’analisi allo spettrometro di massa per la concentrazione degli isotopi rilevò un valore per gli isotopi dell’azoto del 5.9 per mille, che rientra nella norma degli organismi terrestri. Il valore del carbonio era del 16 per mille, che è considerato un valore abbastanza alto per gli organismi più evoluti, ma è compatibile con un organismo marino o vegetale che utilizza la via fotosintetica del C4. Il post potrebbe concludersi qui, in quanto sono stati già illustrati tutti gli elementi della vicenda.  Prosegue, riportando l’opinione di alcuni esperti esperti e il risultato di approfondite analisi di laboratorio: ne consiglio la lettura  a chi volesse  approfondire l’argomento.
 
Sono state condotte indagini più accurate sulle cellule di Kerala da parte del microbiologo Milton Wainwright, della Sheffield University, che ha dichiarato di aver trovato il DNA grazie a marcatori fluorescenti (DAPI), ma l’astronomo Chandra Wickramasinghe, grande sostenitore della panspermia (la teoria secondo cui la vita sulla terra si è originata dallo spazio) e docente alla Cardiff University, non è riuscito ad isolarlo e moltiplicarlo mediante PCR (reazione a catena della polimerasi), inoltre queste ultime fonti affermano di aver identificato mediante microscopia elettronica membrane e organuli cellulari, anche se le cellule non mostrano un nucleo definito. Ciò concorda con la dimensione di 7 micron che è quella delle cellule procariotiche che non presentano un involucro nucleare netto, ma il materiale genetico è ammassato nel citoplasma.
In vari periodi storici, sono state registrate molti tipi di piogge anomale, come le piogge di animali o di pesanti blocchi di ghiaccio (Cfr. su questo sito: PIOGGE PRODIGIOSE e BOLIDI DI GHIACCIO), i meccanismi responsabili di queste piogge non sono ancora del tutto chiari, ma la presenza di cellule viventi è ormai incontrovertibile.
 
La teoria della panspermia tira in ballo le comete. Le comete sono formate principalmente da ghiaccio e seguono orbite ellittiche che le portano vicino al sole (e quindi alla terra) solo una volta ogni centinaia o migliaia di anni. L'esplosione udita poche ore prima del fenomeno dai residenti del villaggio di Changanasserry, nel distretto di Kottayam, accompagnata da un lampo di luce, avrebbe potuto essere causata dalla disintegrazione di una piccola cometa entrata nell'atmosfera terrestre. Il materiale contenuto nel nucleo della cometa si sarebbe quindi sparso nell'atmosfera per poi cadere sotto forma di pioggia. Il punto debole di questa teoria sta nel fatto che le piogge rosse siano avvenute ripetutamente, per molti giorni e solo in un’aria molto circoscritta. 
 
Sono molte le ipotesi che si potrebbero fare riguardo a tale evento, afferma il Dott. Marco Lo Presti, Biotecnologo, tuttavia la complessità ed il numero di variabili in gioco rende difficile trovare la risposta, visto che il caso racchiude implicazioni, oltre che biologiche, chimiche, metereologiche, geologiche, botaniche, astronomiche e fisiche. L'ipotesi dell'inquinamento dei campioni non è da scartare visto che, oltre il banale inquinamento atmosferico e le spore fungine delle foreste circostanti, ci potrebbe essere una contaminazione da parte di polvere interstellare, che grazie agli studi e alle osservazioni di Hoyle e Wickramasinghe, sappiamo contenere porfirina, una molecola eterociclica aromatica che forma complessi di coordinazione con molti metalli, che potrebbero essere il magnesio, il ferro (molte specie biologiche terrestri sono costituite da un anello protoporfirinico coordinato dal ferro e dal magnesio e sono largamente presenti sulla terra rispettivamente in emoglobina e clorofilla) e forse, anche l’alluminio (non presente nelle specie biologiche terrestri conosciute ma rilevato nei campioni di Kerala). Inoltre, la porfirina (dal greco porphyrá, cioè porpora), potrebbe essere l’unica responsabile della colorazione rossa delle piogge anomale e l'inquinamento potrebbe essere anche il responsabile del tanto difficoltoso riconoscimento del DNA. Tuttavia, se effettivamente mancasse il DNA e il codice genetico fosse presente in un'altra forma, tali cellule sarebbero quasi sicuramente di origine extraterrestre poiché le bassissime temperature che si ritrovano nel nucleo di una cometa, garantirebbero lo stato di quiescenza di un organismo particolarmente adatto a vivere in condizione di spora o simile.
 
Tale teoria trova i suoi principali sostenitori in Godfrey Louis e A. Santhosh Kumar, che hanno raccolto campioni di pioggia rossa in diversi siti. I due scienziati hanno dichiarato che le particelle hanno senza dubbio una natura biologica. Secondo le loro analisi, gli scienziati hanno determinato che le cellule hanno un diametro variabile da 4 a 10 micrometri e sono dotate di una forma ovale o sferica. Hanno appurato che un millilitro di pioggia conteneva circa 9 milioni di cellule: il peso delle particelle per ogni litro di pioggia si aggirava intorno ai 100 milligrammi. Secondo questi dati, a Kerala sarebbero cadute qualcosa come 50 tonnellate di cellule. Louis e Kumar hanno effettuato dei test per cercare di identificare il DNA, ma il riscontro è stato negativo. Milton Weinwright, invece, studioso di spore stratosferiche, ha riscontrato una similitudine con le spore di urediniomiceti, un particolare tipo di funghi.
Alcuni sostenitori della panspermia affermano che queste cellule potrebbero appartenere, tassonomicamente, al cosiddetto proto-dominio (in inglese proto-domain), cioè un dominio di organismi estremofili di origine sconosciuta (e probabilmente extraterrestre o ancestrale) che tuttavia condividono certi aspetti di quelli terrestri: metabolismo, omeostasi, organizzazione, crescita, adattamento, riproduzione e risposta agli stimoli.